7 Giugno 2017 24 commenti

The Leftovers series finale: è ancora questione di fede di Diego Castelli

Bombone, forse non per tutti

The Leftovers

OVVIAMENTE SPOILER!

Sono passati più di sette anni dal finale di Lost, e ancora oggi si sente l’eco degli insulti recapitati a Damon Lindelof. A pensarci oggi, a mente fredda, era difficile arrivare a un esito diverso, qualunque fossero state le scelte degli sceneggiatori. Per sei anni Lost aveva accumulato misteri, domande e riflessioni fanta-filosofiche, la cui risoluzione, in un senso o nell’altro, avrebbe certamente finito con lo scontentare qualcuno. Lindelof, seguendo la sua sensibilità, scelse un finale che fu tacciato di banalità e zuccherosità. Che in parte era pure vero, ma se avesse scelto un’altra spiegazione “netta”, o al contrario se avesse lasciato tutto in sospeso, gli insulti sarebbero arrivati comunque.
Poi c’è anche gente che boccia sei stagioni intere di Lost solo perché non gli è piaciuto il finale, cosa che a me pare una follia assoluta, ma è argomento per un’altra volta.



Con The Leftovers, una serie su cui Lindelof ha lasciato un’impronta personale ancora più profonda che con Lost, potrebbe succedere la stessa cosa. Certo, ci sono almeno due grosse differenze: la portata globale di The Leftovers (molto inferiore a quella di Lost, che fu fenomeno mediale e di costume); e l’approccio degli autori fin dall’inizio della narrazione, da sempre consapevole della propria valenza di drama, accanto alla robusta componente di fantasy-mistery. Ma la conclusione ha effettivamente qualcosa in comune con quella di Lost: una fine che spiega molto ma non tutto, e che soprattutto sottolinea che, ancora una volta, ci stavamo concentrando sui dettagli sbagliati.

The Leftovers finale (3)

L’episodio è diviso in tre.
All’inizio ci sono le poche scene ambientate nel presente, in cui vediamo Nora che si prepara alla sua Departure “artificiale”. Sono immagini potenti, con Nora che saluta il fratello in un dialogo divertente e commovente, e poi si offre alla macchina che dovrebbe consentirle di raggiungere i suoi figli. Nuda come un verme, fragile come un bambino, Nora entra in un simil-utero di vetro che viene ben presto riempito di un liquido che sembra acqua ma non è acqua, un liquido amniotico che completa la metafora neonatale da cui Nora, invece che morire disintegrata, sogna in qualche modo di rinascere a nuova vita.

The Leftovers finale (4)

E da qui, da un’atmosfera di tensione, paura e aspettativa, facciamo un salto gigantesco in quello che ben presto capiamo essere il futuro, un futuro che peraltro abbiamo già incrociato altre volte, con Nora invecchiata e trasformata in una specie di contadina.
È un futuro austrialiano che ben presto si riempie di nuove domande: siamo in un’altra dimensione? Oppure Nora è tornata indietro? E che dire di Kevin, invecchiato pure lui, che arriva e sembra non riconoscere Nora e sostiene di essere andato dietro a una vecchia fiamma, incontrata per caso dall’altra parte del mondo (la frase “I like to get e little lost” è una strizzata d’occhio lindelofiana grande così)?
Cosa stiamo guardando? Dove e quando siamo?
A questo punto Nora chiama Laurie, incredibilmente viva dopo l’apparente suicidio di due episodi fa (questo per me rimarrà l’unico vero difetto del finale, ma ne parliamo dopo), e così riusciamo a capire che non serve fare troppi voli pindarici: siamo nel futuro della nostra Terra, quella è veramente Nora e quello è veramente Kevin.
In breve tempo, fra i due sembra rinascere una storia d’amore soffocata anni prima, in quella stanza d’albergo, e Nora sembra tanto diffidente quando desiderosa di abbandonarsi all’abbraccio dell’amato, che non vede da così tanto tempo. In mezzo ci sono balli e canti, capri espiatori (letterali…) che vengono riempiti di collane e poi liberati, colombe fuggite e suore birichine.

