30 Dicembre 2021

The Book of Boba Fett: un esordio deboluccio e un problema di fondo di Diego Castelli

Su Dinsey+ è arrivato lo spinoff di The Mandalorian

L’anno scorso, il 19 dicembre 2020, scrivevamo del fantastico finale della seconda stagione di The Mandalorian, trovando il tempo per farci domande su quella scena post credit in cui il redivivo Boba Fett, accompagnato dalla fedele Fennec, sedeva sul trono che era stato di Jabba The Hutt prima, e poi per breve tempo di Bib Fortuna, con sotto la scritta “The Book of Boba Fett”.
Stavamo guardando il sottotitolo della terza stagione di The Mandalorian? Oppure era l’annuncio di un nuovo spinoff fino a quel momento rimasto segreto?
Nel giro di poche settimane capimmo che sì, The Book of Boba Fett era una nuova serie (o miniserie?) spinoff di The Mandalorian (quindi uno spinoff dello spinoff, potremmo dire), che di fatto avrebbe riempito lo slot Star Wars di dicembre 2021 proprio in assenza della terza stagione di The Mandalorian, che non ha ancora una data di uscita e le cui riprese sono iniziate a ottobre 2021.
Quindi insomma, per un giro o per l’altro siamo qui a parlare di una serie effettivamente nuova e a sé stante, con protagonista uno dei personaggi più iconici dell’universo di I.
E siccome mi rendo conto che questo paragrafo iniziale sia completamente incomprensibile per chiunque non sia già fan della saga (me lo immagino il Villa a leggere il nome “Bib Fortuna” e dire “ma di cosa diavolo state parlando?), vale la pena spendere qualche riga per essere tutti aggiornati.

Per quanto mi riguarda, da fan di Star Wars che per motivi anagrafici non ha potuto essere un fan “della prima ora”, la fama universale di Boba Fett è sempre stata in parte misteriosa. Parliamo di un personaggio – un cacciatore di taglie mandato da Darth Vader sulle tracce dei ribelli e che poi riuscirà a catturare il famoso Han Solo di Harrison Ford e metterlo sotto ghiaccio, anzi sotto carbonite – che compare per un totale di sei minuti in due film, che dice quattro battute (dico quattro non per dire “poche”, sono proprio quattro), e che muore in maniera abbastanza goffa in una famosa scena in cui viene ingoiato da un Sarlacc, un vermone delle sabbie che George Lucas tirò probabilmente fuori da Dune. Ovviamente dico “muore” perché gli spettatori della trilogia originale l’hanno considerato morto per quasi quarant’anni, scoprendo solo di recente che effettivamente era sopravvissuto.
Insomma, da fan tardivo di Star Wars, e avendola conosciuta in un momento storico (diciamo metà anni Novanta) in cui molta acqua cinematografica era passata sotto i ponti, non riuscivo a capire in pieno la fascinazione per un personaggio abbastanza importante a livello narrativo, ma non così decisivo nell’economica complessiva della saga. Cioè, mi chiedevo perché, fin dalla sua prima apparizione, Boba Fett fosse stato fatto oggetto di un culto iconografico così debordante.

Per rispondere almeno in parte a questa domanda vi consiglio di guardare, sempre su Disney+, il breve documentario Sotto l’elmo: sulle orme di Boba Fett, che grazie a una serie di interviste e di immagini di repertorio ricostruisce proprio il mito del cacciatore di taglie mandaloriano (che all’epoca non era nemmeno “mandaloriano”, quella è tutta una storia venuta fuori a posteriori).
Al netto di alcune informazioni e curiosità che onestamente mi mancavano, come il fatto che effettivamente Boba Fett non comparì per la prima volta ne L’Impero colpisce ancora, bensì nell’Holyday Special animato del 1978, quello che emerge in modo chiarissimo, e che in fondo vale per molti altri elementi di Guerre Stellari, è la pura forza delle immagini e del mistero.
Boba Fett non aveva una storia, un background, non aveva nemmeno una faccia. Era un cacciatore di taglie silenzioso ed efficiente che entrò nel cuore dei fan semplicemente perché emanava un carisma pazzesco. E quel carisma, per l’appunto, non era figlio di una storia articolata e raccontata punto per punto, bensì di un’armatura segnata e rovinata da misteriose battaglie, di un casco dal sapore medievale che mandò fuori di testa stuoli di fan piccoli e grandi, di una postura perfettamente azzeccata dal suo interprete dell’epoca, Jeremy Bulloch, della sua aura da pistolero spaziale che portava nella fantascienza il Clint Eastwood di Sergio Leone, ispirazione dichiarata di George Lucas, che nella saga di Star Wars ha infilato praticamente tutte le sue ossessioni cinematografiche e letterarie, opportunamente rivedute e corrette.



