28 Giugno 2019 1 commenti

Tales of the City: Netflix racconta la comunità queer di San Francisco di Marco Villa

Tales of the City di Netflix è la storia di una comune queer di San Francisco attraverso i decenni

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Entrare in Tales of the City è entrare in un mondo a parte, con personaggi e vicende codificate da tempo, raccontate prima in una serie di libri, poi in diverse miniserie tv nel corso di oltre 20 anni. Per questo, diventa complicato parlare di questa ultima miniserie Netflix tratta dalle opere di Armistead Maupin, uno che – con un nome così – non poteva non diventare scrittore.



Tales of the City è il titolo del primo di un ciclo di romanzi che Maupin ha ambientato al 28 di Barbary Lane, indirizzo immaginario di San Franscisco dove sorge una gigantesca casa d’altri tempi che, nel corso dei decenni, ha fatto da comune per un gruppo di personaggi che negli anni ‘70 venivano additati come freak e che oggi hanno finalmente la possibilità di rivendicare ciò che sono. San Francisco è da sempre una città simbolo della diversità e Tales of the City, in questo senso, è la storia più San Francisco che possa esistere. La miniserie di Netflix, disponibile dal 7 giugno sulla piattaforma e curata da Lauren Morelli di Orange Is The New Black, è il quarto e ultimo capitolo degli adattamenti televisivi tratti da Maupin: iniziati nel 1993, sono proseguiti cambiando rete e attori, ma con l’eccezione di Laura Linney e Olympia Dukakis, che tornano a interpretare i personaggi di oltre 25 anni fa. Dicevo: faccenda complicata da spiegare, perché il mondo televisivo di Tales of the City è del tutto inedito in Italia, dal momento che finora niente è stato distribuito da noi.

E come se non bastasse, questo Tales of the City è l’ultima parte della storia, quella in cui Anna Madrigal (Dukakis), il personaggio che da sempre è anima di questa comunità, arriva al traguardo dei 90 anni. Per festeggiarla tornano a San Francisco quelli che da tempo si sono allontanati, compresa Mary Ann (Linney), che ha lasciato il gruppone per inseguire una carriera da intrattenitrice televisiva e sposare un manager che non potrebbe essere più lontano da quel mondo. Oltre a lei, ci sono i giovani, tra cui Shawna (Ellen Page) e vari comprimari che compongono un quadro esaustivo di cosa significhi la parola queer nel 2019.

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Non sto tanto a entrare nella trama, avrebbe poco senso: quel che conta è che Tales of the City può essere visto anche senza conoscere tutto il background. Si ha la sensazione di perdersi qualcosa, di avere davanti agli occhi un’opera complessa a cui non si riesce a prestare la dovuta attenzione, ma la visione resta comunque godibile, grazie a personaggi che – per quanto emblematici – non sono caricature e grazie anche a ottimi interpreti. Quella di Tales of the City è la storia di una famiglia, con difficoltà, scontri e riavvicinamenti tipici del genere. In America è una sorta di classico letterario e televisivo, da noi è una novità assoluta. Anche solo per questo, un’occhiata la merita sicuro.

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