2 Febbraio 2021

Resident Alien: comedy, drama, sci-fi, medical, crime. Basta? di Diego Castelli

Dopo un’intera carriera interpretata a fare “quello strano”, in Resident Alien Alan Tudyk trova la parte della vita: l’extraterrestre!

Non è che servano sempre tanti soldi, star del cinema e maniacali artisti della macchina da presa.
Molto spesso, per una buona serie tv bastano un’idea semplice ma sfiziosa, il tono giusto con cui raccontarla, e un/una protagonista che sia così maledettamente in parte, da far pensare che tutta la sua carriera precedente sia niente più che la preparazione per quel ruolo.
Ecco, se i prossimi episodi confermeranno le sensazioni del pilot, un buon esempio di una serie del genere è Resident Alien.

Un’idea semplice ma sfiziosa
Creata per SyFy da Chris Sheridan (che ha alle spalle una lunga carriera in Family Guy, come produttore, sceneggiatore e pure doppiatore), Resident Alien racconta la storia di un alieno in missione sulla Terra, che dopo la rottura della sua navicella spaziale deve sostituirsi a uno degli abitanti di una tranquilla cittadina di provincia per il tempo necessario a ritrovare un pezzo importante della nave, disperso sulle montagne.
Il tizio di cui l’alieno prende le sembianze è un medico di nome Harry Vanderspeigle, che a causa della morte misteriosa del dottore del paese viene assoldato come nuovo medico (anche “medico legale”) della cittadina, cosa che per il nostro omino verde rappresenta una sfida abbastanza importante, visto che sta ancora imparando come ci si comporta da vero umano.
Questo concept, che mescola parecchi generi diversi, viene definito dalla locandina della serie, non senza una buona dose di autoironia, “The sci-fi murder mistery doctor dramedy Earth needs now”, a riprova del fatto che l’idea è infilarci dentro un po’ di tutto: il dramma, la commedia, il medical, il crime, il mistero, la fantascienza.
L’ovvio rischio, con una tale aspirazione, è quello di costruire un pastrocchio indefinibile, ma il pilot di Resident Alien, sorprendentemente, scorre via liscio come l’olio, e tutte le sue anime si armonizzano senza stridere praticamente mai.

Il tono giusto con cui raccontare l’idea sfiziosa.
Per spiegare questo concetto, forse basta dire una cosa: in queste prime battute, Harry è a tutti gli effetti un cattivo. È un alieno che non esita a uccidere l’umano che andrà a sostituire, non viene sulla Terra con intenzioni pacifiche (evito di spoilerare ulteriormente), non gliene frega niente della salute e dei sentimenti delle persone che ha intorno, è mosso tutt’al più da una blanda curiosità scientifica nata dalla passione per Law & Order (la serie che ha usato per imparare a comunicare con gli altri esseri umani), e quando scopre che in città c’è un bambino immune al suo travestimento, che lo vede per quello che è, progetta subito di farlo fuori.
La serie non fa mistero fin da subito del fatto che Harry sarà protagonista di un percorso di conoscenza dell’umanità che, con ogni probabilità, lo porterà a mutare i suoi sentimenti per noi. Un personaggio così concepito, però, consente fin da subito di impiantare nella storia un certo cinismo, un piccolo twist emotivo che obbliga a rimanere sul chi vive, perché non siamo mai sicuri di come Harry reagirà alle varie situazioni che si troverà ad affrontare.
Ovviamente, poi, la sua esperienza molto limitata del genere umano, infarcita di qualche nozione presa dalla tv ma sostanzialmente povera di qualunque reale conoscenza delle convenzioni terrestri, consente alla sceneggiatura di inventarsi mille situazioni buffe in cui il nostro protagonista si comporta da completo disadattato, ma con la spocchia di chi si aggira in un gregge di creature inferiori, il cui giudizio nei suoi confronti ha poco o nessun valore.



