29 Dicembre 2020

Alice in Borderland: suspense, sangue e filosofia in diretta da Tokyo di Diego Castelli

Su Netflix una serie thriller-survival che si butta giù facile facile

Il tema di oggi, a pochi attimi dalla fine dell’anno, giusto il tempo di aggiungere qualche altro dettaglio alla nostra classifica del 2020, è una serie giapponese prodotta da Netflix e diretta da Shinsuke Sato. Una serie tratta da una manga iniziato nel 2010 e finito nel 2015, di cui non ho letto una sola pagina. Un manga che ha dato vita a diversi spinoff di cui non so nulla. E che è stato già trasposto in una serie animata nel 2014 (sempre per Netflix) di cui ad oggi non ho visto manco un episodio.
Sì insomma, mi sento davvero molto preparato per parlare di Alice in Borderland, quindi cominciamo subito.

Il protagonista (pur in una storia abbastanza corale) è Ryōhei Arisu (Kento Yamazaki), un giovane appassionato di videogiochi, un po’ abulico ma molto intelligente, costantemente guardato storto dal padre perché non studia, non lavora, non si prepara a una carriera “come si deve”, come invece fa il fratello. Accanto a lui ci sono i due amici di una vita, il carismatico e un po’ manesco Daikichi Karube, e il buffo e piccolo Chōta Segawa.
Un bel giorno (bello mica tanto), i tre si trovano nell’affollatissimo quartiere di Shibuya, a Tokyo, e dopo essere usciti da un bagno pubblico dove si erano nascosti dalla polizia a seguito di una piccola bravata, in corrispondenza di uno strano e inaspettato spettacolo pirotecnico, vengono catapultati in un altro mondo. Che poi non è proprio un altro mondo: è sempre Tokyo, solo che non c’è quasi nessuno. La città è deserta, silenziosa, pacifica, finché alla sera non si accende di poche luci inquietanti, che chiamano i nostri e alcuni altri sopravvissuti a una sfida mortale: dovranno superare prove complesse e pericolosissime, ognuna delle quali garantisce un visto di tre giorni, al termine del quale bisogna partecipare a un nuovo gioco per ottenere un altro visto. Se non lo faranno, un laser piomberà giù dal cielo e li ammazzerà ovunque si trovino.

Anche senza dare ulteriori dettagli, mi sembra che già si colga una certa giapponesità del concept. Intendiamoci, non è che non esistano storie occidentali che partono da idee particolarmente spiazzanti o basate sulla pura invenzione (che ne so, The Leftovers), ma diciamo che il mondo dei manga e della creatività seriale giapponese è un po’ più abituato a partire volutamente per la tangente, immaginando scenari che chiedano una robusta fiducia al lettore/spettatore (con una sospensione dell’incredulità molto marcata), seguiti però dalla costruzione di mondi rigorosi, in cui le regole del gioco sono chiare e precise, e in cui serve una buona dose di ulteriore, ingegnosa creatività per sovvertire quelle stesse regole.
Con Alice in Borderland funziona allo stesso modo: il salto nel mondo di confine è immediato e spiazzante, e in qualche modo bisogna “crederci”, anche se sappiamo che la risposta a tutte le domande potrebbe arrivare fra molto tempo, o non arrivare mai (no spoiler sul fumetto, please).



Il marchio giapponese però non finisce qui: lunghi monologhi con spiegazione delle emozioni; flashback costruiti e impacchettati per far capire esattamente di che sviluppi si sta parlando; ragionamenti alla Sherlock per superare gli enigmi; una recitazione spesso molto teatrale, specie nella gestualità; un’attenzione molto accentuata per l’aspetto esteriore dei personaggi, vestiti, acconciature e perfino inquadrature che diventano immediatamente marchi di fabbrica di questo o quel personaggio, in questo senso mostrando molto esplicitamente l’origine fumettistica del racconto.
Non lo so mica perché sto dicendo queste cose, che sembrano quasi un rimprovero. Forse perché non mi capita spesso di vedere serie live action giapponesi, e quindi ho notato queste cose e mi andava di dirle. O magari, più semplicemente, mi viene da mettervi in guardia di fronte a una narrazione e una messa in scena che possono allontanarsi anche molto dal nostro solito palato occidentale. Comunque lo faccio per arrivare alle buone notizie: Alice in Borderland è una discreta figata, e mi sono sparato gli otto episodi della prima stagione nel giro di una sera e una mattina, buttati giù come acqua fresca.

