30 Aprile 2020

Never Have I Ever: su Netflix la nuova comedy di Mindy Kaling di Diego Castelli

Con Never Have I Ever, Mindy Kaling pesca dalla sua adolescenza per raccontare la vita di una ragazza un po’ sfigata, ma con tanta voglia di farsi valere

Ci è capitato spesso, in film e serie tv, di vedere il gioco “Never have I ever”, in cui un gruppetto di amici, solitamente giovani e pruriginosi, fanno a turno a confessare cose tipicamente spinte o semi-illegali che non hanno mai fatto, attendendo di sapere chi, fra i loro amici, ne ha invece una certa esperienza (e chi ce l’ha deve bere). Ovviamente il gioco si fa interessante non solo quando arrivano le rivelazioni più assurde (tipo scoprire che Tiffany ha la passione di ciuccare gli alluci, o Mark un feticismo particolare per i Teletubbies), ma pure quando si viene a sapere che una certa persona non ha mai fatto qualcosa che tutti gli altri danno per scontata.
Ebbene, la serie omonima di Netflix, per l’appunto Never Have I Ever (in italiano “Non ho mai…”), prende spunto proprio da quest’ultima circostanza. Firmata da Mindy Kaling, veterana di The Office e creatrice di The Mindy Project, Never Have I Ever racconta la vicende di Devi (Maitreyi Ramakrishnan), ragazza di origine indiana che abita in California con la madre e una cugina. Suo padre è morto da poco, e per lo shock Devi ha perso l’uso delle gambe per tre mesi, salvo poi recuperarlo improvvisamente: guarita ma non troppo, visto che il trauma per la perdita del genitore, colpito da un infarto proprio durante un concerto in cui Devi partecipava come arpista (ma si dice “arpista” una che suona l’arpa?) non è ancora stato del tutto superato.

Basandosi sulla sua stessa esperienza personale, la Kaling ci presenta una protagonista perennemente a metà strada: si sente (o vorrebbe sentirsi) pienamente americana, ma il colore della sua pelle, il bullismo più o meno velato dei compagni che la vedono diversa (non tanto perché straniera, ma soprattutto perché nerd, secchiona e sfigata) e la madre maniaca delle tradizioni indiane, non riescono a farla integrare pienamente nel mondo che frequenta in quanto studente di liceo; allo stesso tempo, però, sua madre e il resto della comunità indiana non la vedono come sufficientemente tale, presa com’è dallo stile di vita occidentale.
Uniamo a questo due migliori amiche molto care, ma altrettanto outsider, ed ecco che il quadro della vita di Devi è drammaticamente chiaro: una ragazza che deve ancora faticare parecchio per trovare il suo vero posto nel mondo.

Se però questo scenario vi fa pensare ad atmosfere iper-drammatiche e borderline alla Euphoria, non temete: siamo pur sempre nell’ambito della comedy, e anche di una comedy relativamente “facile”, se vogliamo, perché Mindy Kaling ha sempre dimostrato una predilezione per la commedia che arriva dritta al punto, senza baloccarsi troppo con chissà quali aspirazioni criptiche e autoriali.
In The Mindy Project avevamo già visto che lo stile della Kaling tende a basarsi su personaggi molto caricati, quasi macchiettistici, uno spiccato gusto per il citazionismo pop, e una precisa autocoscienza della sua protagonista, che è sì sballottata fra istanze diverse, ma anche capace di riconoscerle e parlarne proprio come se stesse commentando una storia che vede in un film.
Con Never Have I Ever non andiamo tanto lontano: ogni puntata, fin dal titolo, annuncia qualcosa che Devi non ha mai fatto, che sia il sesso o una festa alcolica coi compagni di scuola, e illustra poi il tentativo di mettersi in pari nonostante la goffaggine, la difficile lotta contro i pregiudizi, e una cultura molto vasta in ambito accademico, ma davvero scarsa quando si tratta di relazioni e normale vita adolescenziale. Il tutto condito dal vago tentativo di prendere esempio da questa e quella serie tv (da Riverdale a Grey’s Anatomy) con la puntuale scoperta che la realtà è un po’ diversa rispetto alla tv.



