7 Settembre 2018 5 commenti

Kidding: l’atteso (e grande) ritorno di Jim Carrey di Diego Castelli

Kidding riunisce Michel Gondry e Jim Carrey per un racconto malinconico e struggente, che promette tantissimo

Copertina, Pilot

Kidding (11)

QUALCHE SPOILER SUL PILOT

L’aspettativa per Kidding, nuova serie di Showtime creata da Dave Holstein (al primo progetto importante e personale dopo una certa gavetta, tipo in Weeds), era tutta legata al ritorno di Jim Carrey. Ok, un po’ anche alla regia di Michel Gondry, il cui nome però parla a una nicchia più ristretta di cinefili, mentre Jim Carrey, beh, è Jim Carrey.
E la questione è che Jim Carrey è ormai parecchio tempo che ha smesso di essere “Jim Carrey”.
I tempi di Ace Ventura e Scemo e + Scemo sono ormai storia antica, come storia antica sono i primi esperimenti col drammatico (o col dramedy, se vogliamo usare una parolaccia) con cui la gente, andando a vedere The Truman Show o Man on the Moon, diceva “però, sto Jim Carrey non sa fare solo lo scemo”.

Nel corso degli anni, con un’accelerata negli ultimi mesi in concomitanza con l’uscita del bellissimo documentario Jim & Andy, la figura pubblica di Carrey è cambiata: il comico canadese ha parlato apertamente di periodi di depressione, di disagio esistenziale, e ha cominciato a costruirsi intorno, con gradi indecidibili di consapevolezza, una figura più eterea, da vecchio saggio, da uomo di mondo che ha ottenuto tutto quello che voleva, ha scoperto che per la fecilità non era abbastanza, e ora viene a dircelo mettendo da parte le maschere surreali di inizio carriera, in nome di un volto più sincero di cui però non potremo mai essere del tutto sicuri, proprio perché Jim Carrey, come il suo idolo Andy Kaufman, sembra prigioniero di una specie di recitazione perenne, tanto affascinate quanto misteriosa.

(Non piazzo un punto fermo da tipo otto righe, chiedo scusa.)

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È con questo Jim Carrey nella mente che ci siamo avvicinati a Kidding, una serie che quindi prometteva molto, anche se non sapevamo esattamente cosa. E il primo episodio non ci ha deluso, anche se è evidente che lo show merita fiducia, perché molto fa vedere, ma è ancora di più ciò che c’è da scoprire.

La trama è presto detta: Jim Carrey (che non è al debutto seriale, perché il suo primo ruolo da protagonista fu proprio in una sitcom, The Duck Factory, nel 1984) interpreta Jeff, nome d’arte Mr. Pickles, autore e protagonista del più famoso programma per bambini d’America. All’inizio del pilot lo vediamo ospite da Conan O’Brien insieme a Danny Trejo, un modo fantastico per presentarci questo mondo parallelo in cui è tutto uguale alla realtà in cui viviamo, tranne che in questo caso Jim Carrey non è Jim Carrey, bensì una fusione fra Paolo Bonolis, Giovanni Muciaccia e il pupazzo Dodo de L’albero azzurro, tutto elevato all’ennesima potenza.

Jeff è reduce da un lutto: meno di un anno fa un incidente d’auto gli ha portato via un figlio, risparmiando la moglie e il gemello del ragazzino, che erano in macchina con lui. Un duro colpo per Jeff, che per superare il lutto vorrebbe poterne parlare in tv, raccontando ai bambini della morte delle persone care. Ma suo padre, produttore dello show interpretato da Frank Langella, non vuole: Mr. Pickles è un simbolo, un’icona, e la vita di Jeff, seppur conosciuta da tutti gli spettatori, non può mescolarsi a quella del suo personaggio, una macchina da soldi che ne trarrebbe senza dubbio danni incalcolabili.