A regnare su tutto, almeno in termini di emozione pura, sono suspense e violenza: quasi ogni puntata, benché esista una trama orizzontale che si sviluppa insieme alla crescita di personaggi, presenta un nuovo gioco mortale che, di per sé, è fatto apposta per alzare la classica tensione da “conto alla rovescia”. In più, la morte è sempre presente, si fa allegramente beffe del peso di molti personaggi, e soprattutto arriva con violenza, sangue, pallottole, esplosioni. Un circo di fluidi corporei che prende fin dal primo episodio e non molla più, titillando gli spettatori non solo con la voglia di conoscere il destino dei protagonisti, ma anche con la curiosità di vedere quale altro mortale congegno verrà inventato per metterli alla prova.

Da questa superficie grottescamente giocosa, in cui si gode a guardare sia la complicazione dei giochi, sia il lavoro dell’ingegno che Arisu deve fare per venirne a capo e salvarsi la pelle, ci si immerge poi in altre profondità più filosofiche (che, di nuovo, raramente mancano in una produzione giapponese, anche la più scanzonata).
In questo caso, il mondo folle e pericolosissimo in cui i personaggi si trovano catapultati diventa la scusa per uno studio della psicologia umana sotto stress, alla ricerca delle mille sfumature in cui una mente si può scindere, quando stretta da una pressione così grande. Fino dove arriva la nostra umanità, prima che subentri il puro istinto di sopravvivere? Fin dove possono resistere sovrastrutture come l’amicizia e l’amore, quando in ballo c’è il rischio costante di morire? E dove, quando e come arriva una forma di esaltazione primordiale che diventa meccanismo di difesa contro l’orrore e l’oblio?
Sono solo alcune delle domande che la serie esplora, popolandosi di personaggi che reagiscono in modo molto diverso alle spinte della paura e del pericolo. C’è sempre una scintilla di speranza, la sensazione che, malgrado tutto, gli esseri umani abbiano la capacità di restare un gradino sopra le bestie, trovando strade inaspettate in cui rispondere alle angherie di quello che sembra un perfido gioco divino. Ma certo quella scintilla non è semplice da far scoccare, e tanto meno da trasformare in un incendio.

Senza andare oltre, che poi finisce che si spoilera troppo, Alice in Borderland è una serie sorprendentemente efficace nel creare la suspense, e abbastanza creativa da non proporre mai un episodio troppo uguale all’altro. Cosa che potrebbe essere perfino un difetto, quando il preciso e misterioso equilibrio dei primi episodi viene leggermente diluito e più articolato al crescere della trama orizzontale.
È un pacchetto di sangue, tensione e riflessioni filosofiche che tiene il ritmo dall’inizio alla fine, e che saprà ripagare chi mostrerà una mente abbastanza aperta da andare oltre a certi codici narrativi ed estetici che a noi possono suonare un po’ estranei (anche a chi, magari, li ha sempre visti solo negli anime e fatica un po’ a vederli trasposti in live action).
Non mi chiedete se è una buona trasposizione del manga, se mancano dei pezzi, se altri ne sono stati aggiunti, non lo so. Con una minima ricerca mi pare di capire che ci sia in giro una certa soddisfazione anche sotto questo aspetto, ma non ci metto la mano sul fuoco.

Perché seguire Alice in Borderland: tanta suspense, tanto sangue, un sacco di creatività e una storia che intriga fino all’ultimo.
Perché mollare Alice in Bordeland: ci sono elementi di stile (visivo, narrativo, recitativo) che sono “proprio giapponesi”, e che vanno quindi accettati con un piccolo sforzo in più del solito. Ma voi siete persone di mente aperta, e comunque è una produzione Netflix, non pensate a cose incomprensibili.



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