24 Settembre 2019 2 commenti

Criminal: Netflix e il crime che è un doppio esperimento di Marco Villa

Criminal di Netflix è una serie crime diversa dalle altre, perché inizia, si sviluppa e finisce tutta nella stanza degli interrogatori

Copertina, Pilot

Nell’epoca dei grandi investimenti televisivi, mi si nota di più se metto in piedi serie spettacolari con location pazzesche e investimenti incredibili o se riduco tutto all’osso e non esco mai da una stanza? Ovviamente la logica fa propendere per la prima ipotesi, ma anche la seconda ha un suo innegabile fascino. Ed è quel fascino che caratterizza Criminal, nuova serie di Netflix disponibile dal 20 settembre.

Criminal è una serie, ma in realtà sono quattro serie. Ovvero il concept è lo stesso, declinato però in quattro diversi paesi: Regno Unito, Spagna, Francia e Germania. E il concept è semplicissimo: raccontare un interrogatorio di polizia, in particolare l’interrogatorio decisivo per far crollare un sospettato. Non c’è prima, non c’è dopo, perché tutto nasce, si sviluppa e si esaurisce in tre ambienti comunicanti: la stanza degli interrogatori, la stanza gemella che affaccia sulla prima “attraverso lo specchio” e il corridoio da cui si accede ai due ambienti. Fine. 

Quando inizia una puntata di Criminal, noi non sappiamo niente di vittime, reati, accuse, ma nemmeno della persona seduta sulla sedia che scotta. Sono gli scambi di battute tra inquirenti e sospettati a portare lo spettatore all’interno della storia e a metterlo già nella condizione di assistere allo scontro finale. La confessione del colpevole è il punto di arrivo e l’obiettivo di tutti i polizieschi, ma in Criminal è anche il punto di inizio. Unità di tempo e spazio valorizzate al massimo, insomma.

Va da sé che, togliendo tutto quello che può essere tolto, ogni elemento deve rendere al meglio: scrittura, recitazione e messa in scena. E in Criminal è così. La scrittura sa alternare cambi di ritmo nei botta e risposta, riuscendo a inserire tutti i dettagli di cui lo spettatore ha bisogno, ma senza mai mettersi a fare la lezioncina alla lavagna per paura che qualcosa sfugga. Quegli stessi cambi di ritmo sono sostenuti da una regia altrettanto attenta a variare tra panoramiche impossibili (dov’è la camera? Lo specchio in realtà è un green screen?) e zoom a stringere lentissimi sui volti dei protagonisti. 

Ecco, i protagonisti: in Criminal c’è un cast fisso composto dagli attori che interpretano i poliziotti, mentre il sospettato di turno è una guest star di peso, che di fatto porta sulle spalle la responsabilità della puntata. Negli episodi che abbiamo visto di Criminal UK, la recitazione è perfetta: tanto nel David Tennant minimale dell’episodio pilota, quanto nella Hayley Atwell sopra le righe della seconda puntata. Ed è evidente che dagli interpreti dipenda gran parte della riuscita delle puntate, che non hanno legami l’una con l’altra, fatta salva una storyline molto esile che porta avanti le vicende personali dei poliziotti di quel particolare distretto, trama pure questa lavorata tutta per sottrazione. Dovendo cercare un riferimento, viene in mente In Treatment, ma giusto per la modalità narrativa.

Criminal è un esperimento, una deviazione laterale sul tema delle serie crime e anche un salto in avanti a livello produttivo, perché per la prima volta fa dialogare fino in fondo i comparti Netflix delle varie nazioni, raccogliendo prodotti di diversi paesi sotto un unico cappello. Come ogni esperimento, porta a dividere i pareri in modo netto: o si accoglie pienamente lo spirito o si respinge il tutto. Per noi, è un sì convinto, perché Criminal è una serie coraggiosa, ma non un azzardo fine a se stesso. 

Perché guardare Criminal: per la sua doppia natura di esperimento

Perché mollare Criminal: perché è una serie di gente che parla in una stanza

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