13 Novembre 2019 19 commenti

The Mandalorian: Disney+ parte col piede giustissimo di Diego Castelli

Quasi solo scelte giuste per il debutto seriale (e stellare) della nuova piattaforma

Neanche il tempo di digerire al meglio l’arrivo di Apple nella grande arena dello streaming seriale, che siamo già qui a dover commentare l’irruzione di un rivale ancora più grosso e importante.
Il debutto di Disney+, la piattaforma della casa di Topolino che ormai di “ino” non ha più niente, prometteva e promette di essere uno spartiacque importante, lo scossone che sposterà molti equilibri nel mondo della produzione e fruizione di contenuti audiovisivi. Poi da noi arriverà a fine marzo, ma vabbè.
Perché di Disney e della sua posizione ormai mastodontica (dopo gli acquisti di Lucasfilm, di Marvel, di Fox ecc ecc) si può dire di tutto e di più, e se ne può anche avere molta paura, ma nemmeno si può negare che il budget annunciato per la produzione di contenuti originali (molto superiore ai concorrenti, nell’ordine delle decine di miliardi di dollari) faccia brillare gli occhi di tutti gli appassionati cine-seriali, in una paradossale compulsione spettatoria che ha qualcosa della tossicodipendenza: la Disney è troppo grossa e troppo influente, ma boia cane fateci vedere TUTTO quello che produce.

In questo contesto, poi, si inserisce Star Wars, e pure lì il discorso non è semplice. Disney sceglie di accompagnare il debutto del nuovo servizio di streaming con uno dei suoi prodotti seriali più attesi, quella The Mandalorian che va a incastrarsi in un momento tutto particolare della storia del franchise creato da George Lucas.
Che la posizione attuale di Star Wars sia controversa mi pare un eufemismo. Episodio VII ed Episodio VIII, i primi due capitoli della trilogia che doveva rilanciare la saga, hanno ricevuto un’accoglienza diversa da quella attesa, e si sono tirati addosso un tot di critiche che, partendo dai film in sé e per sé, sono rimbalzate fino alla Disney stessa, colpevole, secondo i detrattori, di aver comprato Star Wars per rovinarla.
E intendiamoci, non siamo ancora nell’ambito delle opinioni. Cioè, che la saga abbia “litigato” con una parte significativa del suo pubblico è un fatto, a prescindere da ciò che ognuno di noi pensa della faccenda, ed è ugualmente un fatto che Disney sia dovuta correre ai ripari rimandando progetti che parevano già in rampa di lancio, per prendersi il tempo necessario a correggere il tiro.
Se ora volete un’opinione vi dico pure che io sono uno dei non molti a cui i nuovi film sono pure piaciuti, e che non vede l’ora del nuovo capitolo. Non c’è alcun motivo per dibattere in questa sede sulla questione, ma il tema di fondo rimane: in questo momento The Mandalorian non è tanto, o non è solo, una serie ambientata nell’universo di Star Wars. È un tassello potenzialmente fondamentale con cui Disney cerca di ridare forza a un brand che, piaccia o no, ne ha persa agli occhi dell’opinione pubblica.

E cacchio raga, è un bel pilot.
Scusate la lunga introduzione, ma bisogna anche fare le persone serie, di quando in quando.
Ma ora parliamo di sto benedetto episodio, perché di cose da dire ce ne sono tante. Jon Favreau, creatore dello show e già regista di tantissimi successi come Iron Man, Il Libro della Giungla e Il Re Leone, ha scelto un’impronta molto precisa e molto classica e, a giudicare dalle prime reazioni (compresa la nostra), la scelta ha strapagato, perché ha raggiunto un obiettivo che forse, un paio d’anni fa, non sarebbe stato così chiaro o così necessario: ridare a Star Wars “quell’atmosfera lì”, far provare agli spettatori un preciso, inequivocabile senso di ritorno a casa.



