11 Febbraio 2021

It’s A Sin – Channel 4: gli anni ’80 e l’arrivo del virus HIV di Paolo Armelli

Guardatela It’s a Sin, fatevi smuovere, provate a farvi travolgere da musica e sesso, ma anche dalle sue ondate di tragedia congelante

Come avete reagito quando il coronavirus è diventata una realtà conclamata? Avete avuto paura quando è risultato evidente che non si poteva più ignorare la pandemia? E come avreste reagito se, invece di essere studiato e analizzato e spiegato, il coronavirus fosse stata invece una malattia misteriosa, ignorata dai più, e per giunta ritenuta colpa di quelli che se la prendevano? Tutte queste domande mi rimbalzavano nella testa mentre guardavo It’s a Sin, sublime miniserie in cinque episodi di Channel 4, appena sbarcata negli Stati Uniti su Hbo Max ma che da noi in Italia faremo probabilmente fatica a vedere. A scriverla è Russell T Davies, uno degli sceneggiatori britannici più apprezzati, già dietro a numerose serie a sfondo lgbtq+ come Queer as Folk (un vero e proprio spartiacque nella rappresentazione televisiva dei personaggi omosessuali), Cucumber e la recente e disturbante Years and Years (la trovate su Starzplay), ma anche la mente geniale che ha rilanciato Doctor Who nel 2005.

It’s a Sin parla dello scoppio di Hiv e Aids negli anni Ottanta, anzi parla di un gruppo di ragazzi che vivono, amano e muoiono in un decennio che rispondeva con un edonismo sfrenato alle brutture di un mondo ingrato. Era un’epoca appunto completamente diversa, ma i paralleli vengono automatici, soprattutto quando si assiste alla diffusione di un virus subdolo, malvagio e letale, ma di cui non ci si occupò subito e con la dovuta urgenza perché era considerato “il cancro dei gay”, una punizione divina per omosessuali (e tossicodipendenti) che già si meritavano di stare ai margini della società. La vera portata drammatica di una serie come questa, che per certi versi è più efficace di molti documenti storici, è mostrare malati rinchiusi, abbandonati, dileggiati, bruciati, odiati.

Un’intera generazione fu segnata da quell’emergenza, ancora più pericolosa perché affiancata dall’onda, che poi dilagò in altre categorie sociali e fu affrontata con attenzione più capillare, anche se a oggi non è ancora risolta e anzi spesso sottovalutata. Davies non nasconde di aver fatto numerose ricerche ma anche di essersi abbondantemente affidato ai ricordi suoi e di molti amici, dando alla serie un carattere autobiografico ancora più lancinante. Ma trattandosi di Davies, appunto, qui non c’è solo la tragedia, il dramma, il dolore puro e sconsiderato. C’è anche molta gioia, molto divertimento, molto amore: al centro della vicenda ci sono giovani amici che tentano di navigare le tensioni dell’era thatcheriana avendo una fiducia incrollabile nel potere rigenerante dello svago, della libertà, del sesso. Tutti strumenti di speranza che si sarebbero rivelati alleati infidi e traditori.



Fra di loro vediamo Ritchie (Olly Alexander, il leader della band Years & Years), un giovane attore che vince ben presto le sue timidezze e si abbandona a un libertinaggio sfrenato e liberatorio, negando con tutte le sue forze coscienti che qualcosa di male possa mai accadere; e poi Roscoe (Omari Douglas), che fugge da una repressiva famiglia di origini nigeriane per abbracciare la sua identità più autentica, e Colin (Callum Scott Howells), timido apprendista di Saville Row che non fa in tempo ad aggredire la vita prima di venirne aggredito a sua volta. A far loro da collante, in una specie di stravagante famiglia col proprio linguaggio e le proprie abitudini, c’è Jill (Lydia West), amica e alleata che vedrà morire attorno a lei molte persone, e molte altre aiuterà con una dedizione spassionata e commovente (il suo personaggio è modellato sull’attrice Jill Nalder, qui nel cast nei panni della madre di Colin, vecchia amica di Davies e attivista che molto fece contro l’Hiv in quegli anni).