E questa sorta di tensione comica, che innerva tutti gli altri generi lasciandosi sempre dietro una certa vibrazione sospesa, di curiosità per i prossimi avvenimenti, è ulteriormente sostenuta da altri elementi quasi grotteschi, come lo splendido personaggio dello sceriffo Mike Thompson (Corey Reynolds), un poliziotto nero dall’ego smisurato e dal menefreghismo quasi pari a quello di Harry, che pretende di essere chiamato “Big Black”, anche quando i bianchi che ha intorno non sono minimamente a loro agio con un epiteto del genere.
Se ci aggiungiamo anche la timida e impacciata vice sceriffo (Elizabeth Bowen), l’inadeguato sindaco Ben (Levi Fiehler), e D’Arcy, la barista super scialla che non si scompone nemmeno di fronte alle più audaci stranezze di Harry, ecco che vediamo comporsi un gruppo di personaggi che non sono mai del tutto normali, ma sembrano condividere un po’ della follia che sprigiona dal protagonista.
Tutti tranne Asta (Sara Tomko), assistente del defunto dottore che, probabilmente, rappresenterà la principale chiave per l’avvicinamento di Harry a una qualche bozza di umanità (qualcuno ha detto storia d’amore interspecie? No? Va bene, lo dico io).

Abbiamo l’idea semplice ma efficace e abbiamo il giusto tono, comico-grottesco-stralunato, con cui svilupparla. Mancherebbe solo il giusto protagonista, perché una storia del genere non può funzionare davvero se non si trova la faccia giusta da appiccicare al personaggio di Harry. Serve un attore capace di esprimere all’istante, senza possibilità di errore, tutta la stranezza di un protagonista che deve sembrare umano, ma anche “non troppo”.
E allora non si poteva scegliere interprete migliore di Alan Tudyk, un attore che bene o male conosciamo tutti per le sue molte parti da spalla in una gran quantità di serie e film (partendo da Firefly e passando attraverso Suburgatory e Doom Patrol, senza contare una solidissima carriera da doppiatore).
In Resident Alien, Tudyk può dare fondo a tutte le sue particolari doti comiche, che partono da un viso già di per sé molto particolare e riconoscibile, non certo “ordinario”, e si sviluppano in una lunga serie di faccette, sguardi catatonici, piccole esplosioni di stranezza che avevamo già visto applicate con successo in altre serie (dove Tudyk ha interpretato spesso “quello strano”) e che qui trovano una vera e precisa ragion d’essere.
Ma non solo: in passato (come in Doom Patrol per esempio), Tudyk ha dato prova di poter essere anche un buon cattivo, magari non di quelli spaventosi, ma certamente di quelli matti, proprio perché la sua evidente diversità dal resto del genere umano gli permette di spostare questa sensazione di alterità ora da una parte ora dall’altra di un ipotetico confine fra la luce e l’ombra. Una caratteristica che, di nuovo, diventa perfetta per il personaggio di Harry, la cui bussola morale, per lo meno dal punto di vista umano, non è perfettamente centrata fin dall’inizio della serie, lasciando gli spettatori spiazzati e indecisi sul tipo di sentimento da provare per il personaggio.

A fronte di questo riuscito amalgama fra tutti i componenti, non ho veramente nulla da rimproverare al pilot di Resident Alien. L’ho trovato fresco, divertente, interessante, pieno di buone invenzioni, scritto, girato e recitato con grande attenzione al ritmo con cui le varie anime si susseguono e si alternano, specie quando ci devono essere piccoli momenti di scollamento comico rispetto al racconto potenzialmente serio (come quando Harry si rende conto di trovarsi in una situazione alla Law & Order e dal nulla, con espressione granitica, simula il tung-tung che scandisce le scene del noto procedural di NBC).
Se devo esprimere un dubbio, ce l’ho più che altro per il futuro: considerando che le stranezze di Harry dovranno continuare a divertirci e, quindi, a rimanere tali, ma tenendo anche conto del fatto che il personaggio dovrà necessariamente evolvere verso una sempre maggiore umanità, non è detto che il perfetto equilibrio del pilot riesca a mantenersi saldo anche sul lungo periodo. La paura, insomma, è che quella tensione comica ma anche tematica e concettuale che sottende la trama possa mostrarsi inadatta a uno sviluppo prettamente seriale.
Ma questo solo il tempo ce lo dirà. Per ora, esordio approvatissimo!

Perché seguire Resident Alien: una storia semplice, raccontata col tono giusto, e con un protagonista perfetto per il ruolo.
Perché mollare Resident Alien: perché il miscuglio di 5-6 generi diversi vi fa venire mal di testa.

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