26 Giugno 2020

The Politician – Netflix: una delle serie più intelligenti in circolazione di Marco Villa

La seconda stagione di The Politician conferma quanto di buono già mostrato, con un netto passo avanti a livello di scrittura

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The Politician non è stata un serie da fenomeno, una di quelle che in qualche modo catalizza l’attenzione del pubblico. Magari solo per una settimana, ma intanto in quella settimana escono decine di articoli che cercano di sviscerare ogni aspetto della serie, magari i siti americani fanno il recap maniacale di ogni episodio e qualcuno la usa come punto di partenza per far partire una campagna di sensibilizzazione social in grado di soddisfare il proprio ego per una manciata di ore. The Politician non è stata niente di tutto questo. Se al termine della prima stagione c’era una vaga impressione che fosse stata sottovalutata, con la visione della seconda quell’impressione si fa certezza. The Politician meriterebbe molta più attenzione, perché è una delle serie più intelligenti in circolazione.

Piccolo recap: The Politician segue la carriera di Payton Hobart, ricchissimo rampollo californiano con il pallino della politica. Ogni stagione è dedicata a una campagna elettorale, all’interno di un cursus honorum che dovrebbe portarlo dalle elezioni scolastiche fino alla Casa Bianca. La serie è firmata da Ryan Murphy con Brad Falchuk e Ian Brennan e nella prima stagione si occupa appunto della lotta all’ultimo voto per ottenere l’incarico di rappresentante degli studenti. Payton Hobart, interpretato da Ben Platt, è ossessivo e iper-competitivo, non lascia niente al caso e per questo la sua campagna elettorale è strutturata come se fosse ben più importante di quello che effettivamente è. Intorno a lui ci sono altri squaletti che vogliono diventare professionisti della politica e il risultato è una sproporzione senza senso tra sforzi e approccio e la realtà delle cose.

Con la seconda stagione si passa alla vera politica, con Payton che tenta l’assalto a un posto nel senato dello Stato di New York, sfidando una veterana della politica che viene eletta da anni senza il minimo sforzo. Accanto a lui, i personaggi già visti nella prima stagione: sempre più determinati e sempre più estremi. Se lo schema di fondo è simile, l’approccio alla serie cambia in modo piuttosto netto: The Politician abbandona quasi del tutto il tono estetizzante della prima stagione, quel modo di intendere regia e messa in scena che era una dichiarata citazione a Wes Anderson (con tanto di attore feticcio nel cast, ovvero Bob Balaban). La seconda stagione di The Politician bada molto meno alla parte visiva e molto più alla sostanza: non significa che sia girata male o tirata via, ma che non ci sia più l’ossessione per l’inquadratura perfettamente simmetrica. Una scelta coerente con il fatto che i personaggi inizino a sporcarsi davvero le mani, abbandonando il mondo protetto e dorato del loro liceo.

A livello di scrittura il passo avanti è netto: il rapporto tra Payton e il gruppo viaggia senza scossoni, ormai ben avviato. Nel frattempo esplode il personaggio di Gwyneth Paltrow, che interpreta la madre adottiva di Payton e che si candida a diventare un personaggio di culto. Ad aumentare esponenzialmente è la componente di satira sociale e politica, che nella prima stagione si risolveva nel semplice calcare la mano sugli stereotipi elettorali, con la ricerca di equilibri e alleanze tra le componenti della comunità del liceo che andava a ricalcare quella compiuta ad ampio spettro dai professionisti della politica.

Nella seconda stagione tutto questo raggiunge un livello di maggiore sofisticatezza e intelligenza. Basti su tutti l’esempio del terzo episodio, “Cancel Culture”, in cui vengono ridicolizzate alcune esagerazioni e storture in ambito comunicativo. Per affrontare il tema della cultural appropriation, per dire, si racconta di come Payton debba chiedere scusa per una foto di Halloween in cui alla tenera età di sei anni si era vestito da Geronimo. Un’esagerazione, un parossismo, che viene trattato come tale, ma che permette allo stesso tempo di spiegare in modo quasi didattico il concetto di cultural appropriation.

Ricapitolando: ti spiego perché una battaglia contiene elementi giusti, ma ti mostro anche come gli eccessi di quella stessa battaglia possano renderla un’idiozia totale. Stesso procedimento con la lotta senza quartiere per eliminare la propria impronta di carbonio e quindi il proprio contributo all’inquinamento del pianeta. Due esempi tutto sommato piccoli, ma emblematici di come The Politician usi un tono sempre leggero per portare avanti discorsi per nulla banali. Due esempi che spiegano meglio di qualsiasi cosa perché The Politician sia una delle serie più intelligenti in circolazione. E senza mollare un centimetro sul divertimento, con triangoli sentimentali improbabilissimi e continui doppi e tripli giochi a ogni puntata, resi possibili da un gruppo di personaggi (gli avversari politici Dede e Hadassah, personaggi splendidi e molto efficaci) che permette di allargare il racconto rispetto alla prima stagione. Una serie piena, pienissima, con il rischio perenne di far saltare il banco, ma anche con un controllo assoluto su personaggi e trame.



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