21 Maggio 2020

Snowpiercer: su Netflix arriva l’ultimo treno dell’umanità di Diego Castelli

Nuova incarnazione del fumetto francese che già ispirò il film di Bong Joon-ho: come esordio non c’è male

Così a occhio, Snowpiercer potrebbe essere il film più recuperato degli ultimi mesi (per la cronaca, lo trovate su Prime Video). E questo perché il suo regista, il coreano Bong Joon-ho, altri non è che la mente dietro al successo planetario di Parasite, quel piccolo grande gioiellino capace di sbancare gli Oscar 2020 lo scorso febbraio. Ovviamente, dopo quel botto inaspettato molta gente è andata a spulciarsi la filmografia del regista, scoprendo che nel 2013 aveva diretto il suo primo film in lingua inglese, che all’epoca era anche il film coreano più costoso della storia, e che nel cast aveva gente del calibro di Chris Evans, Tilda Swinton ed Ed Harris.
Snowpiercer era tratto da una graphic novel francese dei primi anni Ottanta, Le Transperceneige, scritta da Jacques Lob e Jean-Marc Rochette, che si basava su un concept tanto strano quanto accattivante: l’idea di una Terra devastata dal cambiamento climatico, ridotta ormai a una palla di ghiaccio eterno, e in cui tutta l’umanità rimanente (più o meno tremila persone) è confinata in un treno di 1001 vagoni, che si muove ininterrottamente da anni, come ultima casa rimasta per la specie umana.
Quella stessa storia è ora alla base di una serie tv, chiamata sempre Snowpiercer, sviluppata da Graeme Manson e prodotta dallo stesso Bong Joon-ho, che ha debuttato negli Stati Uniti su TNT e che arriverà su Netflix il prossimo lunedì con i primi due episodi.

Il nocciolo della storia è rimasto lo stesso. Un pianeta ormai inabitabile e i pochi umani rimasti che se la viaggiano su un treno in movimento perenne, che fornisce rifugio, calore, acqua e cibo. E non sono cambiati nemmeno alcuni importanti temi di fondo. Lo Snowpiercer è un microcosmo che, di fatto, replica e metaforizza le stesse storture del mondo in cui viviamo, e in cui vivevano gli autori del fumetto: i 1001 vagoni del treno assolvono a funzioni diversissime (dai bar alle coltivazioni, dai night club ai dormitori), ma sono soprattutto un modo per dividere la popolazione in classi. Nella locomotiva vive il fantomatico Mr Wildorf, creatore del treno e sovrano dell’umanità rimasta. E più si sta vicini alla locomotiva, e più la vita è ricca e agiata. Man mano che si va indietro, invece, le condizioni peggiorano, fino ad arrivare alla coda del treno, dove una massa brulicante di poveri vive in condizioni pietose, sopravvivendo con le briciole che arrivano dai vagoni più ricchi, e progettando rivolte e insurrezioni alla ricerca di una più equilibrata distribuzione delle risorse.

Il film del 2013, nelle sue due ore di durata, si concentrava proprio su questo aspetto, cioè la rivolta guidata da Chris Evans, che risalendo i molti vagoni del treno scopriva verità via via più sorprendenti sulla vita e i piani di Mr Wilford, avendo sempre in testa l’idea della rivoluzione contro un dominio spesso dispotico e sanguinoso, in cui punizioni sommarie e mutilazioni varie facevano parte del normale armamentario del regime. Bong Joon-ho, dal canto suo, si divertiva con la messa in scena delle varie nature del treno, in cui ogni vagone era capace di presentare un micro-mondo del tutto diverso dal precedente, sfidando il regista a trovare soluzioni sempre diverse che però rispettassero l’idea di essere, per l’appunto, sempre e costantemente dentro un vagone.
La serie, come era logico aspettarsi, riprende i desideri di insurrezione degli abitanti della coda, ma deve anche allungare il brodo inserendo qualche altro elemento che impedisca di correre troppo rapidamente verso la fine (che non sveliamo, sempre ammesso e non concesso che rimanga simile a quanto visto nel film).
In questo senso ci sono più personaggi importanti, e la storia si concentra sulla figura di Andre Layton, un ex detective (il treno, nel pilot della serie, è in movimento da sei anni) che viene assoldato dalla portavoce di Mr Wilford, Melanie (Jennifer Connelly), per risolvere un omicidio avvenuto nei vagoni più ricchi, dove di solito regnano pace e armonia. L’obiettivo abbastanza palese di Layton, che uscendo dalla coda ritrova anche la ex moglie, è quello di aiutare i ricconi quel tanto che basta a capire come funzionano le cose nei vagoni più vicini alla locomotiva, così da avere più informazioni utili a organizzare la rivolta dal basso.



Negli Stati Uniti l’esordio di Snowpiercer è stato un buon successo, e al momento funziona quasi tutto. Non è una serie immediatamente folgorante dal punto di vista visivo o dialogico, è prodotta per TNT e sappiamo che TNT è una rete che, negli ultimi anni, ha prodotto molte serie gradevoli, ma praticamente mai capolavori. A buttare carbone nella locomotiva di Snowpiercer, però, c’è proprio l’idea di fondo: dire agli spettatori che esiste un migliaio di vagoni molto diversi fra loro in cui fin dal pilot stridono tensioni politiche, sociali e culturali evidenti, permette di costruire un giocattolo dalle grandi potenzialità narrative, in cui c’è potenzialmente moltissimo da raccontare. E questo lo si nota già nei primi due episodi che abbiamo visto in anteprima, che magari in termini di pura messa in scena non saranno i più eleganti e sorprendenti che abbiamo mai incontrato, ma in cui succedono davvero tantissime cose.

L’impressione, insomma, è che Snowpiercer non cambierà la nostra vita seriale, ma potrebbe fornire un intrattenimento bello pieno, che non annoia mai. Sarà interessante vedere quanto si riuscirà ad approfondire dal punto di vista filosofico e psicologico. Il film, pure nella sua densità, riusciva a trasmettere due-tre concetti molto potenti, che giravano intorno all’annosa questione del “fine che giustifica i mezzi”, portandola ad estremi abbastanza inquietanti.
La serie tv, che da un lato ha il difficile compito di non diluirsi troppo, dall’altro ha la possibilità di scavare maggiormente in un universo su binari in cui la convivenza forzata e appiccicata di poche migliaia di umani superstiti permette di osservare i personaggi come se fossero cavie di un esperimento, con noi spettatori nella parte dei ricercatori ora pietosi ora cattivelli, ma sempre e comunque interessati.
Un inizio incoraggiante, vediamo dove va. Cioè la serie dico, non il treno. Il treno va un po’ in circolo su tutto il pianeta.

Perché seguire Snowpiercer: a distanza di quasi 40 anni, l’idea del fumetto mantiene ancora una grande forza narrativa, per una serie che sembra avere tantissimo da raccontare.
Perché mollare Snowpiercer: le necessità del racconto seriale potrebbero diluire troppo certe dinamiche che nel film di Bong Joon-ho erano state molto ficcanti.



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