18 Maggio 2023

Class of ’09 – Buone idee ma confuse di Diego Castelli

Tre piani temporali, molti personaggi, un pizzico di fantascienza, e una certa difficoltà a quagliare

Pilot

Se dovessimo fare un elenco di alcuni dei temi e delle tecniche più gettonate nel recentissimo passato seriale, ai primi posti ci sarebbero “intelligenza artificiale” (Mrs. Davis, The Big Door Prize, Extrapolations) e “diverse linee temporali” (Swarm, Poker Face, Fatal Attraction, Silo, ecc ecc ecc).
Mi sembra solo logico, dunque, che oggi si parli di una serie che le unisce entrambe, ovvero Class of ’09.

Disponibile su Hulu (e credo molto presto su Disney+), e da non confondersi con la comedy Class of ’07 di Prime Video, Class of ’09 racconta la storia di un gruppo di reclute dell’FBI (la “classe del 2009”, per l’appunto) in tre momenti temporali diversi: l’addestramento a Quantico nel 2009, il presente del 2023, e un futuro dopo il 2030 in cui uno degli studenti è diventato capo dell’FBI e ha iniziato a introdurre nuove metodologie legate all’intelligenza artificiale che, lo capiamo anche dal trailer, hanno sì aumentato la sicurezza del Paese, mostrando però anche un lato oscuro ancora tutto da indagare.

Fra i personaggi principali troviamo Ashley (Kate Mara), recluta particolarmente empatica e dal grande altruismo, e Tayo (Brian Tyree Henry, il Paperboi di Atlanta), quello che poi diventerà il direttore dell’FBI, uno che all’inizio fatica per il suo sovrappeso e la pressione di un certo strisciante razzismo, e che poi mette tutti in fila con la sua abilità.

Il tema dell’intelligenza artificiale non deve confondere: Class of ’09 non è una serie di fantascienza, non nel senso classico del termine. Piuttosto, inserisce elementi fantascientifici per provare a immaginare un futuro potenzialmente inquietante, e nel farlo concentra la sua attenzione sugli intrighi e sui complotti interni all’FBI, nel quale i protagonisti sono prima delle semplici e giovani reclute, e poi degli anzianotti che stanno per essere superati dalla Storia (e che si ritrovano dopo la morte di uno di loro).
Con però le ultime cartucce da sparare e gli ultimi pericoli da cui proteggersi.

Un po’ perché ho visto gli episodi di entrambe a distanza ravvicinata, e un po’ perché sono due serie che parlano (anche) di futuro e alternano piani temporali diversi, mi viene spontaneo fare un paragone fra Class of ’09 e Silo, di cui abbiamo parlato pochi giorni fa.

Ebbene, in quel caso vi parlavo di una grande mole di informazioni veicolata in soli tre episodi, con la capacità di costruire anche buona suspense e scene ad alto tasso drammatico, e soprattutto con l’abilità di non farci mai perdere il filo del discorso.

Class of ’09 accetta una sfida simile, per lo meno in termini di mole narrativa, ma purtroppo perde il confronto abbastanza nettamente.

I primi due episodi di Class of ’09 riescono a introdurre qualche buon personaggio, a trasmettere una certa, generica atmosfera di precarietà e pericolo, e a costruire alcune scene di buon livello, fra cui anche una sparatoria ben gestita con protagonista proprio il nostro Tayo, che faccio davvero fatica a vedere in una parte così seria, senza le deviazioni comiche di Atlanta.

Il problema, però, è che nel complesso i due episodi non riescono a essere altrettanto chiari e precisi, il rischio di perdere il filo è molto più alto rispetto a Silo, ed empatizzare con i personaggi, provando paura per la loro sorte quando sono messi in pericolo, è significativamente più complicato.

L’impressione, fra l’altro, è che non si riesca a rifinire i vari caratteri fin dall’inizio, cosa che sarebbe particolarmente necessaria in una serie così corale, specie se consideriamo che ogni personaggio è presentato in tre versioni diverse.
Quando nel primo episodio vediamo la scena in cui le giovani reclute presentano se stesse di fronte ai due esaminatori che dovranno decidere del loro destino nel Bureau, ci aspettiamo che le loro parole, le loro espressioni, la loro presenza scenica, tutto concorra a dare prime, chiare definizioni dei personaggi, così da cominciare a inquadrarli dentro cornici che poi potranno essere rifinite e dettagliate finché vogliamo, ma che intanto dovrebbero piantarcisi con forza nella testa.
Questo però non avviene, o avviene in maniera goffa, fin troppo esplicita e per questo poco efficace.

In aggiunta a questo, in più di un’occasione la sceneggiatura sembra proprio volerci dire delle cose che ritiene particolarmente importanti, ma che in questo modo risultano, di nuovo, troppo esplicite, inevitabilmente forzate.

Quando Tayo si trova di fronte un bullo razzista e lo affronta, poco dopo vediamo una scena in cui lo steso Tayo deve raccontarci con grande precisione drammatica la storia di un episodio di razzismo che subì da ragazzo per colpa di un poliziotto bianco.
Non è un problema che ci sia questo evento nella storia del personaggio, né è un problema che proprio quell’evento faccia parte della galassia di motivi che hanno portato Tayo ad unirsi dall’FBI. Ma il modo in cui lo racconta, la totale mancanza di sfumature, il fatto che quella storia arrivi così presto nel doppio pilot, non riesce a suonarci sincera fino in fondo, e ci lascia la sensazione di un’informazione che “andava trasmessa” dagli sceneggiatori agli spettatori, più che un evento accaduto in una realtà che sappiamo essere fittizia ma che, per amor di intrattenimento, scegliamo di credere vera per lo spazio della visione.

Alla fine dei due episodi, l’impressione è quella di una serie di buone potenzialità, con interpreti capaci, a cui però manca un centro narrativo forte, una storia riassumibile in una riga a cui appiccicare tutto il resto.
Possiamo proseguire la visione perché ci sembra che l’atmosfera sia quella giusta, perché percepiamo il pericolo che aleggia sui personaggi, e perché ci intriga il famoso lato oscuro dell’intelligenza artificiale, che per ora (legittimamente) è stato solo accennato.

Però serve uno scatto, o meglio, un binario chiaro in cui poter instradare i nostri ragionamenti e soprattutto le nostre emozioni. Altrimenti, aver messo le etichette per indicarci i salti temporali (cosa che a Silo nemmeno serviva) non basterà, e ci sentiremo comunque dispersi.

Perché seguire Class of ’09: un’idea intrigante e interpreti che ci piacciono.
Perché mollare Class of ’09: i primi due episodi sono inutilmente confusi e faticano ad arrivare al punto (quale che sia).



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