Ambientata fra Episodio VI ed Episodio VII, quindi dopo la fine dell’Impero raccontato nella trilogia originale, The Mandalorian segue le vicende, guarda un po’, di un particolare mandaloriano, un cacciatore di taglie come lo era il più famoso mandaloriano della saga (Boba Fett), che si ritrova per le mani un incarico apparentemente uguale al solito, ma che in realtà aprirà le porte di una storia molto più grande del previsto.
I mandaloriani, per chi non lo sapesse, sono un particolare gruppo di individui, appartenenti a specie diverse ma per lo più umani, che formano una società composta di clan e tribù, in cui c’è una particolare predilezione per la guerra, la battaglia e l’onore, pur nelle mille sfumature ed eccezioni (che non possiamo riassumere qui) tipiche di un universo narrativo grosso come quello di Star Wars. Sono personaggi che raramente si tolgono il caratteristico casco, che spesso, come accennato, per campare fanno i cacciatori di taglie, e che nel mondo di Guerre Stellari sono tipicamente “cattivi”. A maggior ragione, quindi, la curiosità di vedere come si svilupperà la storia di un protagonista che, ci sentiamo di darlo per scontato, troppo cattivo non sarà.

Ci sono molte cose buone, in questo pilot diretto da David Filoni (uno che in vita sua aveva diretto soprattutto episodi animati sia degli spinoff di Star Wars, sia della famosa Avatar – The Last Airbender). Ma proprio per questo, per toglierci il sassolino dalla scarpa, parto dal difetto più vistoso.

E DA QUI SON SPOILER

Jon Favreau, come detto, è voluto andare sul sicuro (qualcuno dirà “sul saggio”), e ha riproposto con grande perizia le atmosfere e i codici narrativi della trilogia originale. Se questa scelta è un bene in tante cose, come vedremo, ha però il difetto di non portare granché di nuovo nell’immaginario che conosciamo. E per quanto sappia che questa sarà vista da molti come una benedizione, la prima scena del pilot, in cui il mandaloriano si trova a salvare un povero cristo da due bulli (pur con il twist che il tale è proprio quello che lui sta cercando), è del tutto ordinaria, sia narrativamente che cinematograficamente. Anzi, la rissa pare pure un po’ goffa, e in quel momento ero francamente un po’ terrorizzato.
Poi però l’episodio cresce, piano ma costante, fino ad arrivare agli ultimi minuti finali in cui si applaude di gusto, con la percezione che questi 38 minuti abbiano messo la base per qualcosa di importante.

A cambiare le carte in tavola, e a dare i primi friccicori veri, è la scena immediatamente successiva, quando il mandaloriano chiede un taxi (se così possiamo chiamarlo), rifiutando il primo speeder guidato da un droide, e accettando quello successivo, più scalcagnato ma pilotato da un umano (che fra l’altro è Bert di The Big Bang Theory). In questa scena capiamo cosa sta succedendo, percepiamo la visione di Favreau: il citazionismo è palpabile, preciso, con l’immagine di un droide che ci ricorda R2D2 e perfino un’inquadratura, quella di lato durante il volo dello speeder, che è una specie di marchio di fabbrica della saga. Senza calcare troppo la mano, senza aver paura di usare gli effetti digitali più moderni, e senza nemmeno metterla giù troppo dura, perché la scena è semplice e leggera, Favreau e Filoni ci dicono subito qualcosa di decisivo: sì, sappiamo quello che stiamo facendo e sappiamo quello che volete, non abbiate paura.

Può sembrare una sciocchezza, specie a chi non è fan della saga, ma quelle due-tre inquadrature hanno un sapore preciso per tutti gli appassionati, causano una specie di rilassamento, sciolgono l’ansia da prestazione.
Senza voler fare un’analisi puntuale scena per scena, che non ne usciamo più, possiamo comunque sottolineare come i minuti successivi siano continuamente bilanciati fra la costruzione di una trama semplice e comprensibile, l’accumulo di continue strizzate d’occhio ai fan, e un finale che sembra davvero capace di allargare lo sguardo.
Prima di quel momento, il mandaloriano ha il tempo di consegnare il tizio catturato (che viene messo sotto carbonite giusto per darci i brividi); di ricevere un nuovo, misterioso incarico da Apollo Creed di Rocky; di incontrare il mitico regista Werner Herzog nei panni di un pericoloso “cliente”; di volare verso un nuovo pianeta dove un buffo Ugnaught in sella a dei blurrg (cavalcature un po’ sui generis che vengono direttamente dalle Clone Wars animate) lo conduce a un avamposto pieno i mercenari che nascondono l’individuo che il mandaloriano deve recuperare.

