18 Dicembre 2020

The Stand – Iniziata la miniserie tratta da L’ombra dello Scorpione di Stephen King di Diego Castelli

CBS All Access tenta la scalata a uno dei romanzi più amati del Re. Come sta andando?

Nel 1978, sviluppando l’ambientazione di un racconto precedente, Stephen King diede alle stampe The Stand, tradotto in italiano come “L’Ombra dello Scorpione”, un romanzo che il maestro del brivido avrebbe poi ripubblicato in una versione estesa ed espansa nel 1990.
In quel romanzo King immaginava una Terra devastata da un virus di produzione umana, capace di infettare e uccidere il 99,4% della popolazione del pianeta. Oltre che a descrivere l’evoluzione dell’epidemia, l’autore si concentrava soprattutto sulla nuova vita di due gruppi di sopravvissuti, raccolti attorno a due leader dal carattere mistico, magico e religioso: da una parte Abagail Freemantle, che prova a ricostruire una parvenza di società democratica nella cittadina di Boulder, in Colorado; dall’altra Randall Flagg, l’Uomo che cammina, una creatura apparentemente mandata dal Diavolo (o forse Diavolo lui stesso) che prova a fare la stessa cosa a Las Vegas, organizzando una sua setta di uomini da comandare con pugno di ferro. Un personaggio, quello di Randall Flagg, che diventerà ben presto il cattivo più iconico e ricorrente della produzione di King, e che si rivedrà anche nella saga de La Torre Nera.

Il romanzo, nel raccontare lo scontro fra questi due gruppi, approfondisce le storie personali dei vari protagonisti e affronta il tema della sopravvivenza all’Apocalisse, riflettendo sulla fine improvvisa delle istituzioni e delle regole come le conosciamo, e quindi sulla loro intrinseca arbitrarietà. Soprattutto, diventa uno dei pezzi più amati nell’ampio puzzle della produzione di Stephen King, della quale riprende molti temi classici: lo scontro fra il Bene il Male; l’esistenza stessa di quest’ultimo in quanto forza ancestrale e pre-umana, che risorge con più facilità quando le sovrastrutture della nostra specie vengono a cadere; la fragilità degli esseri umani al cospetto di queste forze primordiali; l’esistenza di una speranza, sempre e comunque, di sconfiggere l’Oscurità.

Giusto ieri è iniziata su CBS All Access (arriverà in Italia il prossimo 3 gennaio, sulla sempre più arrembante Starzplay) la miniserie The Stand che, guarda un po’, è tratta dal romanzo di King. E vale la pena sottolineare che, pur essendo uno dei suoi libri più amati, è stato anche uno dei meno contemplati dal cinema, al contrario di tanti altri suoi lavori: esiste solo una miniserie del 1994 con Gary Sinise e Molly Ringwald, che onestamente non ho visto ma che non mi pare abbia lasciato una traccia così profonda.
Ora, dopo aver letto la trama del romanzo, che è la stessa della nuova miniserie creata e diretta da Josh Boone (regista di Colpa delle Stelle e New Mutants), capite bene che The Stand è uno show che può sfruttare un’opportunità, ma anche correre diversi rischi.



L’opportunità mi sembra evidente. Pur essendo tratta da un romanzo del ‘78, e nonostante sia in sviluppo dal lontano 2014, The Stand racconta di una pandemia nel momento in cui, nella vita reale, stiamo vivendo una pandemia. E la nobile origine letteraria la mette pure al riparo dal rischio di essere accusata di sciacallaggio.
Il virus che devasta l’umanità di The Stand ha naturalmente tutt’altra portata e pericolosità di quello che stiamo vivendo noi, ma allo stesso tempo il nostro 2020 è stato tutt’altro che normale o “semplice”. Questo fa sì che la miniserie abbia buon gioco a mettere in campo situazioni, riflessioni, perfino termini (quarantena, lockdown, focolai, contagi ecc) che inevitabilmente fanno risuonare corde a cui siamo sensibili, e che in altri momenti non avrebbero vibrato allo stesso modo.

Ma se l’opportunità temporale e di contesto è evidente, lo sono anche i rischi, questa volta connessi al materiale di partenza. Stephen King è certamente uno degli autori letterari più sfruttati dal cinema e dalla tv, ma non è mai stato garanzia di successo: ci sono molti bei film tratti da suoi romanzi, ma anche grosse ciofeche, e la televisione non è quasi mai riuscita a rendergli pienamente giustizia, nonostante fosse apparentemente un mezzo più adatto a raccontare le sue storie, spesso molto diluite. Peraltro, sono convinto che ci siano molti fan di King pronti a dirvi che non esiste un solo film che sia davvero-davvero rispettoso del lavoro del Maestro, nella cui prosa esiste un respiro, uno slancio mistico ed epico, che è tanto percepibile quanto difficile da riproporre con mezzi che non siano le sue stesse parole.

Ma c’è anche un altro problema, che con King non c’entra niente: il romanzo ha più di quarant’anni, e quando è uscito proponeva ambientazioni e temi che erano certamente più freschi rispetto a quelli che può sperare di sviluppare una miniserie post-apocalittica nel 2020.
Per dirla più semplice, abbiamo visto così tanti The Walking Dead, The Last Ship, The 100, e qualunque altra serie con virus e zombie e lande desolate vi possa venire in mente, che inevitabilmente il concept di The Stand non ci sembra più così originale o ardito come poteva sembrare ai lettori di fine anni Settanta (che comunque, a loro volta, avevano già avuto la loro dose di apocalissi e distopie).

