7 Novembre 2012 4 commenti

Last Resort – L’epic fail si avvicina di Marco Villa

Dio che brutta fine sta facendo Last Resort

Il fatto è semplice: io in Last Resort riponevo grandissime speranze. Il motivo è uno solo e risponde al nome del creatore della serie: Shawn Ryan. Ok, non è un nome da strapparsi i capelli, non è una star alla JJ Abrams, Aaron Sorkin o Alan Ball, giusto per citarne tre. Però Shawn Ryan, nonostante non abbia un mento, ha fatto quella bomba assoluta che è The Shield, una serie che ha avuto la sola sfiga di essere perfettamente contemporanea a The Wire, altrimenti sarebbe diventata LA serie crime per eccellenza. Poi ha fatto anche The Unit (con David Mamet, mica cazzi) e Terriers, che non ho visto. In mezzo The Chicago Code, altra robetta non da poco.



Per quanto mi riguarda, quindi, Last Resort era, insieme a Vegas, la serie più attesa di questa stagione. Di Vegas non sono nemmeno riuscito a finire il pilot e l’ho già dimenticato senza nessuna remora. Last Resort, invece, lo sto guardando. Dopo aver visto la prima puntata, scrissi che c’era qualcosa di interessante, ma che sembrava una serie prodotta in qualche paese un po’ sfigato e non in America. Scrissi che poteva diventare un cult con personaggi leggendari, oppure la delusione più cocente dell’anno. Siamo al quinto episodio e l’opzione delusione cocente è sempre più vicina. Il problema è che non c’è un solo problema: Last Resort fa acqua da tutte le parti (ringraziatemi per non essermi giocato la metafora “imbarcare acqua”, please).

Partiamo con l’elenco delle disgrazie. I personaggi non crescono di una virgola e restano ancorati a una monodimensionalità imbarazzante. Peggio: già alla quinta puntata inizi a odiarne fortissimo alcuni, tipo il navy seal che si tromba l’indigena o la superfiga di legno figlia dell’ammiraglio. Dava grandi speranze il comandante, ma nemmeno lui per ora è riuscito a svettare come vero pazzo, anzi, puntata dopo puntata viene sempre più normalizzato. Non parliamo nemmeno di quello che dovrebbe essere il protagonista, ovvero il buon vice Sam Kendal, un Ken con il gel che ha la situazione scopiamo/non scopiamo (scusate, unresolved sexual tension) meno interessante della storia. Molto più interessante è la francesina coinvolta in tale rapporto, ma è un altro discorso.

Punto secondo: le vicende che si svolgono in America sono di una noia terrificante. La moglie del Mulino Bianco non ha nessun appiglio di interesse e da questo punto di vista anche l’ingegnera turlupinata non scherza.

Punto terzo, quello più grave. Le scene di azione non esistono. Ora, capisco che mostrare delle battaglie tra sottomarini sia un filo costoso, ma nel momento in cui vuoi produrre una serie su un sottomarino nucleare, qualche domanda devi portela. In questi cinque episodi, le scene di battaglia sono semplicemente raccontate: vediamo gente che dà ordini incomprensibili (“emergiamo, immergiamoci, di qua, di là, avanti veloce, ambo, tombola”) e a tratti si attacca con foga a dei sostegni. E poi di colpo si zittisce. Passano venti secondi e qualcuno dice: “sono passati, non ci hanno visti”. Cioè, sul serio? Non che non si possano fare dei capolavori solo parlati che abbiano la tensione del miglior thriller eh, ma a meno che tu non sia Sorkin e Fincher e non stia facendo The Social Network – beh – è meglio che cambi direzione. A questo aggiungete che le scene di tensione nel sottomarino sono girate semplicemente da cani: non c’è mai claustrofobia, non c’è mai un campo minimamente largo che permetta di sentirsi davvero dentro quella scatoletta pressurizzata. Quello che si vede è una quantità infinita di primissimi piani e mezzi busti: certo, convogliano tutta l’attenzione sui personaggi, ma (punto primo, ricordate?) quei personaggi vorresti metterli in un angolo e dare loro schiaffi dalla mattina alla sera. Ecco allora che quando uno dei protagonisti rischia la vita (il navy seal appeso alla boa, quinto episodio), vedi la francesina che piange e ti viene da dire: “amica francesina, tu puoi permetterti proprio tutto, ma a me di quello non frega niente. Niente”.

E dire che l’idea di Last Resort rimane ottima e qualcosa di valido c’è: prendete la quinta puntata e la trattativa on the beach tra il comandante e i politicanti arrivati da Washington. Non si può dire che non funzioni, anzi. Peccato che poi ci siano quegli intermezzi nel cazzo di sottomarino che dovrebbero farti strizzare dalla tensione e invece ti fanno venire voglia di controllare la posta sul telefono.

Quindi sì, per quanto mi riguarda Last Resort si sta rivelando una delusione cocente. Comunque continuo a guardarlo, anche perché di roba nuova valida non c’è praticamente nulla. E dire che ero partito con le migliori speranze, ma il fallimento mi pare piuttosto evidente. Su Serialmente però dicono che è tipo la serie dell’anno, “un frullato di idee vincenti”. Boh. Magari è così e la sesta puntata mi stenderà. O magari abbiamo perversioni differenti.

 



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