Insomma, da un certo punto di vista siamo di fronte al consueto racconto di nerd sfigatoni che cercano di sopravvivere al liceo, con però almeno un paio di twist e ribaltamenti. Prima di tutto c’è la prospettiva smaccatamente femminile. È raro, nei film o nelle serie, che le ragazze riescano a prendersi ruoli da nerd-protagoniste, mentre qui il palcoscenico è tutto per loro, partendo da Devi e le sue amiche, risalendo alla cugina (che è molto bella ma ha i suoi problemi pure lei) e arrivando a certe figure autorevoli ma anche loro tutte particolari, come la madre o la psicologa che segue Devi dopo la morte del padre. E quel palcoscenico viene usato per mostrare che, malgrado ovvie sfumature differenti, la nerditudine non ha genere, e i patemi da sfigaggine liceale valgono sia per i ragazzi che per le ragazze, tutti accomunati dai sospiri rivolti agli irraggiungibili belloni e bellone della scuola.
A questo si aggiunge poi la componente etnica, che non riguarda tanto un’ipotetica discriminazione patita da Devi in quanto indiana (che effettivamente non c’è) quando piuttosto un tassello importante della stessa percezione che Devi ha di se stessa in quanto “diversa”, chiamata a rispondere a determinate aspettative o, all’occorrenza, a impegnarsi per smontarle.

Come detto, Never Have I Ever vuole essere una comedy facile, sia a livello linguistico che in termini di tono: non ci troverete (eccezioni a parte) le variazioni malinconiche o addirittura amare che siamo abituati a vedere (e magari anche apprezzare) in molte comedy recenti, alla After Life, per esempio. Ma questo non significa che suoni più vecchia, o più banale: la scrittura resta frizzante e creativa, e qui e là colpisce per trovate semplici ma di sicuro effetto (per dirne anche solo una: c’è una voce narrante che racconta le vicende di Devi, ed è John McEnroe, il mitico ex tennista che spesso parla in prima persona e ricorda momenti topici della sua carriera, così, random).
Quello a cui la Kaling non rinuncia, molto semplicemente, è lo stesso ottimismo di fondo, che rendeva la protagonista di The Mindy Project un’inguaribile romantica, e conferisce a Devi una battagliera determinazione nel far fronte ai problemi della vita e della gioventù, con la voglia di liberarsi dalle gabbie costruite dalla tradizione, dai pregiudizi, dalla propria stessa timidezza.

In questo senso, Devi affronta tutti i turbamenti dell’adolescenza, ma lo fa sotto la narrazione di John McEnroe, e in un ambiente in cui tutti i personaggi, anche quelli all’apparenza più stronzi o irraggiungibili, hanno un lato fragile che diventa la porta verso un’esperienza di vita più piena e meno traumatica.
E alla fine ci cadi dentro: sarà un meccanismo vecchio finché volete, ma quando ti dimostri capace di mettere in scena come si deve lo stereotipo del nerd sfigatone, con tutto il corollario di grandi speranze, sogni infranti e inaspettate, piccole vittorie, hai già catturato tutta quella fetta di pubblico che le stesse ansie le ha vissute nella sua, di giovinezza, pur lontana che sia. E se quel nerd lo trasformi in ragazza, usando un’attrice molto brava a costruire la sua tenera goffaggine senza eliminare una vena romantica comunque credibile, ecco che ti apri a tutto un altro pubblico ancora, che fino ad ora era stato un po’ sottorappresentato nel magico mondo nerd.

The Mindy Project non era una comedy rivoluzionaria, e non lo è neanche Never Have I Ever. Molte gag sono riuscite, ma altre un po’ meno, il ritmo non è sempre costante, e in generale non avrete l’impressione di stare guardando qualcosa di mai visto. Ma il primo e più importante obiettivo di una comedy, contrariamente a quanto si pensi, non è “fare ridere” (cosa che comunque qui succede spesso), ma è farti provare un affetto quasi immediato e familiare per i personaggi, quasi fossero tuoi congiunti (van di moda, ultimamente).
Con Never Have I Ever succede quasi subito con quasi tutti i personaggi, e l’affetto aumenta con il progredire degli episodi. Quindi a posto.

Perché seguire Never Have I Ever: è una comedy fresca, semplice, simpatica, che non vuole strafare ma che si premura di mostrarci situazioni classiche da un nuovo punto di vista.
Perché mollare Never Have I Ever: son comunque sempre adolescenti che si amano, litigano e fanno casini. Deve piacere il genere.



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