22 Ottobre 2019 14 commenti

Watchmen 1×01: la serie più rischiosa parte col piede giusto di Diego Castelli

Forse lo show più atteso dell’anno, firmato da uno degli sceneggiatori più amati e più odiati

SPOILER SULLA PRIMA PUNTATA E SOLO SU QUELLA

Nei giorni scorsi mi avvicinavo alla prima puntata di Watchmen, e alla relativa recensione, con un po’ d’ansia. Sai, quelle cose “così grosse”, nel bene o nel male, che ti spingono a cercare di scrivere recensioni che siano altrettanto “grosse”, in termini di qualità se non di quantità. Tanto più che diversi amici e colleghi avevano già pubblicato articoli dopo aver visto i primi 5 episodi in anteprima, cosa che noi abbiamo evitato di fare non perché non ce li abbiano dati, ma per una pura gioia spettatoriale: per una volta che posso evitare il binge watching, lo evito!

Quindi insomma, siamo al momento fatidico. Puntata vista, al momento 23:35 di sera, e bisogna dire un sacco di cose intelligenti su una delle serie più attese dell’anno.
Facciamo così. Facciamo che per evitare l’ansia da prestazione parliamo di questo pilot non come fosse la pietra angolare di un anno di serialità, ma come se fosse il primo episodio di una serie tv. Che roba ardita, eh?
Prima però, la premessina fumettistica bisogna farla.



Premessina fumettistica
Cercare di dire in poche righe cosa sia e cosa abbia rappresentato Watchmen è praticamente impossibile. Per chi non la conoscesse, comunque, stiamo parlando di una delle opere a fumetti più importanti, influenti, osannate e celebrate del fumetto mondiale, con particolare riferimento al genere supereroistico. Ideata e scritta da Alan Moore (genio criptico e poco simpatico che ha disconosciuto la serie di HBO prima ancora di vedere un solo fotogramma) e disegnata da Dave Gibbons (che invece fa parte del team creativo della serie), Watchmen è una miniserie pubblicata fra il 1986 e il 1987 dalla DC Comics e, come detto, è un po’ una pietra miliare del fumetto.
Perché? Per tanti motivi. Il più immediato è una rilettura completamente straniante del mito del supereroe. In Watchmen ci sono uomini e donne senza poteri, ma che vogliono essere supereroi. E poi un solo tizio che i poteri li ha davvero, ma che di fare il supereroe non ha tanta voglia perché ormai è un po’ staccato dal resto dell’umanità. Una storia di complotti quando ancora non eravamo tutti complottisti, un fumetto dal sapore dichiaratamente politico ed apocalittico, un prodotto perfettamente incastrato nel suo tempo (un tempo di Guerra Fredda, di corsa agli armamenti, di instabilità effettiva e percepita, di profondi stravolgimenti culturali), ma che riesce ancora oggi a trasmettere una tensione, un senso di catastrofe imminente, che torna buono per qualunque crisi.
Watchmen ha ispirato un film di Zack Snyder molto riuscito in termini visivi, ma probabilmente troppo compresso per restituire il respiro del fumetto, ed è genitore spirituale di una miriade di prodotti non solo fumettistici. The Boys e il Joker di Todd Phillips, per dire due esempi recenti, non esisterebbero senza (anche) l’influenza di Watchmen.
Non andiamo oltre, che tanto di materiale su questo argomento in rete ne trovate quanto volete e scritto molto meglio.
Fine premessina

Quando si è venuto a sapere della Watchmen di HBO, e si sono sentite le prime parole di Damon Lindelof, capo degli sceneggiatori, io ho gioito. Altri meno, perché non hanno fiducia in Lindelof dopo il finale di Lost (come se non ci fosse “tutto il resto di Lost“, come se non ci fosse The Leftovers, voi siete matti…). Io invece ero contento perché Lindelof disse subito che la sua Watchmen non sarebbe stata una messa in scena del fumetto di Alan Moore, bensì una specie di seguito, o comunque un’opera scollegata, che sarebbe stata figlia della Watchmen a fumetti, e non un clone.
E questa per me, prima ancora di vedere il pilot, era un’idea vincente. Primo perché da un punto di vista perlomeno visivo, il film di Zack Snyder aveva già fatto vedere buone cose, non troppi anni fa. E secondo perché un fumetto come Watchmen, così capace di rompere gli schemi e di presentarsi come “nuovo” a suo tempo, non può essere trasposto “davvero” usando la stessa storia e lo stesso stile di 35 anni fa. Il paradosso (che vale in tanti casi) è che un’opera basata su Watchmen che abbia la speranza di essere importante quanto Watchmen, non può che allontanarsene almeno in parte, per calarsi meglio nel tempo presente mantenendo inalterata l’unica cosa che conta, cioè lo spirito dell’originale. Watchmen non come copione rigido da seguire, ma come ispirazione per qualcosa di, si spera, altrettanto grande.