Insomma, per noi che qui ci occupiamo di serie tv, e quindi molto spesso di narrazioni lunghe mesi o anni, che proprio per questo basano grande parte della loro fortuna sulla scrittura, Boba Fett ci ricorda che l’audiovisivo, e il cinema in particolare, si chiama così perché prima di tutto lo vedi e lo senti. A volte (anzi, molto spesso), le icone del cinema non diventano tali sulla base di quello che dicono o fanno, ma per come appaiono, per una forza misteriosa e non sempre definibile che trasuda dalla loro immagine ben prima che dalla loro storia.
Che se ci pensate è esattamente la stessa cosa successa con il più importante personaggio mascherato di Star Wars, quel Darth Vader che una storia ce l’aveva ma che si impose all’attenzione del pubblico, ancora una volta, per un mix indimenticabile di immagini, suoni e carisma (anche perché della sua storia, nel primissimo film della saga, si parlava pochissimo).
Di Darth Vader avremmo effettivamente visto il volto ne Il Ritorno dello Jedi, mentre quello di Boba Fett rimase sconosciuto per vent’anni, fino alla trilogia prequel all’inizio del nuovo millennio.

E qui arriviamo a un tema importante, il “problema di fondo” del titolo di questo articolo.
Mi rendo conto che ancora non ho speso mezza parola di giudizio sull’effettivo primo episodio di The Book of Boba Fett, e forse vale la pena di farlo prima di affrontare la questione in qualche modo più filosofica.
In piena onestà, non è stato un episodio memorabile.
l pilot di The Mandalorian, che pure introduceva un personaggio mai visto prima (ma che per l’appunto sfruttava a suo vantaggio l’iconografia dei mandaloriani resa celebre dal vecchio Boba Fett), mostrava i muscoli di una produzione di alto livello e si concludeva con una scena inaspettata ed emozionante come il ritrovamento del piccolo Grogu (che all’epoca, e per mesi e mesi, avremmo chiamato semplicemente Baby Yoda).
Nel pilot di The Book of Boba Fett, invece, non c’è nulla che sia paragonabile. L’episodio diretto da Robert Rodriguez e scritto da Jon Favreau racconta due storie parallele su due diversi piani temporali: da una parte il tentativo di Boba di tenere le redini dell’ex impero criminale di Jabba, governando in modo diverso rispetto all’illustre predecessore (“con il rispetto invece che con la paura”, come da sue parole). E in questo senso vediamo un po’ di dialoghi e di combattimenti di un novello boss della mala che si vede già attaccato da più parti. Dall’altra parte, c’è il racconto al passato di come Boba sia effettivamente riuscito a sfuggire all’apparato digerente del Sarlacc, salvo poi essere catturato prima da un gruppo di java e poi da una banda di predoni tusken, che lo spoglieranno della preziosa armatura costringendolo a lottare per la vita in un deserto arido e pieno di insidie.

In tutto questo, per quanto la messa in scena continui a essere ricca e per quanto Rodriguez abbia buon occhio per farci stringere il cuoricino nostalgico con immagini che rimandano alla più ampia mitologia di Star Wars (già solo il lento carrello iniziale nella sala del trono di Jabba è una cosa che mette i brividoni), questo pilot non ha moltissimo da dire. La trama è ridotta all’osso, le scene d’azione sono tutto sommato ordinarie (per una produzione come questa), e non si finisce l’episodio con la voglia spasmodica di vedere il successivo, semplicemente perché non è ancora partita alcuna trama che ci leghi saldamente alle vicende dei personaggi.
Un episodio medio, insomma, che non preclude a uno sviluppo più accattivante da qui a breve, ma che di certo non è paragonabile, per forza, novità, ritmo, all’esordio di The Mandalorian.
Poi è chiaro che da fan di Star Wars non me ne perderò una puntata, ma diciamo che per il momento mi ha lasciato abbastanza freddo.

A queste considerazioni, poi, bisogna collegare un ragionamento più ampio su cui, in una formula o nell’altra, si sta già dibattendo a neanche 24 ore dall’esordio della serie.
Potremmo riassumere il tutto con una domanda molto semplice: ha davvero senso raccontare la storia di Boba Fett?
La domanda può sembrare ingenua più che altro perché tardiva. Già vent’anni fa, con la trilogia prequel, George Lucas decise di far uscire Boba Fett dal suo sostanziale anonimato, raccontandone le origini e mostrandone il volto. Con gli Episodi I-II-III, infatti, venimmo a sapere che Boba non era altro che un clone geneticamente identico di Jango Fett, l’uomo sul cui DNA venne basata la creazione dell’esercito di cloni che diede il nome, guarda un po’, alle celebri “Clone Wars”.
Con la trilogia prequel, insomma, avevamo già scoperto le origini di Boba, l’avevamo visto da bambino mentre raccoglieva la testa mozzata del padre, ucciso da Mace Windu, e naturalmente ne avevamo conosciuto il volto da adulto, perché il padre Jango era interpretato da un attore non mascherato, lo stesso Temuera Morrison che ora veste i panni della versione invecchiata di Boba.

