20 Settembre 2017 6 commenti

American Vandal di Netflix è molto più di quello che sembra di Marco Villa

American Vandal è tutto tranne che una serie stupida

Copertina, Pilot

Un trailer fantastico, che diverte e ti fa dire “beh, bravi!”, ma che ti lascia con un punto di domanda grosso così: come faranno a tenere botta per otto puntate con una premessa che sembra stiracchiata già per un film di 90 minuti scarsi? Domanda più che legittima, a cui si può rispondere facilmente: per farcela, bisogna realizzare una serie come American Vandal, che è molto più di quello che sembra.

American Vandal è una nuova serie tv di Netflix, creata e diretta da Tony Yacenda e disponibile dal 15 settembre sul servizio di streaming. Il suo concept è molto semplice: un mockumentary che sia parodia delle serie true crime, ovvero quei titoli che raccontano vicende di cronaca e provano a scovare attraverso il documentario verità mai scoperte fino a quel momento. L’esempio più chiaro è proprio in casa Netflix e risponde al nome di Making a Murderer. American Vandal parte dalla stessa premessa, raccontando la storia di Dylan Maxwell, studente della cittadina californiana di Oceanside e della sua odissea giudiziaria, cui viene sottoposto per un sostanziale pregiudizio da parte degli investigatori.

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Messa così sembra esattamente Making a Murderer, peccato che il reato in questione sia aver disegnato 27 peni su altrettante macchine di docenti del liceo locale e che tutta la parte investigativa avviene all’interno della scuola. Lo spostamento è chiaro e la scelta di un reato di questo tipo apre alla possibilità di giochi di parole e battute pressoché infinite.

Quello che colpisce nei primi episodi è l’assoluta volontà di aderire allo stile del true crime: American Vandal non è una parodia realizzata mandando in vacca un genere, ma una parodia che prende quel genere e lo rispetta fin nei minimi dettagli, esasperandolo e applicandolo a un fatto comico. L’accusato è infatti un totale cretino, uno che cerca di lanciare un canale YouTube di scherzi tipo vestirsi da suora e ingropparsi alberi nei parchi, oppure scoreggiare in faccia ai neonati. Cose che fanno molto ridere, ma che indicano chiaramente il livello intellettivo del nostro amico.

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A cercare di scagionarlo sono due suoi compagni di liceo, gli sfigati della situazione, quelli che non vengono invitati alle feste nemmeno quando TUTTI sono invitati: Peter e Sam, che prendono una videocamera e si mettono a realizzare un documentario per dimostrare che il povero Dylan sta dicendo la verità: non è stato lui a disegnare tutti quei piselli.

Le prime tre-quattro puntate di American Vandal sono quelle più pesanti, perché la scelta di aderire al linguaggio in stile Making a Murderer impone anche una continua ripetizione di informazioni sia in voice over, sia con interviste, sia con grafiche. Per questo motivo, inizialmente il gioco sembra non reggere e sembrano confermarsi i dubbi emersi già in occasione del trailer: perché fare una serie? Dalla quinta puntata, però, tutto cambia: di colpo il ritmo si velocizza e lo spettatore si ritrova nella surreale situazione di voler davvero sapere chi ha disegnato i piselli sulle macchine. Da quell’episodio, American Vandal decolla: dopo aver poggiato le basi del progetto con episodi ben inseriti nel genere, inizia a diventare qualcos’altro e inizia a diventare molto più di quello che ci si aspetta da una serie che ha “dicks” come parola più pronunciata in assoluto.

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La vicenda di Dylan diventa infatti, più in generale, quella di un ragazzo che viene giudicato a priori e a cui non viene mai concesso il beneficio del dubbio, nemmeno al liceo: uno che è un cretino, ma è talmente incastrato in quel ruolo da non potersi mai riscattare davvero, rischiando così di finire vittima di un destino che in parte ha contribuito a costruire, in parte no. Con un ulteriore avvitamento su se stessa, anche la serie segue lo stesso percorso, creando con la prima metà un’immagine di sé che finisce per essere riduttiva e viene ribaltata in senso positivo dalla seconda metà. E qui si viaggia ulteriormente a livello di meta-narrazione, senza temere il salto nel vuoto e riuscendo sempre a smorzare i momenti più seri con altri talmente grotteschi da tenere sempre tutto in equilibrio.

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Perché sì: American Vandal è più di quello che ti aspetteresti, ma è comunque soprattutto una serie divertente, che sfrutta in fino fondo l’idea brillante da cui parte. A conti fatti, probabilmente ci sono un paio di episodi di troppo, ma se arriverete alla fine non ve li ricorderete nemmeno più.

Perché guardare American Vandal: perché l’idea di base è geniale, è applicata alla perfezione e più si va avanti, più si apprezza il tutto

Perché mollare American Vandal: perché la pedanteria dell’inizio è necessaria, ma può annoiare



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