Ebbene, per quanto abbiamo visto ora (cioè solo il pilot) la serie di Josh Boone cerca di giocare semplice. Prende due attori molto noti per i ruoli più iconici (Whoopy Goldberg per Mother Abagail e Alexander Skarsgård per il difficilissimo Randall Flagg), un gruppo di facce più o meno riconoscibili per gli altri personaggi (fra cui James Marsden, Amber Heard, Daniel Sunjata), e costruisce un racconto che scorre avanti e indietro nel tempo fra il pre- e post-pandemia, per aumentare il contrasto fra il prima e il dopo, raccontando la differenza fra un mondo che diamo per scontato e quello che ci mostra che scontato non era, e provando a dipingere sullo schermo la forza mistica dei due leader spirituali della storia, con l’ovvio, titanico impegno di mettere in scena un personaggio veramente mitico (mitico non solo per il seguito che ha, ma anche all’interno della narrativa di King) come Randall Flagg.
Le scene scorrono, i personaggi si presentano, le riflessioni vengono costruite nel modo più semplice possibile, anche mettendo in bocca a un personaggio monologhi dal sapore esplicitamente letterario, che consentano di dare una visibile cornice filosofica a quello che stiamo vivendo.

Funziona?
Nì.
Voi sapete che qui a Serial Minds non amiamo fare confronti specifici con i libri, anche quelli che abbiamo letto. E non lo faremo nemmeno questa volta, anche perché io L’ombra dello Scorpione l’ho letto vent’anni fa, e per quando mi sia piaciuto moltissimo all’epoca, non l’ho più riletto e di certo non mi ricordo tutti i dettagli.
Ciò non toglie, però, che CBS All Access sa benissimo di maneggiare un materiale delicato, che ha uno stuolo di fan molto fedeli, su cui anzi punta molto per il successo commerciale del suo show, e quindi deve conoscere l’importanza non tanto di “farlo uguale”, che è una frase senza senso, ma per lo meno di saper intercettare determinati punti di forza e precise suggestioni.
In questo senso, in queste prime battute The Stand sembra soffrire di un problema classico delle trasposizioni audiovisive di King, specie quelle televisive: è un prodotto “normale” che ne traspone uno che normale non è.

Se guardassimo questo episodio senza alcun influenza pregressa, potremmo senza dubbio trovarlo dignitoso, abbastanza interessante, e devo dire anche sufficientemente diverso da altri racconti post-apocalittici come quelli a tema zombie: se infatti in quei casi un Nemico si propone fin da subito, lasciando relativamente poco spazio per riflettere sulla fine della civiltà e impegnando i personaggi prima di tutto a non farsi sbranare, il pilot di The Stand si prende il suo tempo per descrivere il progressivo scioglimento di tutte quelli istituzioni più o meno consce con le quali diamo senso e ordine alla nostra vita sociale. Racconta il Vuoto che sorge dalla fine della civiltà, e non lo riempie subito di mostri e sparatorie e inseguimenti, ma lo lascia lì, così che i personaggi possano contemplarne la vastità e vederci dentro quello che vogliono. Da questo punto di vista, ci sono almeno due-tre scene e dialoghi (che non svelo) che colpiscono abbastanza nella loro forza tematica.
Siamo però nell’ambito, appunto, del pilot interessante, che fa certamente venire voglia di vedere il secondo episodio, ma senza farci strappare i capelli.
Solo che se sei una miniserie tratta da un romanzo come quello, devi mettere in conto che la gente vorrà strapparsi i capelli. Se questo non succede, è un problema.

L’esempio più facile che possiamo fare è sicuramente quello legato ad Abigail e soprattutto Randall Flagg. È su di loro, sulla componente mistica della loro natura, che l’audiovisivo può lavorare liberando la maggior dose di creatività. E invece quello che ci troviamo di fronte sono sogni con spighe di grano, qualche lupo, qualche luce al neon, e il protagonista di True Blood.
La scelta di Skarsgård onestamente non la condivido. E non perché non mi piaccia come attore, o perché pensi che non abbia la faccia giusta per un ruolo così diabolicamente ambiguo. Semplicemente, il problema è che so già chi è, l’ho già visto altrove. Avrei di gran lunga preferito vedere lo sforzo di trovare una faccia nuova o comunque meno conosciuta, che potesse rappresentare una sorpresa e in qualche modo “vestire” quel ruolo senza sporcare il nostro ricordo con altre immagini di altre serie o film.
Si tratta di una sfumatura, naturalmente, ma che diventa importante nel rendersi conto che The Stand, almeno per il momento, è molto derivativa: situazioni che conosciamo e una messa in scena tutto sommato tradizionale, che non cerca il guizzo vero nemmeno quando potrebbe o dovrebbe farlo.
Come detto, ci sono porzioni di sceneggiatura più efficaci, e anche qualche immagine più forte e impattante di altre (soprattutto relative alle vittime del virus), ma nel complesso l’episodio non riesce a stupire più di tanto.

L’impressione dunque, tutta da confermare o smentire sia chiaro, è che The Stand abbia i numeri per essere una miniserie ben raccontata, scorrevole, perfino divertente (nel senso più ampio del termine), ma anche l’ennesima trasposizione di King incapace di cogliere l’essenza della grandezza dei suoi migliori romanzi.
Proseguirò comunque la visione, chissà mai che fra due mesi non si possa scrivere un articolo un po’ più entusiasta.

Perché seguire The Stand: è una miniserie sorprendentemente attuale (pur provenendo da molto lontano) e nel complesso scorre piacevolmente.
Perché mollare The Stand: viene da un romanzo di enorme respiro e valore, senza riuscire a riprodurne lo spessore (almeno per ora).



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