1 Aprile 2020

Feel Good – Netflix: la perfetta comedy contemporanea di Marco Villa

Feel Good è una serie matura, scritta in modo misurato e intelligente, che sa variare tra i vari registri e trovare una propria identità

Brit, Pilot

Sentirsi bene. Una condizione necessaria per l’essere umano, sia intesa in termini di salute fisica (e non è un riferimento casuale, visto il momento), sia in termini di benessere psicologico. Siamo al grado zero della sopravvivenza: se non ci si sente bene, tutto diventa difficile, impossibile. Feel Good è una serie che affronta questa tema interpretando il non-sentirsi-bene come una difficoltà assoluta di sentirsi al proprio posto.

Feel Good è una miniserie in sei puntate da 25 minuti l’una, in onda in Inghilterra su Channel 4 e disponibile dal 19 marzo su Netflix. Protagonista assoluta è Mae Martin, standup canadese classe 1987 che scrive e interpreta un personaggio che ha il suo stesso nome, giusto per troncare alla base le domande su eventuali tratti autobiografici, perché l’aderenza è totale, almeno per quanto riguarda il background. Nata e cresciuta in Canada, Mae vive da anni in Inghilterra e la serie inizia quando conosce Georgina detta George (Charlotte Ritchie), con cui inizia a uscire. Mae esce da sempre con ragazze, mentre per George è la prima volta: una differenza che fa nascere incomprensioni e piccoli scontri. È il primo impatto che abbiamo con Feel Good e la sensazione è di essere di fronte a una commedia che gioca su aspettative vs. realtà legate alle preferenze sessuali.

Fin da subito, però, la serie inizia a introdurre temi sempre più pesi: si comincia con il passato di tossicodipendenza di Mae e si arriva al suo sentirsi inadeguata e senza un posto preciso nel mondo. Il tutto raccontato senza mai mettere da parte un tono genericamente leggero e una serie di punchline molto efficaci da parte di Mae. Tutta Feel Good ruota intorno a lei, al suo essere elettrica e mai immobile: non c’è scena in cui Mae non salti letteralmente da una parte all’altra dello schermo, investendo con energia fisica e di parola chiunque abbia intorno. Questo chiunque tendenzialmente è George, ma c’è anche il gruppo di auto-aiuto, dove la sua energia è a tratti salvifica, a tratti devastante.

Feel Good

Se si fosse limitata a essere una comedy ben scritta su Mae e George, Feel Good sarebbe stata una serie sopra la media, ma senza punti esclamativi. Per fortuna è molto di più, perché riesce a mettere sul piatto questioni molto importanti e complesse e a trattarle con una delicatezza rara. Questo approfondimento avviene in modo progressivo, raggiungendo l’apice negli ultimi due episodi, quando la dipendenza e il bisogno di accettazione di Mae vanno in cortocircuito e fanno saltare i suoi equlibri precari. Pur usando toni leggeri, Feel Good non gira intorno ai problemi: Mae parla in modo esplicito di vergogna, di non riuscire a trovare il proprio posto. Una situazione resa in modo evidente dal suo essere sempre in movimento, sia nelle singole scene, sia nel suo percorso, con quel trasferimento dal Canada all’Inghilterra che sa di fuga dal passato e da una madre (Lisa Kudrow) con cui ha un rapporto complicato.

Feel Good è una serie matura, scritta in modo misurato e intelligente, che sa variare tra i vari registri e trovare una propria identità. In altre parole, è una serie contemporanea, che non si accontenta di infilarsi in un solo genere, ma sceglie di mischiarli per trovare il mix ideale per sostenere i propri contenuti. Che sono fondamentali, sia per la loro importanza intrinseca, sia perché una comedy con dei contenuti di questa forza è tutto tranne che scontata.

Perché guardare Feel Good: perché sa mischiare toni e registri

Perché mollare Feel Good: perché volete solo comedy che facciano staccare il cervello

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