21 Ottobre 2020

Connecting e Social Distance: serie in quarantena arrivate troppo tardi (o troppo presto?) di Diego Castelli

Il mondo delle serie tv continua a impegnarsi per fare i conti con la pandemia, con risultati altalenanti

Serie tv e pandemia. Un rapporto difficile, incasinato, conflittuale, in divenire. Un problema, quello di come affrontare l’epidemia da Covid da parte della produzione di fiction televisiva, che ha investito tutte le parti del processo, dall’ideazione delle nuove serie alla messa in scena di quelle vecchie.
Come sappiamo, sono stati mesi complicati per le serie tv e probabilmente altri ne verranno: la chiusura dei set, i rimandi, i finali mancati e poi recuperati (come The Walking Dead o Supernatural), le serie cancellate perché non più abbastanza profittevoli in un momento inevitabile contrazione delle risorse (come Glow) e via dicendo.
Ma non è solo questione di come il virus metta i bastoni fra le ruote al normale processo produttivo, perché comincia a contare anche la sua influenza su quello creativo. Fin da subito ci si è posti la domanda se non fosse il caso, nelle serie di nuova produzione ambientate in un contesto contemporaneo, di prevedere l’uso della mascherina per i personaggi, o comunque l’incorporazione, nella sceneggiatura e nella messa in scena, di situazioni più o meno direttamente legate alla pandemia, con tutti i rischi connessi al fatto che uno show così costruito potesse risultare anacronistico sia in un modo che nell’altro, a seconda dell’evoluzione del problema sanitario nel mondo reale.
E poi, naturalmente, c’è anche chi ha pensato di andare all in, costruendo serie tv che fossero direttamente legate al problema-Covid senza neanche provare a girarci intorno, esponendosi a un rischio direttamente legato a una situazione che si evolve con più rapidità di quanto non faccia la produzione televisiva: quando la serie uscirà, sarà ancora attuale, o sembreremo ridicoli?

Un problema che investe direttamente due serie debuttate a pochi giorni di distanza, una su NBC e l’altra su Netflix, e che dal punto di vista dell’impatto su chi guarda possono sembrare la stessa cosa: persone che parlano fra loro a distanza per via della quarantena.
E se Connecting di NBC (creata Martin Gero, già padre di Blindspot, e Brenda Gall) è una sitcom con un gruppo di personaggi fissi che ritornano a ogni episodio, Social Distance di Netflix (creata da Hilary Weisman e dalla madre di Orange is The New Black, Jenji Kohan) punta invece sulla forma antologica, con ogni episodio ambientato esplicitamente nella primavera del 2020 e diverso dagli altri per trama e cast (nel primo episodio il protagonista è Mike Colter, ex Luke Cage dell’omonima serie).
Ebbene, entrambe le serie, a conti fatti, condividono una criticità non da poco, che abbiamo accennato nel titolo e che prescinde dalle loro intrinseche qualità (ammesso che ce ne siano, lo vediamo a breve): come viene recepita una serie ambientata in quarantena, per un pubblico che in quarantena non è più e/o che magari ci potrebbe finire a breve?
Se dovessimo basarci sugli unici dati concreti che abbiamo, cioè l’ascolto del primo episodio di Connecting su NBC, beh, dovremmo dire che è stata una pessima idea, visto che è stata seguita solo da 1,7 milioni di spettatori, molto poco per un grande canale generalista americano com’è la rete del pavone.
E tutto sommato non è così assurdo. L’impressione è che una serie esplicitamente ambientata durante la quarantena, più che un intelligente modo di stare al passo coi tempi, possa più facilmente passare per un grumo di ricordi che si vogliono dimenticare, o ancora peggio come una fastidiosa premonizione di problemi ancora di là da venire. Questo per esempio è il non-simpatico mix di sensazioni che due serie del genere possono generare in noi italiani, che abbiamo un ricordo preciso e non piacevole del lockdown primaverile, e che proprio in questi giorni stiamo faticosamente cercando di evitarne un altro. Come dire: già devo preoccuparmi della pandemia nella vita normale, almeno nelle serie tv lasciatemi pensare ad altro.

È ancora presto per capire davvero come la pandemia influenzerà la serie tv sul lungo periodo, se il pubblico accetterà le mascherine e i disinfettanti incorporati nelle trame, magari continuando a rifiutare le serie pandemiche tout court, o se invece si andrà in qualche altra direzione. Intanto però, visto che siamo qui a parlare di due serie specifiche, ha senso chiedersi: ma quindi le bocciamo tutte e due?
Beh no, o almeno non così in fretta, perché nelle due produzioni, passato il potenziale fastidio iniziale legato ai brutti ricordi del passato e le destabilizzanti paure del presente, c’è una netta differenza in termini di scrittura e messa in scena.