Ora, che la Watchmen di HBO abbia lo stesso impatto culturale della miniserie a fumetti è quanto mai difficile, e di certo non si può capire dal solo pilot. Una cosa, però, bisogna dirla: che questa prima ora, pur nascendo sotto aspettative soffocanti, comunica qualcosa, qualcosa di grosso, e lascia l’impressione di essere davanti a un evento importante. E NON era affatto scontato.
Nel corso dell’episodio ci si rende conto che, almeno apparentemente, questa Watchmen è un seguito dell’originale. L’unico personaggio a tornare in carne ed ossa è Adrian Veidt, uomo di grande ricchezza e intelligenza quasi sovrumana, che vestiva i panni del supereroe Ozymandias e che qui è interpretato da un carismatico Jeremy Irons, che in effetti pare una versione invecchiata del personaggio a fumetti.
Gli altri noti caratteri (il Comico, Rorschach, Nite Owl, Silk Spectre, il mitico dottor Manhattan) sono tutti citati in vario modo, anche se ancora non ci è dato sapere quanto siano, o siano stati, “veri”.
Quello che salta agli occhi, però, è un’integrazione fra il lavoro della polizia e quelli dei vigilanti mascherati che sembra effettivamente figlia della visione di Alan Moore, che fra le sue molte genialate proponeva anche una versione in qualche modo mondana e glamour dei supereroi: non solo figure misteriose nascoste nell’ombra, ma uomini e donne in carne ed ossa che non si facevano problemi a fare e farsi pubblicità, oltre che combattere il crimine nei vicoli.

Dove la Watchmen di HBO sembra staccarsi molto, in termini narrativi e filosofici, è nell’inserimento di un nucleo tematico che nei fumetti praticamente non esisteva: la questione razziale. La Tulsa in cui è ambientata la Watchmen di HBO è una città che tre anni fa ha sconfitto la piaga del Settimo Cavalleggeri (che Sky traduce come Settimo Reggimento, forse meno arcaico ma credo pure meno corretto), un gruppo suprematista bianco che fa tanto Ku Klux Klan ma i cui membri portano una maschera di Rorschach, elemento quanto mai disturbante per chi, avendo letto i fumetti, si ricorda di un eroe strano, disturbato e violento, ma non certo suprematista bianco, e comunque diretto da un codice morale e d’onore molto forte.
Qui invece i cattivi portano la sua maschera e, dopo aver spaventato la città al punto che i poliziotti si mascherano a loro volta per non far sapere a nessuno chi sono, a distanza di tre anni dalla loro sparizione tornano ad accendere la miccia di una violenza razzista apparentemente immotivata ma senza remore.
(EDIT qui mi fanno notare che Rorschach nei fumetti era un fascista, o per meglio dire la parodia di un fascista. Verissimo, ma vi sfido a dire che fosse il cattivo del fumetto, o anche solo “un” cattivo. In questo senso, il Settimo è una storpiatura di Rorschach, un tradimento della sua – pur ossessiva – missione.)
A combatterli, fra gli altri, ci sono Angela Abar, in arte Sister Night (una Regina King che sarà davvero la regina dello show, mi si perdoni il gioco di parole) e Judd Crawford, capo della polizia interpretato da Don Johnson, unico dei suoi a non portare maschere per proteggere la sua identità.

La storia di questo pilot parte da lontano, dal 1921, quando Tulsa bruciò nel fuoco razzista del Tulsa Race Riot (uno dei peggiori episodi di violenza razziale mai registrati negli Stati Uniti), e arriva ai giorni nostri in un presente sicuramente riconoscibile, ma che sembra quasi un universo parallelo al nostro, in cui questa polizia mascherata, gestita come una setta e mescolata ai vigilanti, stride fortemente con la nostra quotidianità e ci ributta in un mondo fumettoso da cui altri elementi del racconto sembrano distanziarsi.
Ma il pregio maggiore di questo episodio, a mio giudizio, è quello di mettere insieme tre diverse necessità: un’atmosfera intrigante e non troppo spiattellata, una storia comunque solida e riconoscibile, e una certa dose di omaggio al padre nobile.

Al primo punto concorrono non solo la regia scura e magnetica di Nicole Kassell (uno dei tasselli di una squadra creativa orgogliosamente variegata in termini di genere ed etnia), ma anche la somma di tutta una serie di piccoli dettagli che non trovano immediata spiegazione, ma chiedono allo spettatore la fiducia necessaria per svelarsi con calma: dall’effettivo scopo del Settimo, al ruolo di Veidt (personaggio fondamentale del fumetto e qui per ora contenuto nel ruolo di misterioso anzianotto eccentrico), dai riferimenti a ferite sociali e culturali dolorose, ma che ancora non conosciamo, alla percezione (questa sì davvero watchmeniesca) che ci sia una qualche forza oscura che cospira ai danni della popolazione per scopi che gli eroi o presunti tali devono ancora comprendere.

