5 Maggio 2011 3 commenti

Friday Night Lights di Marco Villa

La serie sul football che parla poco di football

Ci sono i telefilm. E ci sono quelli adolescenziali. Perché non sono la stessa cosa, ma una categoria a parte, forse quella che più divide insieme alla fantascienza.
Poi ci sono i telefilm adolescenziali belli e quelli brutti. Di nuovo, si tratta di veri e propri generi differenti. Perché, volete forse confrontare la meraviglia di Skins (quello degli inizi almeno) con la nullità di Hellcats? È evidente che si tratta di pianeti differenti, non solo a livello di qualità, ma anche per impostazione, linguaggio, livello del discorso.
Alcuni ti parlano come se fossi uno spettatore consapevole, altri ti trattano come un povero imbecille.
Friday Night Lights
è una serie tv adolescenziale bella. Dove per adolescenziale si intende che parla di ragazzi.
Capita adesso la necessità di tutto il cappello?

Adattata da Peter Berg da un film, a suo a volta adattato da un libro, racconta per cinque stagioni le vite di un gruppo di persone che ruotano intorno al football liceale, in una città che vive solo per il football liceale. “Due palle, ma io di football non capisco niente”. Nemmeno io, anche se ormai ho capito che se ti placcano, ma resti in campo, il cronometro non si ferma. Se invece riesci a raggiungere la linea laterale, il tempo si blocca. A parte queste scene di vita vissuta, è bene chiarire subito che il football ha un ruolo fondamentale nella serie, rappresentando una delle poche costanti lungo le cinque stagioni, ma non è assolutamente protagonista. Anzi, man mano che si avanza nella serie, perde sempre più minutaggio all’interno delle puntate, fino a diventare semplicemente il motivo per cui un po’ di personaggi stanno insieme e sudano. Quello che non cambia è lo stile delle riprese – di taglio documentaristico – e l’approccio alla messa in scena e alla direzione degli attori, lasciati quasi sempre liberi di ampliare e tagliare battute e movimenti.



Tutta la vicenda ha come collante il coach della squadra, Eric Taylor. Personaggio carismatico e affascinante, capace di incarnare le classiche caratteristiche del burbero&paterno, senza però scadere nello stereotipo. Attraverso i suoi occhi e quelli della moglie Tami, entriamo nel mondo delle scuole superiori di Dillon, Texas, paesino inventato ma che porta con sé tutto il peggio dell’America meridionale. Ogni stagione segue una stagione (ma dai) di football: parte da agosto e arriva a dicembre, poi salto di otto mesi e si riparte. Uno schema ferreo, che ha permesso agli autori di gestire a loro piacimento tutti gli intrecci. Pur essendo sempre legata agli eventi sportivi, Friday Night Lights non è mai uguale a se stessa e questo è dovuto in gran parte alla possibilità di fare avanti veloce nei tempi morti. La coppia perfetta di dicembre, ad agosto dell’anno dopo potrebbe essere scoppiata e il grande protagonista della stagione appena conclusa potrebbe iniziare quella nuova con una gamba fratturata e le conseguenti tragedie.

Un altro aspetto importante della scrittura è legato al fatto che si parla di football liceale. Ora, i giocatori di football professionisti americani sono tra le persone più pagate della Terra e, per questo, diventano dei semidei. I ragazzi che giocano a Dillon li prendono come punto d’arrivo e, in una città letteralmente ossessionata dallo sport, iniziano già a diciassette anni a essere riconosciuti per strada e sentire le attenzioni riservate alle star. L’aspetto splendido – a livello narrativo – risiede nel fatto che, mentre a quelli della NFL (National Footbal League) bastano due mesi di lavoro per essere a posto per la vita, quelli di FNL (Friday Night Lights), non hanno nemmeno iniziato a guadagnare e molto probabilmente non guadagneranno mai con il football. Pur essendo degli eroi pieni di ragazzette pronte a offrirsi e di persone che offrono loro da mangiare, i giocatori di Dillon sono figure fondamentalmente tragiche, sospese. Camminano su un filo, anzi corrono su un filo, con tanto di armatura: finché il filo tiene, nessuno li ferma. Quando il filo giunge al termine, loro iniziano a cadere. E di colpo si trovano privi delle protezioni concrete e di quelle metaforiche. Da un giorno all’altro, passano dall’essere sulla bocca di tutti all’essere quelli che servono le bocche di tutti in un fast food. Basta che passi il tempo del liceo o che un placcaggio sbagliato ti spezzi la schiena.
Basterebbe questa situazione a rendere brillante la narrazione di Friday Night Lights. In più ci sono personaggi capaci di catturare e avvincere. La coppia già citata in precedenza, ma anche il predestinato Smash Williams, il loser Tim Riggins o il ragazzo del ghetto Vince Howards. O ancora, tutti i personaggi femminili, capaci di incarnare una voglia di riscatto che non è solo generazionale, ma anche di genere e sempre in grado di arrivare alle risposte giuste prima degli uomini.

Raccontando di una scuola superiore, ovviamente c’è il problema del ricambio generazionale. Altro punto di forza: FNL non ha avuto paura di cambiare, rinunciando gradualmente a molti dei personaggi storici per inserirne di nuovi. La forza è stata nella capacità di mantenere legami con quelli che se ne sono andati, riuscendo a inserirli nei momenti giusti del macroracconto. In questo modo – e grazie all’uso di location reali – Dillon è diventata una cittadina del tutto credibile. Un posto vivo, in cui la gente viene, va e ritorna. Un posto in cui non andrei mai ad abitare, ma in cui probabilmente ho già passato molti giorni della mia vita. Come voi, del resto. Perché in ogni paese, quartiere o comunità c’è un Buddy Garrity.



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