The Leftovers finale (5)

E qui si arriva all’ultima parte, dieci minuti abbondanti che rappresentano il vero finale e spaccano tutto quello che c’è da spaccare.
Dopo che Kevin ha ammesso di ricordarsi di lei, e anzi di aver passato praticamente una vita a cercarla, Nora racconta come sono andate davvero le cose dopo essere entrata nella macchina vista a inizio episodio. Nora è effettivamente andata dall’altra parte, e il racconto della sua esperienza è tanto semplice quanto vertiginoso: di là c’è un’altra dimensione, un’altra Terra dove si sono ritrovati tutti quelli che erano spariti dalla nostra. Una Terra dove ci sono molte meno persone, dove gli scomparsi, a conti fatti, siamo noi che siamo rimasti da questa parte, e una Terra i cui (nuovi) abitanti hanno trovato il modo di ricominciare a vivere, esattamente come ha fatto la famiglia di Nora, il cui marito ha trovato una nuova moglie e una madre per i suoi figli.
Alla vista dei suoi bambini cresciuti, felici e sistemati, ormai adattati alla nuova realtà, Nora decide di tornare indietro, per non turbare un equilibrio così faticosamente conquistato. Corre perciò a cercare l’inventore della macchina per il salto dimensionale (che era stato il primo a provarla), se ne fa costruire un’altra nella dimensione degli scomparsi, e così facendo riesce a tornare a casa. Qui si ritira in Australia e non contatta Kevin, sconvolta da un’esperienza a cui, a suo dire, non potrà credere nessuno. Peccato che invece Kevin ci crede, e di nuovo le offre la sua mano, pronto a ricucire un rapporto che va al di là di qualunque viaggio allucinante.

The Leftovers finale (9)

C’è un elemento fondamentale, su cui questa stagione di The Leftovers ha lavorato parecchio, ma che in quest’ultima scena raggiunge una vetta finora inesplorata: di quanto successo a Nora dopo l’ingresso nella macchina, noi non vediamo nulla. Nulla. L’unica cosa che abbiamo è il suo racconto.
Questa scelta è tutt’altro che banale o casuale, e fa seguito a diverse altre scene simili sparse negli episodi precedenti: rifuggendo quella che è da sempre considerata la prima regola delle sceneggiature (“Show, don’t Tell”, “Mostra, non raccontare”), Lindelof e compagni si affidano alla bravura spaventosa di Carrie Coon e alla forza della storia che ha sulle labbra, impedendoci di vedere ciò che lei sta raccontando e, per questo, impedendoci di verificarne la realtà.

Io devo anche essere onesto, non ho dubitato per un attimo che il racconto di Nora fosse vero, ma in rete vedo molti commenti di persone che invece sospettano che stia mentendo. Il che, io credo, è un effetto voluto, proprio per il momento in cui Nora inizia il suo racconto e per la persona a cui lo rivolge. Dopo aver seguito con attenzione le peripezie mistiche di Kevin, quelle di Nora ci vengono precluse, e non stiamo parlando di robetta: stiamo parlando di uno scenario postapocalittico che meriterebbe non solo un episodio a sé, ma forse una serie intera, una Leftovers 2 in cui andare a vedere cosa è successo agli scomparsi sull’altra faccia della medaglia dimensionale.
Ma se ci vengono nascoste è perché anche a noi, come a Kevin, viene chiesto di fare un atto di fede: vogliamo credere a Nora? Vogliamo darle la fiducia che serve a ricostruire un rapporto con lei? Kevin sceglie di sì, e pure di slancio, e così chiude il lieto fine.

The Leftovers finale (13)

Quello che non chiude, invece, è il riverbero di questa scena su tutta la serie. Quello che Lindelof sembra dirci, scherzando col fuoco di spettatori sempre accaniti sui dettagli, è che chiunque abbia guardato The Leftovers sperando di trarne chissà quale visione fantascientifica o magica, è cascato male.
Certo, alla fine sappiamo effettivamente cosa c’era dall’altra parte, ma di per sé la risposta è banale, semplicissima, perfino deludente (è solo una dimensione-specchio di quella in cui noi siamo rimasti). E se è per questo non veniamo nemmeno a sapere il perché della famosa scomparsa: ogni volontà divina viene spazzata via, non c’è alcuna risposta univoca sul motivo, forse nemmeno esiste, come se tutta la faccenda fosse frutto di una spontanea fluttuazione quantica.