Facciamo un attimo di pausa per contemplare la quantità di dettagli pigiati in queste scene. Ci sono soldati dell’ex Impero che, giustamente, sono sporchi e molto nervosi, perché ormai ridotti a fare da guardie del corpo ai privati. C’è una scena “fra mandaloriani” dove il nostro protagonista ricorda attimi di un passato doloroso. Ci sono riferimenti politici e sociali al mondo dei mandaloriani che probabilmente verranno meglio sviluppati in seguito. C’è, più in generale, un’attenzione massima per i dettagli, che vanno dal sapiente incastro fra effetti digitali e pupazzotti reali (come da tradizione, e lontano dalla freddezza computerizzata della seconda trilogia), a quello che a mio giudizio è uno dei risultati migliori e insieme più sotterranei dell’episodio. Parlo del carisma del protagonista, che sappiamo essere interpretato da Pedro Pascal (l’Oberyn di Game of Thrones), ma di cui non vediamo mai la faccia. Pensateci: trasmettere la forza di un personaggio che è sempre in campo ma di cui non vediamo mai il volto. Non è una cosa scontata, ma ci riescono lo stesso: è un misto di silenzi cazzuti, di praticità spiccia (come quando elimina la creatura enorme che cerca di mangiargli l’astronave), di un casco che è una leggenda, ma anche di atteggiamenti qui e là più comici e rilassati, piccoli movimenti che smussano la sua rigidità robotica e gli danno umanità. Arriviamo molto presto ad amare questo personaggio anche se non sappiamo nulla dei suoi occhi e delle sue espressioni.

E parlando di robot, arriviamo così a fine episodio. Qui c’è di nuovo tanta roba, perché se dal punto di vista narrativo è il semplice assalto a una base di mercenari, d’altro canto la messa in scena è praticamente perfetta, con uno scontro a fuoco (anzi a laser) che profuma proprio di Guerre Stellari, e col design di un droide cacciatore di taglie che stupisce per la dose di creatività spesa per un personaggio che, a quanto pare, è bello che andato: il suo corpo rotante, insieme buffo ma anche molto efficiente, fa drizzare le antenne di spettatori che vogliono proprio questa roba qui, una tecnologia che suoni allo stesso tempo fantastica, ben congegnata, ma anche in qualche modo vintage, perché una delle caratteristiche fondanti di Star Wars è sempre stata quella di far sentire benissimo il peso della sua storia millenaria.

L’ultima scena, poi, è il vero tocco di classe. Diciamola semplice: il mandaloriano si trova di fronte alla creatura cinquantenne che doveva catturare, e si scopre che è un mini-Yoda. È un momento di grande potenza, che fa spalancare gli occhi. Yoda è certamente uno dei personaggi più conosciuti e amati di tutta la saga, nonché uno dei più misteriosi e saggi. Trovare qui un altro esponente della sua specie (se non dico una sciocchezza, è la prima volta che accade in un live action), che a 50 anni è ancora un bambino a causa della lunghissima vita, scatena nostalgie e sentimenti incontrollati, e apre percorsi potenzialmente infiniti nel prosieguo della serie.
Ma soprattutto, almeno nel mio personale giudizio, ha la possibilità di aggiungere ciò che a The Mandalorian mancava quasi per definizione, cioè un collegamento con i jedi e con la Forza. Non me ne vogliate, ma per me Star Wars senza quegli elementi è inevitabilmente monca, e quindi sentire il brivido della Forza venire fuori da un piccolo Yoda è una cosa che, molto semplicemente, mi manda in brodo di giuggiole.

In conclusione, la prima impressione non può che essere positiva. Che sia come reazione alle critiche cinematografiche, o che sia per vocazione, Jon Favreau ha preso in mano il progetto-Mandalorian e ha deciso di plasmarlo rigorosamente nel solco della trilogia classica, usando le stesse atmosfere, gli stessi costumi, lo stesso gusto per il dettaglio, la stessa ironia palese ma non eccessiva, ma senza dimenticare un aggiornamento tecnologico e fotografico che appare come naturale evoluzione dell’originale.
Al netto di un incipit un po’ banale, e del potenziale timore che troppa aderenza al canone stilistico classico finisca col mettere il freno a mano allo show, la prima percezione è chiara e semplice: The Mandalorian è completamente, totalmente, inequivocabilmente Star Wars.
Da questo punti di vista, e in questo preciso momento storico, Disney+ non poteva fare scelta migliore.

Perché seguire The Mandalorian: un pilot solido, godibile, che sembra voler fare pace con i fan delusi dagli ultimi film.
Perché mollare The Mandalorian: se non siete fan di Star Wars, metà abbondante delle cose belle di questo pilot si perdono.



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