15 Novembre 2017 5 commenti

S.W.A.T. – L’ennesima serie tv su una squadra speciale? di Marco Villa

S.W.A.T. è una serie tv che ha qualcosa che ricorda The Shield, ma rimane ben lontana dal riferimento

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Attenzione, attenzione! Dopo tre serie dedicate a squadre scelte dell’esercito che lavorano in missione all’estero, finalmente abbiamo una svolta nei temi delle nuove serie tv di questo sfavillante autunno 2017. Finalmente il cambio di passo in cui tutti stavamo sperando, quel colpo d’ala improvviso e sorprendente che solo i grandi progetti sanno avere. Dicevamo: finora squadre scelte in missione all’estero, adesso invece parliamo di squadre scelte che NON lavorano all’estero. Standing ovation signori, stiamo parlando di S.W.A.T.

S.W.A.T. è una nuova serie tv in onda su CBS dal 2 novembre, basata sull’omonimo film del 2003 e sull’altrettanto omonima serie andata in onda oltre 40 anni fa. Di cosa si parla? Ovviamente della più celebre squadra speciale del mondo della polizia, quella che deve intervenire quando la polizia normale non ce la fa più e il bene rischia di soccombere. Gente addestratissima, che non si fa problemi a sparare di qua e di là e ad abbattere dei nemici. È proprio questo lo scenario che vediamo nei primissimi minuti: poliziotti in difficoltà, S.W.A.T. che arriva e sgomina la banda di trafficanti d’armi. Peccato che durante l’inseguimento il bianchissimo capo della squadra finisca per ammazzare un ragazzino che non c’entra niente. Per la precisione, un ragazzino nero in un quartiere ghetto. Seguono proteste e rivolte, con il capo della squadra S.W.A.T. perde il posto a vantaggio del sergente Hondo (Shemar Moore, ovvero Derek Morgan di Criminal Minds), che casualmente è proprio nero. Lui inizialmente non ci sta e si sente usato, ma poi capisce di poter essere importante nel dare il via a un nuovo dialogo tra il mondo in cui è cresciuto e la polizia stessa.

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I primi 10 minuti di S.W.A.T. sono piuttosto letali: girati bene, perfetti come serie d’azione, ma talmente stereotipati e già visti da essere già oltre la soglia di sopportazione. La restante mezz’ora, invece, va meglio: S.W.A.T. prova infatti a concentrarsi sia sulle dinamiche di gruppo che sui rapporti che la squadra ha con il mondo esterno e i risultati non sono così tragici. In particolare, è lodevole il tentativo di inserire un tema attuale come quello del rapporto tra la polizia e la comunità afroamericana.

In generale, si vede la presenza come showrunner di nomi esperti come Aaron Rahsaan Thomas e Shawn Ryan. Il primo capace di passare da procedurali come Numbers e CSI:NY a serie molto più ambiziose come Friday Night Lights; il secondo invece a capo di quella bomba di crime che era The Shield. E proprio The Shield è l’evidente modello: la squadra che lotta contro tutto e tutti, il nucleo che si mette in posizione di difesa e prova a resistere a pressioni di ogni tipo. Che lo sguardo sia rivolto in quella direzione è poi confermato dalla presenza nel cast di Kenny Johnson, che in quella serie interpretava Curtis “Lem” Lemansky.

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I contatti però finiscono qui: stiamo parlando infatti di uno dei punti più alti della narrazione crime in televisione e di una serie che per il momento dimostra solo di essere un passo avanti rispetto alle altre serie action viste fin qui. Non è poco, ma non è nemmeno tanto e alla fine il risultato è sempre uno: che ci si lasci prendere dallo sconforto per i primi dieci minuti o che si dia fiducia agli altri 30, difficilmente viene voglia di proseguire. Qualche anno fa probabilmente sarebbe stato differente: la vita è cattiva, ma non l’ho inventata io.

Perché seguire S.W.A.T.: per la speranza che si avvicini sempre più a The Shield.

Perché mollare S.W.A.T.: perché la distanza per ora pare incolmabile.



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