26 Settembre 2018 15 commenti

Manifest: c’è sempre tempo per una nuova Lost, pure quando è parente lontana di Diego Castelli

In cerca di un guilty pleasure? No perché Manifest è un guilty pleasure

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Durante il week end precedente la scrittura di questo articolo (lo dico per i serialminder che dovessero arrivare qui in futuro) stavano tutti a parlare di Maniac, ma né io (all’estero) né il Villa (impegnatissimo per lavoro) siamo riusciti a vederla per intero, rimandando così la recensione di qualche giorno, in attesa di avere un quadro completo.
Il che, appena tornato dall’aeroporto, ha imposto la scelta di un pilot rapido e facile, così da poter scrivere qualcosa che non implicasse la visione di troppi episodi. E quando mi sono ricordato che aveva debuttato Manifest mi si sono illuminati gli occhi: una nuova Lost? Fatemela vedere subito!

Ora, Lost è finita a maggio 2010, una vita fa, e da quel momento (ma in realtà pure un po’ prima) la tv generalista ha sempre cercato di trovare la sua erede. E non se n’è mai capito bene il motivo peraltro, considerando che Lost, a conti fatti, non è stata un mostro di ascolti.
Ma era Lost. E anche se oggi la voce di chi ne critica le ultime stagioni e soprattutto il finale è parecchio forte, Lost rimane Lost. Una delle poche serie-spartiacque, che segnano un prima e un dopo, per meriti suoi ma anche per ragioni di contesto: di fatto, giusto per dirne una, fu la prima serie scaricata in massa in tutto il mondo, diventando simbolo di un cambiamento culturale e tecnologico, dell’ossessione seriale collettiva e globale di chi avrebbe veduto la propria madre pur di non rimanere indietro.

Manifest (5)

Forse è per questo, per l’eco lunga di quel fenomeno irripetibile, che le generaliste americane ancora ci provano, a replicare Lost. Non ce l’hanno mai fatta, naturalmente, un po’ per incapacità di costruire qualcosa di altrettanto ficcante, e un po’ perché semplicemente non è più il momento adatto. Eppure non possiamo negare che c’è ancora un piacere perverso nell’approcciare una serie che si porta dietro il bollino di “nuova Lost”, un marchio maledetto che impone paragoni inarrivabili e crea delusione immediata, ma che comunque crea una sorta di aspettativa, un friccicore, una tiepida nostalgia.
Tanto più che, in alcuni casi, il rimando è pure così palese che bisogna certamente denunciare la ripetitività, ma anche applaudire la costanza.

Il caso di oggi è quello di Manifest, nuova serie tv di NBC prodotta da Robert Zemeckis e creata da Jeff Rake (già padre di The Mysteries of Laura e con le mani in pasta in molte serie più o meno recenti come Cashmere Mafia, Bones, The Tomorrow People). Manifest è palesemente una figlia di Lost, appartenente a quella specie di sottogenere fatto di mistero, cast corale, drammoni filtrati dal soprannaturale/fantascientifico e, se possibile, un bell’aereo!
Il richiamo più evidente di Manifest alla vecchia serie sui naufraghi sta proprio qui: i protagonisti sono tutti su un aereo, un volo 828 (invece di 815) che anche in questo caso scompare dai radar. Attenzione però, perché qui non precipita nessuno, e non ci sono isole. L’aereo arriva sano e salvo e destinazione, con appena un po’ di turbolenza verso metà volo. E allora dove sta il problema? Semplice, sono passati cinque anni dal momento della partenza.

Ecco qui il concept semplicione e acchiappaspettatori: un gruppo di persone che viaggia nel futuro senza neanche saperlo, e che si ricongiunge con un mondo di parenti, amici e colleghi che aveva perso ogni speranza. E da qui, come da manuale, partono tante storie continuamente intersecanti, che mescolano il drama puro (ragazze che ritrovano gli ormai ex fidanzati finite con le migliori amiche, ragazzini che trovano le sorelle gemelle invecchiate di cinque anni, padri alle prese con figli cresciuti e traumatizzati) con il mystery altrettanto puro, venato della giusta dose di complottismo (che diavolo è successo all’aereo e ai suoi passeggeri?).
Manifest (2)

Molti critici americani hanno parlato assai male di Manifest, che però ha fatto registrare ottimi ascolti. Che caleranno eh, come quasi sempre accade, ma intanto li ha fatti, e tante serie non riescono a fare neanche quello. E quindi com’è la faccenda?
Da una parte siamo certamente lontani dalla qualità visiva e interpretativa di tanti show che solitamente elogiamo qui a Serial Minds, quelli che si rimpallano i premi e che in questi anni, quasi inevitabilmente, appartengono o ai canali cable (HBO, Showtime ecc), o alle nuove piattaforme di streaming (Netflix, Amazon e via dicendo). È ormai da tempo che la tv generalista americana, con poche felici eccezioni, fatica a imporre nuove strade e linguaggi, come ancora faceva proprio ai tempi di
Lost (e di House, di Desperate Housewives).
In questo senso, Manifest fatica a spiccare, perché ha una messa in scena ordinaria, interpreti dignitosi ma  mai eccezionali (voglio dire, c’è pure il Principe Azzurro di One Upon a Time), e scivola su alcune facilonerie colpevolmente ingenuotte agli occhi dei serialminder un minimo smaliziati (i personaggi sentono la propria voce dal futuro che gli ordina di fare cose: quando il Villa vede sta roba butta giù il divano dalla finestra per protesta).

Manifest (3)

Allo stesso tempo, però, della serialità generalista – strutturalmente, profondamente, orgogliosamente generalista – ci sarà sempre un po’ bisogno. Perché non si può guardare sempre e solo roba densa, autoriale, piena di dettagli, in cui conta anche la più minima sfumatura, senza la quale non si capisce niente. E non può essere che l’unica alternativa a quella consapevole pesantezza sia la comedy. C’è anche bisogno (ognuno decida in che dosi) di serie semplicemente dignitose, che stimolino un po’ il cervello, ma senza per questo costringerlo a un lavoro più intenso di quello che già fa dalla mattina alla sera. Soprattutto, ci sarà sempre bisogno di serie tv che assolvano a una sola, principale funzione, cioè quella di farti venire voglia di vedere la puntata successiva. E in questo Manifest funziona, soprattutto grazie a un finale di pilot che non dettaglio per evitare spoiler, ma che riesce a dare la sensazione di un futuro realmente incerto, dove può succedere un po’ di tutto. O meglio, abbiamo un’idea di dove si potrebbe andare a parare, ma non ne abbiano la certezza, e la cosa ci logora piacevolmente.

A fine stagione, quasi certamente, Manifest non sarà fra le serie dell’anno, forse neanche fra le serie del mese. Ma al contrario di tanti prodotti semplicemente brutti, di cui non ti importa niente dopo cinque minuti, qui molti spettatori avranno voglia di sapere come va a finire. Se gli autori riusciranno a non sprecare quest’unica, semplice qualità, per Manifest andrà già bene così.

Perché seguire Manifest: ogni stagione ha il suo guilty pleasure, e Manifest potrebbe essere quello di fine 2018, specie se siete orfani di Lost.
Perché mollare Manifest: è una serie generalista che non punta a essere altro. Se voi guardate sempre e solo l'”altro”, qui non lo trovate.

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