Ma è proprio su questo continuo svelamento e spolpamento che si stanno concentrando le riflessioni di questi giorni.
Come abbiamo visto a inizio articolo, Boba Fett è diventato un personaggio iconico anche se non sapevamo nulla di lui. Anzi, proprio perché non sapevamo nulla di lui. Nel suo anonimato, nel suo mistero, e nel suo sostanziale mutismo, rappresentava uno spicchio importante della forza immaginifica di una saga che ha cambiato la storia del cinema prima di tutto per quello che ha saputo mettere negli occhi delle persone, prima ancora che nelle loro teste.
Ci si chiese dunque, e ce lo si chiede tuttora, se approfondire così tanto la figura di Boba non sia un errore in sé e per sé, un tradimento.
E se questa domanda valeva già per la trilogia prequel, che però svelava molte cose dell’infanzia di Boba, ma non della sua vita adulta, The Book of Boba Fett arriva come un treno a promettere, con una sorta di bava alla bocca, l’abolizione di qualunque mistero.
Il semplice fatto che Boba sia sopravvissuto al Sarlacc, come avevamo già visto in The Mandalorian, è in qualche modo un simbolo non proprio edificante, una specie di riesumazione dei cadaveri al solo scopo di spremerne fuori ogni residua goccia di denaro, fama, abbonamenti.

Il pilot di The Book of Boba Fett, in questo senso, non riesce a essere così ficcante, originale o sorprendente, da farci pensare istintivamente che ci sia sotto una storia che valga assolutamente la pena di essere raccontata. L’impressione che si ha, invece, è quella di un mito che viene spolpato e spogliato, un po’ come accade allo stesso Boba al momento di perdere l’armatura, senza che da questo sacrificio se ne ricavi un premio davvero consistente. E se finora, nella trilogia prequel come in The Mandalorian, Boba aveva continuato a essere un personaggio di contorno, l’idea stessa che diventi il protagonista è il ribaltamento totale della prospettiva iniziale, quella di una figura che teoricamente rimane sullo sfondo, ma che ha la forza di imprimersi nella memoria. Tirata fuori da quello sfondo e messa sotto i riflettori, rischia di non reggere il peso di uno svelamento che rompe ogni residua magia, soprattutto se consieriamo che ora, per ovvie esigenze di marketing, Boba diventa sostanzialmente un buono.
Sì ok, è un signore del crimine, ma uno che vuole governare “con il rispetto”. Ma davvero vogliamo che il truce e pericoloso sicario che ha quasi fatto fallire la ribellione all’Impero, ora diventi un vecchio fragile e tutto sommato simpatico che vuole governare “con il rispetto”? Non sarà un po’ troppo? Non sarà… un po’ troppo Disney?

A questo proposito, chiudo con una considerazione più specifica sul casco. Già con The Mandalorian avevamo raccontato la tensione fra la voglia di preservare il mistero nei confronti di un personaggio mascherato che diventa affascinante proprio in quanto tale (la storia di famosi personaggi mascherati, naturalmente, va molto oltre Star Wars) e la necessità di mostrare, almeno qualche volta, il volto di Pedro Pascal, il famoso attore che lo interpreta. Qualcuno poteva pensare che l’idea stessa di mostrare il suo volto fosse sbagliata, ma almeno avvertivamo quella tensione.
Con The Book of Boba Fett, la questione è semplicemente liquidata, e lo si vede bene nella scena della cantina in cui Boba si toglie rapidamente il casco non appena entrato nel locale, per poi consegnarlo a un inserviente che si offre di pulirlo (anche se poi lo riempirà dei soldi del pizzo). Quella scena non è casuale e suona come una specie di schiaffone: il tema dell’identità segreta e dell’iconografia di Boba Fett è completamente cancellato da un personaggio che ora passa la gran parte dell’episodio senza casco.
Ed è a questo punto, già a inizio puntata, che ci si chiede se valga davvero la pena di forzare la mano con questi vecchi miti, in nome di un’iper-narratività che toglie qualunque mistero, che racconta tutto il raccontabile senza lasciare nemmeno un’ombra, in modo che tutti possano sapere tutto in una sorta di bulimia conoscitiva che non è necessariamente il modo migliore per appassionarsi a una storia.
Al momento, da questo punto di vista, The Book of Boba Fett ha lasciato più amarezza che speranza, ma vedremo se saprà stupirci da qui a qualche settimana.

Perché seguire The Book of Boba Fett: se siete fan di Star Wars e di The Mandalorian, è una visione obbligata a prescindere.
Perché mollare The Book of Boba Fett: al momento non riesce a stupire abbastanza da giustificare l’ennesimo spolpamento di una figura iconica (e una volte gustosamente misteriosa) della saga.



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