11 Marzo 2020

Devs: bombetta con Nick Offerman, dal creatore di Ex Machina di Diego Castelli

Dopo androidi e futuri post-apocalittici, con Devs Alex Garland lavora sulla nostra realtà, mostrandocene il volto più matematicamente inquietante

Oggi siamo in presenza di uno di quei (doppi) pilot di cui non vorrei dirvi praticamente nulla, per non rovinare neanche una sorpresa. Dovrei limitarmi a dire “dategli una chance”, e poi ciao, ognuno per sé. Non ce la farò, ma cercherò di limitarmi.
Intanto non è uno spoiler dire che Devs, nuova miniserie di Hulu, è scritta e diretta da Alex Garland, che nel 2014 fu sceneggiatore e regista di quel Ex Machina che fece molto parlare di sé, lanciò la stella di Alicia Vikander, e si guadagnò una nomination all’oscar per la miglior sceneggiatura originale.
In Ex Machina Garland (che è anche l’autore del romanzo The Beach, da cui fu tratto il film con DiCaprio, nonché regista di Annihilation, lo sci-fi con Natalie Portman arrivano su Netflix nel 2018) raccontava di una androide che, nel diventare sempre più “umana”, diventava anche sempre più “inquietante” e “pericolosa”, in una storia che, al di là dei pregevoli effetti speciali, provava a scavare a fondo nella nostra identità in quanto specie, ambientando i suoi dialoghi asciutti e asettici in una specie di laboratorio in mezzo ai boschi.

Ambientazione che, in un certo modo, ritroviamo anche in Devs, una miniserie in cui Garland rimane legato al concetto di una fantascienza non esageratamente “fanta”, ma che invece si fa spaventosa proprio in quanto prossima, come se potessimo credere che, da qualche parte, esiste qualcuno che effettivamente sta facendo quello che viene narrato nella storia.
Nello specifico, questa volta siamo nei boschi intorno a San Francisco, dove un’affermata compagnia (chiamata Amaya) lavora nell’ambito della computazione quantistica (branca realmente esistente, ma che fa venire strani brividini alla maggior parte di noi profani) e nasconde in mezzo agli alberi una sezione segreta e privatissima, detta appunto “Devs”, dove si studiano cose di cui è meglio non sapere.
La trama inizia quando il giovane Sergei, che già lavora nella parte più visibile di Amaya e convive felicemente con la collega Lily, mostra i risultati di un suo progetto al fondatore della società, Forest, interpretato dal nostro adorato Nick Offerman (qui lontanissimo dal suo Ron Swanson di Parks and Recreation). Sergei si è dimostrato capace di sviluppare in autonomia un’intelligenza artificiale in grado di predire, seppure per una trentina di secondi, il comportamento futuro di un organismo unicellulare, sulla base di complicatissimi calcoli atti a mostrare il carattere deterministico della vita dell’organismo. Il fatto, cioè, che il poverino non agisce in modo casuale, ma sulla base di una serie di meccanismi causa-effetto che rendono il suo comportamento completamente prevedibile.
I risultati raggiunti da Sergei convincono Forest a farlo entrare nella sezione Devs, dove ovviamente comincia il degenero.
E siamo arrivati anche al punto in cui non vorrei dirvi altro. Mi limiterò a sottolineare che, naturalmente, il lavoro della sezione Devs è la vera anima fantascientifica della serie, che però costruisce la sua tensione non solo sull’aspetto tecnologico della faccenda, ma anche su una componente di thriller puro, crime e spionistico, legato al destino di Sergei e, soprattutto, della sua fidanzata, che di fatto sarà la vera protagonista dello show.

Sono stato abbastanza vago? Bene.
Dopo la visione del primo episodio, la mia reazione è stata cautamente entusiasta. Dico cautamente perché, nonostante le questioni tecnologiche e filosofiche in ballo mi stessero intrigando di brutto, temevo che la serie avrebbe fatto fatica a mantenere l’equilibrio fra le varie anime. Invece il secondo episodio, da questo punto di vista, se la viaggia comunque super-liscio, quindi al momento sono proprio soddisfatto.
E il motivo, in fondo, è lo stesso per cui mi piacque Ex Machina. Garland ha evidentemente voglia di filosofeggiare, perché è un autore affascinato dalla tecnologia e dalle sue implicazioni etiche e metafisiche. Allo stesso tempo, però, ha l’intelligenza per sapere che una semplice dissertazione filosofica su queste materie sarebbe discorso per pochi eletti. Quello che fa, allora, è costruire un’impalcatura da thriller vero e angosciante, in cui i dialoghi più “alti” vengono sapientemente incastrati in un’atmosfera ad alto tasso di mistero e curiosità.



Quello su cui Forest lavora (nonché il motivo per cui rimane affascinato dai successi di Sergei) è un mondo deterministico, dove l’esistenza degli esseri umani è falsamente guidata dal libero arbitrio, e segretamente organizzata da una serie piccoli e grandi reazioni che non lasciano spazio per alcuna vera “libertà”. Il postulato della serie – ok spoilero un filo, dai – è che se avessimo un computer abbastanza potente da considerare ogni più piccola variabile della nostra esistenza (dai motivi delle nostre scelte alla cacca di cane che, calpestata per sbaglio, ci fa perdere un autobus), saremmo in grado di ricostruire l’intero passato e futuro dell’umanità sul nostro schermo, togliendoci l’illusione di poter decidere cosa fare della nostra vita.

Il tema, che emerge con chiarezza già nel pilot, andrà approfondito e farà da base e da supporto al thriller, che al momento funziona alla grande soprattutto perché gioca con la più classica paura umana, cioè quella dell’ignoto: la Amaya, i cui uffici sono costruiti all’ombra di una gigantesca statua di bambina pure lei inquietante, sono sostanzialmente produttori di ignoto, lavorano su cose che la maggior parte di noi non comprende nel dettaglio, ma che cogliamo in maniera sufficiente a renderci conto che, di fronte alle forze e alle conoscenze coltivate in quel posto, a essere esposta e resa fragile è la nostra stessa identità di esseri umani.
Di nuovo, è un po’ quello che succedeva in Ex Machina, in cui certe nostre intrinseche debolezze venivano smascherate dalla loro involontaria riproduzione in un nostro simulacro. Allo stesso modo, Devs costruisce un mondo fantascientifico (ma terribilmente familiare) in cui il cuore stesso di ciò che noi crediamo di noi stessi viene scosso alle fondamenta, spingendoci a domande di cui, forse, non vogliamo sapere la risposta.

Vedremo se la serie sarà in grado di reggere questo livello di approfondimento senza perdere in piacevolezza. Che poi intendiamoci, quando dico “piacevolezza” non dovete pensare a un prodotto particolarmente ritmato o action. Fedele alla famosa terza legge di Clarke, per cui “Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, Devs ci mostra una scienza talmente progredita da diventare quasi mistico-religiosa, e come tale viene affrontata da personaggi il cui istinto è, quasi, quello di pregare di fronte alle loro stesse scoperte. E a noi non resta che pregare con loro.

Perché seguire Devs: perché il suo creatore ha già dato prova di saperci liquefare piacevolmente il cervello con la sua fantascienza d’autore.
Perché mollare Devs: perché è una serie che richiede impegno, dedizione, e pure un tantino di fede.

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