19 Novembre 2020

Love and Anarchy – Netflix: una buona intuizione e niente più di Marco Villa

Un paio di buone intuizioni non bastano a far uscire Love And Anarchy di Netflix da quel grande fosso chiamato “medietà”

Per una volta, partiamo dalla fine: Love and Anarchy di Netflix è una serie media, di quelle che non ami e non odi, che ogni tanto ti strappano un mezzo sorriso, ma anche un piccolo moto di stizza per qualche elemento particolarmente mal rifinito. Direte: e quindi perché dovremmo andare avanti a leggere la recensione? Eh, avete anche ragione, però ormai siete qui, fate ‘sto sforzo.

Love and Anarchy – o Amore e Anarchia se preferite – è un originale Netflix con la bandierina svedese e non c’entra nulla con la politica, con gli anni ‘70 e nemmeno con Sons of Anarchy. A tutti questi non, potete applicare un “purtroppo”, soprattutto all’ultimo. Siamo a Stoccolma, in una casa editrice di grande successo e tradizione, ma che ha bisogno di rinfrescarsi: per raggiungere l’obiettivo, viene chiamata Sofie, manager molto dura che analizza la situazione senza pietà per nessuno. Abituata a ottenere ciò che vuole senza compromessi, applica questo approccio anche alla propria vita personale e sessuale, iniziando e concludendo le proprie giornate con del sano autoerotismo. Un’abitudine che pratica non solo a casa, ma anche in ufficio: e qui viene beccata dal giovane e aitante Max, tecnico IT che proprio Sofie ha cazziato ripetutamente nei giorni precedenti. Max la filma e la mattina dopo la ricatta: niente di grave eh, tutto si risolve con un pranzo offerto dalla donna, ma questo do ut des dà il via a un meccanismo di sfida che si protrae nelle settimane successive. 

Uno dei due lancia una piccola sfida, l’altro la raccoglie e rilancia a propria volta: si tratta di sfide innocenti, tipo creare un diversivo assurdo durante una riunione o incazzarsi a caso con dei colleghi. I due si divertono, ma insieme al divertimento sale anche un’ovvia ed evidente tensione sessuale. Ogni sfida diventa così la scusa per cercarsi e il fatto di avere creato un gioco solo per due, che nessun altro conosce aumenta ulteriormente il livello di complicità.



Il meccanismo alla base di Love and Anarchy è intelligente ed efficace, ma già dal secondo episodio inizia a girare su se stesso e a ripetersi. Non aiuta il fatto che Bjorn Mosten, che interpreta il giovane Max, non sia esattamente un mostro della recitazione, uccidendo così l’altra intuizione della serie, ovvero quella di ribaltare il classico stereotipo dell’uomo di potere e della sottoposta civettuola. La presenza di queste intuizioni fa sì che Love and Anarchy non sprofondi e che alla lunga possa essere un passatempo godibile. Però siamo nel campo della medietà, come si diceva in apertura. Quindi la domanda vera da porsi è: abbiamo tempo per la medietà? La risposta è dentro di voi e questa volta è pure giusta.

Perché guardare Love & Anarchy: per il meccanismo narrativo che è alla base

Perché mollare Love & Anarchy: perché quello stesso meccanismo è già ripetitivo dopo i primi giri

MiglioreNuoveSerie1



CORRELATI