Se parliamo della storia in sé e per sé, il pilot di Watchmen è sorprendentemente facile da seguire: razzisti bianchi e mascherati contro poliziotti e vigilanti, in cui spicca un’eroina nera, madre di famiglia e nemmeno giovanissima, che incarna tutto quello che un suprematista bianco potrebbe odiare. Sono linee di forza estremamente semplici, che offrono buona base per i misteri, ma che garantiscono allo spettatore un appiglio facilissimo. Appiglio che diventa ancora più forte quando, a fine pilot, proprio il personaggio apparentemente fondamentale di Judd finisce impiccato davanti agli occhi di Angela. Un espediente non per forza nuovo, nella serialità, ma che qui assume un valore particolare proprio perché Crawford sembrava rappresentare un guida sicura che tre anni fa aveva già avuto successo contro i cattivi, e che ora viene improvvisamente a mancare. Come dire, a fine pilot ci sentiamo il pavimento crollare sotto i piedi, ed è una sensazione azzeccatissima.

E se infine parliamo di omaggi, beh, ce ne sono quanti ne volete. Non è solo questione di richiamare in un modo o nell’altro gli effettivi personaggi della Watchmen originale. Si tratta invece della capacità di costruire una storia che funziona, all’interno della quale infilare un’enorme molte di riferimenti, citazioni, strizzate d’occhio che non sono “essenziali” alla comprensione, ma consentono ai vecchi fan di farsi venire i brividoni. Ritagli di giornale col nome di Veidt, tuorli d’uovo che formano abbozzati smile (il simbolo più conosciuto della miniserie a fumetti), la navicella con cui Judd insegue i nemici, in tutto e per tutto simile a quella del Nite Owl, lo schizzo di sangue che nell’ultima inquadratura finisce sulla stella dello stesso Judd, identica per forma, colore e composizione a quella che sporcava la spilletta con lo smile del Comico. Per non parlare, naturalmente, della pioggia di calamari, che è un richiamo diretto a uno degli eventi più importanti del fumetto (forse il più importante) il cui collegamento con la serie è ancora da chiarire con precisione.

Watchmen ha ancora moltissimo da raccontare, e ha tantissimo spazio per convincere o deludere. Volendo omaggiare e derivare da un’opera campale, ma desiderando al tempo stesso staccarsene, Lindelof crea un prodotto che insieme è paraculo (non si confronta direttamente con l’originale) ma allo stesso tempo rischioso, nella misura in cui sceglie di “tradire” Moore per farsene solo ispirare. Dovendo però esprimere un giudizio preliminare, a colpire favorevolmente è proprio la ricchezza di un episodio che ha dentro tantissime “cose”, tantissime suggestioni, spunti, rimandi, citazioni, percorsi di senso, sorprese improvvise e segreti da coltivare.

Non è escluso che alla fine possa deludere, che ogni spettatore e fan del fumetto senta questa o quella mancanza, che la bussola venga smarrita (chi ha visto i primi cinque episodi dice che reggono, ottimo, però ne manca quasi metà). Eppure vorremmo che tutti i pilot fossero così, così carichi di possibilità e di promesse, così solidi nella messa in scena, così ben piantati sul terreno eppure pronti ad esplodere verso chissà quale cielo. In questo è un pilot esaltante, e Lindelof si merita il riconoscimento di un coraggio, quello di aver voluto derivare da un nobilissimo padre, cercando però una strada che fosse sua, rigorosamente ancorata a un presente che magari è più ricco, o più consapevole, o comunque “diverso” dagli anni Ottanta di Alan Moore, ma in cui le tensioni sotterranee alla società occidentale sono tutt’altro che scomparse.
Il lieto fine, nella storia e per la serie, non è assicurato, ma sono strade che vale sempre la pena di percorrere.

PS: dove mettere questo pilot in classifica? Ci è rimasto in bocca uno strano sapore conflittuale, che ci dice che per ora The Boys, sorpresona di Prime Video di questa estate, è riuscita ad avere un affetto più dirompente, all’interno di un discorso di rilettura dei supereroi che, ironia della sorte, è estremamente debitore dalla Watchmen di Alan Moore (tema che meriterebbe un articolo tutto suo). Per questo, in attesa di vedere gli episodi restanti della serie di HBO, teniamo The Boys un gradino sopra, e poi vediamo che succede.



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