Il punto, ovviamente, è che tutto questo non importa, e non è mai importato. The Leftovers non ha mai parlato di persone scomparse, concentrandosi invece, fin dal titolo, su quelle che erano rimaste. La gestione di un evento così grande e così incomprensibile ha permesso agli autori di mettere in scena l’atavica fame di senso che da sempre caratterizza gli esseri umani, la costante ricerca del motivo e scopo della nostra esistenza. In questi tre anni, quindi, abbiamo visto le reazioni più disparate alla Departure, da chi si vestiva di bianco e smetteva di parlare, a chi pensava di poter imparare una canzone che impedisse un nuovo diluvio universale.
Eppure, mai come dopo il racconto di Nora, le esperienze dei protagonisti in questi tre anni ci appaiono poca cosa, il correre disordinato e impaurito di piccole creature bisognose di ordine e controllo, che però non hanno controllo su nulla, e che pur di averlo se lo inventano, cospargendo l’Incomprensibile di credenze e miti che, se fossimo in American Gods, darebbero vita agli dèi, ma che qui invece lasciano i personaggi con un pugno di mosche, a guardarsi negli occhi dopo che il Diluvio è già passato senza fare danni.

The Leftovers finale (11)

Ancora una volta, dunque, Lindelof sembra chiudere la sua serie parlando di fede, ma questa volta siamo in un mondo ben più laico rispetto al finale di Lost, che pareva avere un’effettiva impronta cristiana. Qui no, qui abbiamo un uomo che credeva di essere Gesù Cristo e che probabilmente non era niente, e una donna che ha messo a repentaglio la sua vita pur di svelare l’Ignoto, salvo poi tornare indietro quando ha scoperto che, oltre l’Ignoto, non c’era posto per lei. Due sconfitti, in qualche modo, due persone apparentemente destinate alla grandezza, che invece si trovano da sole in un paesino australiano. Due persone, però, che finalmente riconoscono il valore della reciproca fiducia, a chiudere un cerchio seriale in cui, molto più della fantascienza e del mistero, contava la capacità e la disponibilità ad accettarsi e ad ammettere di non avere controllo su tutto.

È un finale eccezionale proprio perché lavora molto più di emozione che di logica, sfidando senza paura certe convenzioni del racconto audiovisivo e spremendo un sugo impensabile da pochi volti e poche parole, al puro scopo di arrivare al cuore dello spettatore.
D’altra parte, è comprensibile anche la potenziale fatica di chi, per colpa/merito di Lindelof, si era appassionato ad altri elementi di The Leftovers. In questo senso, la sopravvivenza di Laurie appare frettolosa, troppo poco importante per essere compatibile con un episodio in cui la sua morte era stata posta su un altare narrativo densissimo e, per questo, difficilmente eludibile.
E un certo fastidio potrebbe anche venire dalla vicenda di Kevin: ora, io non so se mi sono perso dei passaggi, e anzi vorrei avere il vostro parere su questo, ma a conti fatti Kevin… non è nessuno. Le sue visioni, i suoi viaggi interdimensionali, non hanno avuto alcun senso se non quello (un po’ come il viaggio che Nora ci racconta) di permettergli una comprensione più grande non tanto dell’universo, quanto dei suoi desideri e della sua capacità di accogliere ciò che non può spiegare.

The Leftovers finale (1)

Più in generale, Lindelof rifugge con ostinazione un finale “totale”, in cui prendere ogni singolo elemento oscuro delle tre stagioni appena concluse, per incastrarlo in un mosaico preciso e immobile. E questo potrebbe pure fare incazzare. Al contrario di Lost, però, dove per questioni anche commerciali si era calcato molto la mano sulla componente mistery, avanzando quindi la possibilità di uno svelamento totale e onnicomprensivo, The Leftovers ci ha sempre suggerito prudenza. Non ci ha mai detto “state tranquilli perché l’unica cosa che ci interessa è far quadrare tutto”. Al contrario, ci ha sempre mostrato le difficoltà di personaggi disperati, allo sbando, in cerca di una luce e di una guida, senza mai davvero suggerire che l’avrebbero trovata.  Ci ha messo di fronte allo sgomento profondamente umano del rapporto con il divino o, meglio, con quello che di volta in volta crediamo essere divino solo perché non lo comprendiamo.
E alla fine ci ha semplicemente dato un consiglio, banale finché vogliamo ma non per questo meno utile o catartico, relativo all’importanza di considerare non solo ciò che non capiamo o che abbiamo perduto, ma anche ciò che effettivamente possiamo comprendere, e che ancora ci rimane.



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