Non è un racconto facile, quello di It’s a Sin: dopo un primo episodio che ci fa affezionare a questi e molti altri personaggi, bisogna prepararsi – dato già l’argomento di partenza, non è uno spoiler – a elaborare un lutto dietro l’altro. A rendere ancora tutto più lancinante, l’omofobia che permea la società, il pressapochismo delle istituzioni, la confusione generalizzata che porta a scambiare l’Aids per una malattia dei pappagalli, a bruciare i materassi degli infetti, a generare nei genitori sensi di colpa violenti e accecanti, spesso molto più dannosi delle disattenzioni che li hanno generati (preparatevi a odiare la madre di Ritchie, per esempio, di un odio inconsueto anche per gli standard dei personaggi più controversi della serialità recente). Fanno malissimo alcuni dettagli infimi, come il mettersi i guanti per abbracciare un amico, svegliarsi di notte per lavare le tazze, sospettare di chiunque, contarsi le macchie sulla pelle. Ma quello che forse è ancora più commovente, e si deve alla grande perizia realistica di Davies, è che non c’è tragedia grande abbastanza da non poter essere seguita da un momento di spensieratezza, di sollievo, di tenerezza. E se il sesso, l’amicizia e la furia sono cause di grandi dolori, saranno il sesso, l’amicizia e la furia a rimetterci in piedi.

Ci sono dei momenti di assoluta comicità, come una lunga sequenza di negazionismo che potrebbe essere ambientata non nel 1986 ma nel 2021. A sostenere ma anche alleggerire l’intensità emotiva dei vari episodi, poi, c’è una colonna sonora impareggiabile, così come imbattibile era la musica dell’epoca: dai Pet Shop Boys la cui hit si cita nel titolo ai Bronski Beat, dai Blondie a Kellie Marie, da Belinda Carlisle agli Yazoo e così via. Ci sono alcuni momenti in cui la punteggiatura musicale sembra quasi didascalica, ma in sostanza ci si accorge come sia l’ennesimo rimando a un’epoca di grandi contraddizioni, di grandi drammi ma anche di indomita creatività e liberazione. Liberazione che passa anche dal sesso, un sesso mostrato senza grandi pudori, estetizzandolo quanto basta per far capire che, se ancora ci stupiamo di qualche amplesso omosessuale, è solo perché siamo anestetizzati da decenni di (scadente) sesso eterosessuale in tv e al cinema (porno escluso, ovviamente).

Ovviamente ci sono state polemiche anche su questo, oltre che a una presunta leggerezza nell’accostare divertimenti, frizzi e lazzi e temoni tragici come l’Aids. Tutti sintomi che It’s a Sin è una serie dirompente e per certi versi scomoda, che fra l’altro ha rischiato di non essere neanche mai fatta: rifiutata inizialmente dalla stessa Channel 4, e poi anche da Bbc e Itv, è tornata poi al canale di partenza solo a patto di ridurre gli episodi da 8 a 5. In un’epoca in cui pensiamo di poter vedere qualsiasi cosa in tv, di aver rotto ogni tabù e di aver raggiunto ogni traguardo, riflettiamo anche su questo. Sta di fatto che è lo stesso Davies ad aver cambiato idea: quando faceva Queer as Folk, la cui storia parte proprio alla fine degli anni Ottanta, si rifiutò di parlare di Aids perché non voleva che le vicende gay fossero “ridotte” alla sola malattia.

I tempi sono cambiati, ovviamente e fortunatamente. Fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile parlare di Aids in questo modo, vedere ragazzi che vanno a farsi gli esami Hiv (pare che dopo la miniserie in Uk tanti siano accorsi a farsi il test), anche vedere nel cast così tanti attori gay che interpretano personaggi gay. Traguardi appunto, passi in avanti, piccoli o grandi che siano, soprattutto dolorosi. Guardatela It’s a Sin, fatevi smuovere, portare in territori disagevoli, provate a farvi percorrere dal suo entusiasmante fiume carsico di musica e sesso, ma anche dalle sue ondate di tragedia congelante. Quello che a me è venuto da fare, da persona che è (per ora) sopravvissuta a questa pandemia attuale, così clinicizzata e narrata e amplificata, è stato chiedere perdono a tutti quelli che sono stati ignorati, emarginati, condannati senza appello. E da quella inesauribile voglia di vivere, messa a dura prova da una fantasma invisibile e beffardo, ho e abbiamo invece solo che da imparare.

Perché guardare It’s a Sin: per la sua ricostruzione forte e passionale

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