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Tutto il sugo di Kidding sta in questa tensione, di cui parlavamo anche qualche giorno fa su instagram (con che eleganza vi sto consigliando di diventare nostri follower se non l’avete già fatto…).
Non è certo una novità seguire le vicende di personaggi colpiti da traumi. Solo che di solito chi ha subito il trauma non è in grado di superarlo, e tutto intorno ha amici e parenti che cercano di aiutarlo. Qui invece accade il contrario: Jeff non ha ancora superato il trauma della perdita del figlio, ma vuole farlo e crede di sapere come. Ha bisogno di trasformare quella morte in qualcosa di più alto, di darle un senso, così che non vada sprecata. Il mondo intorno a lui, però, glielo impedisce. Lui è Mr. Pickles, e Mr. Pickles non parla di bambini morti. Punto.

Basta poco per rendersi conto che questa tensione si accumulerà (anzi, si sta già accumulando) fino a raggiungere un punto di non ritorno oltre il qualche non è possibile fare alcuna previsione. Già nel pilot, naturalmente, vediamo espliciti segnali di questa futura esplosione: una cassetta della posta distrutta, una rapata di capelli come ribellione alla gabbia (anche visiva, stilistica) del proprio personaggio, ecc ecc.

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Sembra palese, insomma, che Jim Carrey abbia trovato il progetto perfetto per questo suo specifico momento storico: Kidding racconta dello showbusiness, ma più in generale delle maschere che portiamo ogni giorno, imposte dalla società, da noi stessi, dalle nostre famiglie. Non mette in scena personaggi “cattivi”, almeno non per ora, ma proprio per questo sottolinea il carattere subdolo di un mondo che ci chiede sempre di sembrare ciò che non siamo, anche quando vorremmo concentrarci su cose davvero importanti, che per gli altri sono un tabù.

Quale attore migliore, dunque, di uno che per anni è stato chiamato “faccia di gomma”, come se fosse un uomo fisicamente privo di volto, capace di (obbligato a) assumere qualunque identità, tranne la sua. Kidding, che ha questo titolo così leggero e soave per raccontare di una tribolazione personale e violentissima, descrive proprio questo, la necessità di una riappriopriazione personale, la ricerca di un sé che è andato perduto, o forse non c’è mai stato, in uno scenario hollywoodiano che è la patria mondiale del fake e del posticcio.

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Questo almeno è quello che ci viene da pensare guardando il pilot, che ovviamente è ancora qualche passo indietro a quel traguardo.
Ma se anche siamo in una fase preparatoria, quella tensione pervade ogni scena. C’è la recitazione di Carrey, ovviamente, aggrappato a una gentilezza quasi compulsiva che nasconde un feroce desiderio di ribellione e, perfino, qualche risvolto inquietante. Ma c’è più in generale un tono continuamente oscillante fra dramma e commedia, in cui convivono le malinconie di Jeff, i pupazzi colorati, e improvvise scosse di comicità anche bassa, triviale, perfino volgare, concepita per essere una macchia untuosa dietro le quinte del lavoro perfettino e precisino di Mr. Pickles.
In questo la regia di Gondry è molto efficace, attentamente misurata per mescolare toni e stili, perfettamente coerente col percorso del regista di Eternal Sunshin of the Spotless Mind, che dalla sua esperienza coi videoclip ha anche ricavato grande attenzione ai dettagli e alla musica. Forse qualcuno si sarebbe aspettato qualche guizzo anche più esplicito, ma per quello c’è tempo: non dimentichiamo che stiamo parlando di una serie tv, e quindi anche per lui, come per Jeff, c’è ancora tempo per esplodere.

Perché seguire Kidding: al di là che è una serie ben scritta e ben girata, che promette molto, sembra perfetta per raccontare lo stadio attuale di quel fenomeno medial-misterioso che è Jim Carrey.

Perché mollare Kidding: è una comedy ma non lo è, è Jim Carrey ma non lo è. E questa voluta indecisione può risultare difficile da digerire.

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