28 Ottobre 2020

The Queen’s Gambit: tutti pazzi per gli scacchi di Netflix di Diego Castelli

Anya Taylor-Joy diventa un’orfanella genio della scacchiera

Di solito, quando un film o una serie tv sono ambientati nel mondo dello sport, raramente quello sport è il vero fuoco della narrazione. Più facile che la competizione sportiva sia una cornice e/o una metafora in cui inserire storie di crescita personale, di amicizia, di amore, o al contrario di depressione, violenza, discesa agli inferi, in tutte le sfumature immaginabili, storiche, politiche, sociali e via dicendo.
E questa, in teoria, sarebbe anche la situazione di The Queen’s Gambit, nuova miniserie di Netflix creata da Scott Frank (sceneggiatore di Godless, Logan e Out of Sight) e Allan Scott e tratta dall’omonimo romanzo del 1983 di Walter Tevis, incentrata sulla vita di una giovane prodigio degli scacchi, dall’infanzia in orfanotrofio fino ai suoi primi vent’anni.

Ho detto “in teoria”, perché sì, da una parte The Queen’s Gambit (tradotto in italiano come La regina degli scacchi, anche se il titolo nostrano non riflette il fatto che quello originale è effettivamente il nome di una mossa di apertura del gioco) sembra seguire lo stesso schema di cui si diceva. La protagonista Beth Armon, interpretata nella sua versione giovane e adulta da Anya Taylor-Joy (che in tv abbiamo visto soprattutto in Peaky Blinders), è prima una bambina e poi una ragazza che, dopo essere stata abbandonata dalla madre, scopre gli scacchi grazie al custode dell’orfanotrofio in cui vive e realizza ben presto di essere un vero genio con torri, alfieri, cavalli e pedoni.
Nel seguire la vita della protagonista, ambientata in un’America vintage che arriverà al confine con gli anni Settanta, è facile trovare proprio quegli elementi metaforici e di crescita di cui si diceva all’inizio, che vengono proposti al pubblico già nelle mini-trame che trovate su wikipedia o su imdb. Beth è sì un prodigio degli scacchi, ma è anche una bambina chiusa, solitaria, ben diversa dalle altre, che padroneggia molto presto i segreti del gioco, ma ci mette un po’ di più a capire come stare al mondo.
Dal rapporto un po’ confuso con gli uomini, a quello affettuoso ma anche complicato con la matrigna, per arrivare alla dipendenza dall’alcol (nella tradizione di molti geni scacchisti della storia, finiti pazzi o drogati), quello di Beth sembra il classico percorso cine-televisivo fatto di colpe e redenzioni, improvvise ascese e altrettanto repentine discese, alla ricerca di un equilibrio e di qualche “vittoria” che non siano legate solo alla competizione sportiva. E tutto questo avviene in una cornice, quella della Guerra Fredda e dello sconto USA-Unione Sovietica, che carica il racconto di ulteriori significati politici (non necessariamente velenosi, ma comunque calati in un contesto storico preciso), e rende più facile trovare le possibili influenze reali del racconto: da più parti è stato fatto notare come la vicenda di Beth e del suo più pericoloso avversario, il russo Borgov, ricordi per molti versi l’epico scontro, datato 1972, fra l’americano Bobby Fischer e l’allora campione del mondo Boris Spasskij, passato allo storia degli scacchi come “l’incontro del secolo”.

Ma se tutto questo è vero, se cioè The Queen’s Gambit ricalca almeno in parte lo schema dello “sport per raccontare altro”, è altrettanto vero che nel cercare di identificare i principali punti di forza di sette episodi che effettivamente sanno interessare e tenere col fiato sospeso fino alla fine, essi vanno trovati proprio nella rappresentazione del gioco e della passione per esso.
Da un certo punto di vista, anzi, potremmo anche criticare The Queen’s Gambit per il fatto che i temi più psicologici, sociali e politici vengono sviluppati in maniera blanda, a partire dalla dipendenza dall’alcol che non raggiunge mai particolari vette di tensione o lirismo, rimanendo un generico problema che in altri show abbiamo visto trattare in maniera molto più ficcante.
A essere appassionante, in The Queen’s Gambit, sono proprio gli scacchi. E intendiamoci, io non sono esperto della materia, conosco le regole, ho giocato qualche partita assolutamente casuale quando ero bambino, ma più in là di questo non arrivo.
Eppure, a partire da alcune precise idee di messa in scena (come la scacchiera che Beth vede sui soffitti, buon modo per rappresentare la sua ossessione per il gioco e la capacità di questo di essere a volte una piacevole fuga dalla realtà, e a volte un peso inquietante da gestire), al termine dei sette episodi si finisce a essere proprio spiaciuti di non saper giocare bene a scacchi.



