25 Gennaio 2018 7 commenti

Disjointed: Non è tutto rose e fiori sul fronte hippie (e nemmeno su Netflix) di Antonio Firmani

Non è tutto rose e fiori sul fronte hippie

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Disjointed è una sit-com originale Netflix, prodotta da Warner Bros Television e ideata da quel gran marpione che è Chuck Lorre insieme con David Javerbaum.

Chuck Lorre non ha certo bisogno di presentazioni: produttore, sceneggiatore, regista e persino compositore, è la mente dietro show di enorme successo come The Big Bang Theory (e il recente spin–off The Young Sheldon), Due Uomini E Mezzo, Dharma & Greg, Mom (e chi più ne ha più ne metta), qui alla prima collaborazione con Netflix. Come nella migliore tradizione comedy, gli episodi durano 20 minuti, sono interamente in interni e hanno le risatine finte registrate in sottofondo. La messa in onda della sitcom è stata suddivisa da Netflix in due trance da 10 episodi. La prima è andata in onda lo scorso 25 agosto e la seconda è arrivata il 12 gennaio a chiudere la serie. Facciamo allora un po’ il punto su questa prima stagione.



Disjointed

Anzitutto c’è da dire che quello di Chuck Lorre non è l’unico grosso nome coinvolto nel progetto: punta di diamante di un cast altrimenti scialbo è Kathy Bates vincitrice di due Golden Globe e di un Oscar per l’indimenticato ruolo di Annie Wilkes in Misery non deve morire, nonché volto ricorrente delle ultime stagioni di American Horror Story.
In Disjointed interpreta Ruth, una che negli anni ’70 era una hippie convinta, ferma attivista per la legalizzazione delle droghe leggere, e che a distanza di 40 anni ha aggiustato di poco il tiro. Lo show si svolge interamente nel Ruth’s Alternative Caring, un negozio un po’ sui generis in cui, previa ricetta medica, è possibile acquistare erba e fumarla in loco. A completare il cast il resto del personale e qualche cliente.

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La trama è più o meno tutta qui. A differenza di molte delle serie brillanti create da Lorre, questa sembrerebbe mancare di mordente. Dopo aver visto il pilot in molti abbiamo pensato che forse eravamo stati abituati troppo bene, e che comunque le premesse di Disjointed erano interessanti e la serie meritava una seconda chance. Purtroppo, dopo 20 puntate di questa prima stagione e per quanto la sit-com segua pedissequamente (forse troppo) le regole di genere, la serie risulta scialba, le puntate sono piene di gag e di giochi di parole di dubbio gusto, non c’è quasi mai un vero caso di puntata, come nel pilot, e quando c’è quasi ti penti di averlo invocato.
Fra una scena e l’altra a volte ci sono degli intermezzi assolutamente privi di nessi logichi con la trama, e soprattutto (e forse è questa la cosa veramente più difficile da reggere) c’è un grosso problema di argomenti: in questa serie si parla sempre e solo del fatto che ci si è appena fatti un cannone e che adesso si è troppo strafatti. Tutto il tempo, ve lo giuro, il 100% delle puntate, un record straordinario.

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La sigla invece è una delle cose più interessanti: le immagini (in bianco e nero) sono tratte da Reefer Madness, un film del 1936, bigotto e filogovernativo in cui i giovani venivano rappresentati esageratamente in preda alla marijuana. Del resto l’eco del proibizionismo arrivava ancora forte e chiaro nell’America di quegli anni.
Altra nota lieta di Disjointed sono Dank e Dabby, interpretati rispettivamente da Chris Redd e Betsy Sodaro. I due fattoni, clienti fissi del Ruth’s Alternative Caring che di professione fanno proprio i fattoni, ma lo fanno su YouTube e vanno pure forte, nella loro demenzialità e nel loro essere completamente fuori di testa diventano i due personaggi più a fuoco insieme a Kathy Bates.

Ma il problema rimane: pur essendo una sitcom classica, Disjointed ci fa ridere poco, e ci lascia un po’ di amaro in bocca perché questa season one sa di occasione sprecata, sia per il binomio Chuck Lorre-Netflix, sia per il tema trattato, che in un’America sempre più trumpiana che retrocede a mo’ di gambero verso un oltranzismo reazionario avrebbe potuto offrire un ottimo spunto di riflessione.

P.s. No, non ve lo faccio il paragone con Weeds. La serie di Jenji Kohan è stata un grande esempio di black comedy, conquistando critica e pubblico. Le voglio troppo bene per accostarla a Disjointed, non me ne vogliate.

Perché seguire Disjointed: probabilmente se la guardate dopo aver fumato da ridere.
Perché mollare Disjointed: in tutto il resto del tempo annoia.

 

 

 



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