8 Giugno 2018 5 commenti

Succession – La versione HBO di Dynasty di Marco Villa

Un impero mediatico e la famiglia che lo controlla: Succession è la storia di come le dinamiche di lavoro e quelle famigliari non siano poi tanto diverse

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Esercizio sempre interessante: prendere una storia e provare a immaginare come verrebbe raccontata da diversi autori o su diversi media. Esercizio un filo più nerd: prendere una storia e e provare a immaginare come cambierebbe su diversi canali televisivi. La storia in questione è quella di una ricca famiglia che deve gestire affari e relazioni: Dynasty non ha bisogno di presentazioni al riguardo, mentre invece merita più di qualche parola Succession, nuova serie di HBO.

Succession è in onda dal 3 giugno su HBO, creata e scritta da Jesse Armstrong, autore inglese che ha in The Thick Of It uno dei suoi titoli più rappresentativi. Armstrong è cresciuto nel mondo delle comedy, ma Succession è drama al 100%: protagonista della vicenda è la famiglia Royco, che ha nel patriarca Logan (Brian Cox) il centro di tutto. Logan ha 80 anni ed è prossimo a lasciare il suo impero mediatico nelle mani del figlio Kendall (Jeremy Strong), quello che tra i quattro eredi ha dimostrato maggiori capacità manageriali. La successione del titolo è questa, peccato che Logan non riesca a rassegnarsi all’idea di diventare un pensionato e decida di mettere in piedi una sorta di grande inganno ai danni di Kendall, usando gli altri figli come pedine per bloccare proprio la successione.

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Potere, intrighi, malumori, dissapori famigliari: niente di nuovo, da Shakespeare in giù, quello che conta è il tono e lo stile con cui tutto questo viene raccontato. Succession sceglie un approccio asciutto, che non cede mai al melodramma e si tiene ben lontano da qualsiasi tentazione soap. La dichiarazione d’intenti arriva già dalla regia di Adam McKey (SNL, Eastbound & Down e The Big Short come regista, più una lista infinita come producer), che sceglie un’estetica indie con camera a mano e un uso quasi disturbante dello zoom. Una regia che procede a scatti, a rendere visivamente gli sbalzi nervosi dei personaggi, che vivono senza stacchi la propria vita lavorativa e quella personale.

Nel momento in cui l’azienda è la famiglia (e viceversa), saltano infatti tutte le differenze tra come si gestiscono i rapporti personali e quelli lavorativi: il patriarca gestisce tutti in maniera manageriale, mettendo un figlio contro un altro come se fossero semplicemente dei sottoposti. A soffrire maggiormente di tutto questo è Kendall, l’unico figlio che prova davvero a far parte dell’azienda e a pensare a un futuro all’interno di essa. Jeremy Strong è bravissimo a rendere le ansie e le paranoie del suo personaggio, uno che, dopo aver scoperto di dover rinunciare al posto di comando, va in bagno e sfascia tutto, ma prima di uscire si preoccupa di raccogliere i cocci e di buttarli con ordine nel cestino.

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Il pilot di Succession parte come racconto della gestione di un’azienda e finisce con un ritmo thrilling applicato a dinamiche famigliare, riuscendo a trovare senza fretta il proprio ritmo e lasciando lo spettatore ampiamente coinvolto al momento dei titoli di coda. Se la parte famigliare dimostra già di essere a fuoco e con un tono ben preciso, resta da capire che peso avrà il versante finanziario, quello legato al futuro dell’azienda. Resta da capire, insomma, quanto sarà Billions e quanto sarà dramma di famiglia. Al momento, le sensazioni sono molto buone.

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