Il trucco è, prima di tutto, quello di saper mettere in scena le partite, che torneo dopo torneo diventano lo strumento per Beth di uscire dai grigiori dell’orfanotrofio per crearsi una vita sua, ma che sono prima di tutto una fonte di adrenalina e tensione ben superiore a quello che la loro innata statiticità farebbe pensare. E se è ovvio che la bellezza degli scacchi può essere dedotta da chiunque solo a partire dalla quantità di persone appassionate del gioco, da ormai secoli a questa parte, la regia di Scott Frank riesce a costruire un ritmo e una suspense che prescindono completamente dalla nostra capacità di capire “davvero” quello che sta succedendo, lasciandoci trasportare da pochi semplici concetti raggruppati attorno a piccoli e grandi trucchi teatrali, buoni per farci rimanere sempre col fiato sospeso.
Ma non solo. Oltre alla buona resa della tensione degli incontri, The Queen’s Gambit fa un vero e proprio lavorone quando si tratta di rappresentare la crescita dell’abilità di Beth. Forte della forma seriale, che consente di dare ampio respiro alla vicenda senza comprimerla in un paio d’ore di racconto, Frank ha buon gioco a mostrarci interi anni in cui Beth sarà pure un prodigio, ma non è immediatamente invincibile. Il suo innato talento va affinato e allenato, e questo processo si vede tutto, nella montagna di libri divorati, nelle notti passati a studiare le mosse e le contromosse, nei lunghi tornei e nelle partite amichevoli, nel supporto che diversi personaggi secondari (fra cui spicca Benny Watts, interpretato da Thomas Brodie-Sangster, il Jojen Reed di Game of Thrones) le forniscono diventando “allenatori” che, pur essendo meno forti della protagonista, sono in grado di offrirle nuove prospettive sul gioco e sulle strategie.

A conti fatti, e pur dovendo fare un applauso ad Anya Taylor-Joy per aver saputo mettere il suo viso un po’ alieno al servizio di un personaggio molto trattenuto e controllato, ma che è comunque capace di vibrare di molti suoni diversi a seconda dei momenti della vita e della carriera, i veri protagonisti di The Queen’s Gambit sono proprio loro, gli scacchi. Per quanto potessi conoscere, quanto meno sulla carta, la complessità e la nobiltà di uno dei giochi più antichi e amati del mondo, raramente mi è capitato di vivere in maniera così precisa quella complessità attraverso un racconto per immagini, che lascia addosso la sensazione di aver intravisto un mondo realmente enorme e incredibilmente stratificato, che spesso crediamo di conoscere così, per sentito dire, ma che è difficile vivere se non se ne conoscono i dettagli.
Ecco, io non so se The Queen’s Gambit possa essere considerato “scacchisticamente rilevante” anche da chi effettivamente la passione per gli scacchi ce l’ha (magari potete dirmelo voi), ma di certo è un piccolo gioiello per chi, come me, degli scacchi conosce molto poco, e viene qui portato per mano a scoprire la vastità intellettuale di un mondo altrimenti semi-nascosto.
Mica male.

Perché seguire The Queen’s Gambit: raramente abbiamo visto sullo schermo una rappresentazione così appassionante e ampia del gioco degli scacchi.
Perché mollare The Queen’s Gambit: in tutto ciò che non riguarda il gioco, The Queen’s Gambit è una serie tutto sommato “normale”.



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