1 Settembre 2020

Away – Hilary Swank verso Marte, per conto di Netflix di Diego Castelli

La due volte premio oscar diventa comandante della prima missione umana diretta verso il Pianeta Rosso

Ogni volta che vedo una serie, o un film, che parla dello sbarco umano su Marte, mi chiedo quanto quella serie suonerà vecchia o assurda quando effettivamente metteremo piede sul pianeta rosso. Un po’ come quando oggi riguardiamo certi film del passato che provavano a immaginare quello che per loro era il futuro e che per noi ora è il presente, e ci mettiamo a cercare le differenze fra l’immaginato e il reale, concentrandoci ora sull’abbigliamento, ora sull’arredamento, oppure sul contesto sociale e politico. Leggevo per esempio, non ricordo più dove, che mai nessun film riguardante virus ed epidemie varie è mai riuscito a immaginare una tale quantità di negazionisti come quelli che vediamo oggi. Come dire, la realtà supera sempre la fantasia.

E allora chissà cosa penseremo di Away, nuova serie di Netflix in uscita il prossimo 4 settembre, creata e scritta dal quasi esordiente Andrew Hinderaker (e ispirata a un articolo di Esquire firmato da Chris Jones), supervisionata da Jessica Goldberg (The Path), prodotta fra gli altri da Matt Reeves (regista dell’attesissimo The Batman) e interpretata dal doppio premio oscar Hilary Swank, che torna alla serialità due anni dopo l’ottima Trust.
Away racconta di un piccolo gruppo di astronauti, capitanati dalla comandante Emma Green (Swank), a cui viene affidata la missione più importante di sempre: andare su Marte e fare ciao ciao con la manina da lì. Il gruppo naturalmente è molto eterogeneo, come ci si aspetterebbe da una missione a cui tutte le nazioni del mondo vorrebbero partecipare. Ecco allora che abbiamo una comandante americana, un medico di origini indiane (Ray Panthaki), un botanico inglese nato in Ghana (Ato Essandoh), un meccanico russo (Mark Ivanir) e una chimica cinese (Vivian Wu).

Se dovessi scommettere due euro (tanto nessuno verrà fra quindici, venti o trent’anni a riscuotere), Away potrebbe essere una delle serie “marziane” a invecchiare meglio, e per un motivo molto semplice: gli aspetti più tecnici dell’operazione non sono il succo del discorso.
Come effettivamente il nome suggerisce, Away è sì un drama a sfondo fantascientifico in cui buona parte della suspense (quando c’è) viene costruita con i classici elementi del genere: apparecchiature che si rompono e devono essere riparate in fretta, passeggiate spaziali pericolosissime, decolli e atterraggi in cui trema tutto. Ma è anche una serie che si concentra con particolare attenzione sull’aspetto psicologico del viaggio, e sul fatto non secondario, per i protagonisti, di essere per l’appunto “away”, cioè lontano da casa. Fin da subito si sa che la missione marziana, se tutto va come deve, durerà tre anni, e i personaggi devono fare i conti con una scelta, quella di partire, che non è affatto scontata e che molti potrebbero non capire, non ultime le persone a loro care.



Da questo punto di vista, la sceneggiatura si prende il suo tempo per dare a tutti i protagonisti un certo background, un passato più o meno recente in cui incastrare paure, speranze, dolori, piccoli segreti, e in cui la maggior parte dello spazio narrativo, com’era prevedibile, viene dedicato alla famiglia di Emma, che partendo lascia sulla Terra un marito anch’egli astronauta, ma bloccato al suolo da una malattia genetica (lo interpreta Josh Charles, il Will Gardner di The Good Wife), e una figlia adolescente che vede partire la madre per una missione potenzialmente suicida in un momento decisivo della sua formazione.
Immagino si sia già capito, ma lo esplicito: se nelle storie di esplorazione spaziale vi interessa soprattutto l’aspetto tecnico e (fanta)scientifico, Away non è pensata per voi. Anzi, a volte l’impegno a spiegare in termini semplici qualunque tecnicismo suona perfino un po’ stucchevole. Ma è chiaro che questa scelta dipende dal fatto che il fuoco della serie sta altrove, nell’esplorazione di psicologie sottoposte a uno stress che nessuno altro ha mai provato prima. Certo, la storia dell’umanità è piena di migrazioni in cui chi partiva dava per scontato di rivedere i propri cari dopo anni, se non addirittura mai più, ma qui la sfumatura è diversa perché è chiaro il fatto che, dopo un certo punto, i protagonisti non potrebbero tornare nemmeno se volessero, perché non sono su una nave che può essere semplicemente girata nell’altro senso.

Fatta questa precisazione, e assodato che Away vuole raccontare alcune cose e non altre (scelta del tutto legittima, ovviamente), bisogna poi vedere come le racconta.
Da questo punto di vista, il risultato mi sembra complessivamente buono, anche se abbastanza altalenante. Sul fronte dei pregi, la narrazione seriale è per sua natura adatta a diluire un racconto che proprio dalla lunghezza ricava un certo boost di credibilità emotiva (più tempo passi a raccontarmi della lontananza da casa di Emma, e più io sento quella lontananza sulla pelle), e alcuni passaggi sono pregevoli: senza che la serie riesca ad inventarsi niente di rivoluzionario, ci sono però diversi momenti in cui la riflessione sull’identità umana, sulle aspirazioni di ognuno di noi, sul rapporto con l’altro, e infine sulla costante tensione fra ciò che vorremmo essere e ciò che crediamo di dover essere (per ruolo politico, familiare, militare ecc), trova sintesi efficaci, fluide, magari un filo zuccherose ma comunque capaci di un certo impatto.

Di contro, la sceneggiatura soffre anche di alcune cadute di stile e forzature. Senza fare alcuno spoiler, che siamo pure in anteprima, ci sono però alcuni risvolti che sembrano strizzare l’occhio ad altri generi, come il giallo-thriller o il drama romantico, che non sempre riescono a trovare un incastro perfetto con il resto della narrazione. Il risultato è quello di “far vedere” la sceneggiatura, come se improvvisamente, e senza trarne granché piacere, potessimo vedere Hinderaker o chi per lui con la testa china sulla tastiera, nell’atto di inserire blocchi di racconto poco organici, che servono a fare numero e spuntare un elenco di cose da fare, ma che fanno l’effetto di corpi estranei che arrivano a mettere perfino a disagio.

Più in generale, bisogna entrare nell’ottica che Away è una serie “patetica”, non nell’accezione spregiativa del termine, ma nel senso di una storia che punta a toccare corde emotive profonde, le stesse che vibrano all’interno di personaggi chiamati ad esaudire il sogno di una vita, imparando però che tutti i sogni hanno un prezzo. E anche per guardare Away, che in dieci episodi un po’ di cose belle le lascia, qualche prezzo purtroppo va pagato. 

Perché seguire Away: Il mix di suspense spaziale e scavo psicologico trova un equilibrio abbastanza solido, e qui e là emoziona sul serio.
Perché mollare Away: per alcune forzature inutili, ma soprattutto se delle storie spaziali vi interessa l’aspetto prettamente scientifico (che qui è poco più che un pretesto).



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