Connecting, per quello che s’è visto, è una serie davvero perdibile. Perché qualunque sia l’argomento di cui parli, che sia spaventevole, spinoso o complicato, puoi raccontarlo bene o male, creativo o banale. Nel pilot di Connecting, un gruppo di personaggi particolarmente eterogeneo si trova a parlare del più e del meno, con una potenziale storia romantica che striscia sotterranea nelle pieghe della videochiamata senza trovare per ora concreto sbocco, e con un finle strappalacrime in cui una delle amiche, che lavora in ospedale, si trova a buttare un po’ di realtà pandemica in un gruppo che fino a quel momento stava parlando di sciocchezze.
L’idea degli autori, senza dubbio, è quella di mostrare un po’ di amicizia e di affetto in un momento difficile, per farci sentire tutti vicini vicini. Il problema è la totale mancanza di guizzi comici degni di nota, il completo disinteresse per tutto quello che viene detto dai protagonisti (no, sul serio, è un costante “chi se ne frega di questa gente”), e francamente anche un tentativo peloso e smaccato di essere generosamente inclusivi e moralmente sul pezzo. In pratica il pilot di Connecting è un elenco puntato di tutti i generi e le identità che in questo momento bisogna inserire in una serie tv per non passare per retrogradi, col risultato però di rendere il processo troppo evidente, troppo a tavolino, e per questo freddo e paraculo: la donna bianca etero, l’indiano gay convivente, la donna trans, il nero cis, il bianco complottista, e via dicendo. E non è che la presenza di queste persone rappresenti un problema di per sé, ci mancherebbe altro. Il problema è quando una sceneggiatura priva di qualunque attrattiva mostra in maniera così evidente come il suo unico interesse sia stare sul pezzo, dimenticando che nessuno guarda niente solo perché è sul pezzo: una serie si guarda se è divertente seguirla, né più né meno.
E quando alla fine arriva la dottoressa a farci il pippotto moralistico sulla pandemia, la reazione istintiva non può che essere uno scocciato “zia, ste cose le sappiamo già, inventatene altre”.
Finisce che ti senti pure in colpa per aver provato fastidio di fronte a questa gente e questa situazione, ma la colpa non è tua, ma di chi scrive male gli episodi.

Molto diversa la situazione per Social Distance. Anche in questo caso si parla di videochiamate e pandemia, ma la serie, piuttosto che raccontare una sorta di “nuova normalità” che al momento continua a suonare fastidiosa da digerire, analizza esplicitamente il periodo dello scoppio dell’epidemia, con otto episodi ambientati in momenti diversi della primavera 2020. Il cast è ancora una volta molto diversificato e i problemi affrontati sono i più vari, con anche precisi riferimenti all’attualità di quei giorni (come l’omicidio di George Floyd). E di nuovo c’è il tentativo di raccontare la quotidianità della quarantena, con un peso ancora maggiore, rispetto a una sitcom come Connecting, sugli angoli più bui della reclusione forzata: ecco allora un ex alcolista che, rimasto solo e con la ex fidanzata insieme a un altro, rischia di riattaccarsi alla bottiglia; oppure la famiglia costretta a organizzare a distanza il funerale del patriarca; oppure ancora la donna in carriera che fatica a conciliare il lavoro con una madre non autosufficiente in casa di riposo (accudita da Danielle Brooks, la Taystee di Orange).

A leggerle così, le trame di Social Distance sembrano pure più pesanti di quelle di Connecting, ancora più difficili da digerire, e forse è così. Ma mentre Connecting diventa in tre minuti uno spettacolino woke con troppe scene in cui lo schermo è diviso in sette o otto quadrotti, Social Distance è un prodotto che pure nell’uso delle inquadrature fisse riesce a trovare un suo ritmo e una sua personalità, che sfrutta la rappresentazione della comunicazione via social per ravvivare e colorare le immagini sullo schermo, che non ha la fretta di dare un colpo al cerchio e uno alla botte e affonda le mani senza paura nella materia che vuole trattare.
A conti fatti, Social Distance è una serie più onesta, che invece di mettere insieme uno show che sia né carne né pesce, preferisce chiedere agli spettatori lo sforzo di addentrarsi nell’analisi di problematiche che chi guarda avrà vissuto almeno in parte sulla sua pelle, ma di cui non conosce tutte le sfumature per tutti gli altri quarantenati.
Social Distance, in pratica, riesce ad allargare il nostro sguardo pure nella compressione delle videochiamate, proponendoci uno spaccato di vita (anzi, di vite) al termine del quale, volenti o nolenti, ci sembra di aver appreso qualcosa che prima non sapevamo, avendo vissuto un pezzettino di vite altrui che hanno patito problemi simili ma non identici ai nostri.

Basta questo per dire che Connecting va assolutamente evitata, mentre Social Distance assolutamente vista? No, perché qui si ritorna ai problemi iniziali: a prescindere da tutto il resto, uno show ambientato in quarantena, a ottobre 2020, può suscitare interesse o, all’esatto contrario, ispirare repulsione.
Ma ci fa piacere constatare che anche in questi tempi difficili e imprevedibili vale una regola che, a quanto pare, è realmente immortale: se una serie tv la scrivi bene, o almeno decentemente, è più facile guardarla.

Perché seguire Connecting e Social Distance: per essere proprio sul pezzo di tutta la faccenda pandemica (e comunque Social Distance è l’unica che vale qualcosa per davvero).
Perché mollare Connecting e Social Distance: se almeno nelle serie tv volete svagarvi da contagi, quarantene e coprifuochi.



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