13 Luglio 2017 6 commenti

Will – La serie sul giovane Shakespeare è una specie di musical punk senza il musical di Marco Villa

Un paio di intuizioni niente male e un gran ritmo, ma nulla di più

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L’aspettativa non è bassa, è bassissima. Dopo aver visto poche settimane fa quella roba piuttosto inutile chiamata Still-Star Crossed, ovvero il sequel teen di Romeo e Giulietta (non c’è sarcasmo in questa definizione, lo giuro), mi ritrovo di fronte Will, serie che vuole raccontare la vita di Shakespeare prima che fosse Shakespeare. Personale grado di interesse: meno duemila, ma non è questo il punto, ci mancherebbe. Le aspettative per serie di questo tipo, però, sono sempre bassine, primo perché i titoli in costume sono veramente ostici da prendere, secondo perché dai: Shakespeare prima di Shakespeare? E infatti l’inizio è quanto di peggio si possa immaginare, ma andando avanti Will dimostra di avere almeno un’intuizione intelligente. E non è cosa da poco. A breve vi spiego cos’è, ma prima la parte tecnica, come consuetudine.

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Will è una nuova serie tv di TNT, in onda dal 10 luglio. Creata da Craig Pearce, storico sceneggiatore di Buz Luhrmann, presenta un cast di attori esordienti o poco più, tra cui si segnalano Laurie Davidson (Shakespeare) e Olivia DeJonge (Alice, figlia del capo della compagnia di attori). Ambientata a Londra sul finire del XVI secolo, racconta della gavetta di un giovane William Shakespeare, che lascia la sua cittadina con moglie e figli per andare nella metropoli a cercare fortuna come drammaturgo. La sua ricerca del successo è solo una delle storyline presenti in Will, perché occupa grande spazio anche la contestualizzazione storica: siamo in un periodo in cui in Inghilterra i cattolici sono trattati come traditori e nemici dello stato e il nostro William è proprio cattolico e per di più mezzo in contatto con quello che viene considerato il capoccia dei ribelli fedeli a Roma. Da una parte la sua scalata verso la fama, dall’altra il desiderio di restare nascosto e non farsi notare dalle autorità.

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Questi i due filoni principali e ovviamente la parte più interessante è quella legata al teatro. Will è un’opera in costume, ma di quelle in cui ogni cosa viene affrontata con piglio contemporaneo. Il mondo del teatro, per dire, viene presentato come l’equivalente del tempo della scena punk londinese, con personaggi pittoreschi truccatissimi e addirittura volantini, cartelli appesi ai muri graficati come se fossero usciti da un laboratorio DIY clandestino e repliche teatrali che finiscono in rissa come un concerto punk delle origini.

Abbiamo già citato il curriculum di Craig Pearce e ovviamente il suo rapporto con Luhrmann lascia delle tracce: in una delle scene centrali del pilot, William sfida a singolar tenzone un altro drammaturgo, in quello che è chiaramente la versione cinquecentesca di una battle rap, ovvero una sfida a suon di pentametri giambici in assoluto freestyle. Sono due esempi di un approccio che certo non è nuovo o particolarmente originale, ma che in Will funziona: il ritmo c’è e il tono pure, da questo punto di vista non si può imputare nulla a questo pilot.

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Quello che invece non gira è la parte di scrittura slegata dall’ambiente teatrale. Tutto è spiegato in maniera diretta e senza costruzioni narrative: i primi due minuti di Will sono uno spiegone dettagliatissimo di tutta la situazione famigliare e lavorativa degli Shakespeare. Didascalico in maniera imbarazzante, così come didascalica è la scelta di London Calling dei Clash come colonna sonora per il trasferimento di William a Londra. Una caduta di stile notevole, visto che per il resto non si può dire nulla sulle altre scelte musicali. Altro aspetto poco interessante è la faccenda di fondo della questione cattolica, che sembra proprio appiccicata lì per creare tensione ma che non è per niente amalgamata con il resto del personaggio e della serie stessa.

Le due intuizioni positive fanno di Will un prodotto che presenta un certo interesse, ma non si può certo parlare di serie dell’anno. Se siete appassionati di Luhrmann, potreste divertirvi parecchio con questo musical senza il musical, ma è questo l’unico aspetto davvero degno di nota.

Perché seguire Will: per il ritmo e per la passione con cui viene raccontata la parte teatrale

Perché mollare Will: perché due intuizioni intelligenti non fanno una serie



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