22 Marzo 2022

DMZ – HBO Max: una serie sbagliata, in un momento sbagliatissimo di Marco Villa

Il trailer ci aveva illusi, ma DMZ è una serie che finisce per essere forzata e con enormi problemi di sceneggiatura.

Se ascoltate il nostro podcast SALTA INTRO, sapete bene che un paio di puntate fa eravamo molto ben disposti per un po’ di serie in uscita. Le serie in questione sono quelle di cui parleremo in questi giorni ed è bello sapere che la prima serie su cui avevamo messo un po’ di fiducia si è dimostrata una bella delusione.

Si tratta di DMZ, miniserie in 4 puntate di HBO Max, basata sull’omonimo fumetto DC Comics e ambientata in un futuro distopico (era da un po’ che non lo scrivevo), una New York post-seconda guerra civile statunitense. Gli USA non sono più quelli di una volta, fatti a pezzi e divisi da una zona demilitarizzata (DMZ, appunto) che coincide con la stessa Manhattan. 

Personaggio principale di DMZ è Alma Ortega (Rosario Dawson), medico che scappa nel giorno in cui Manhattan viene bombardata: lei riesce a salire su un pullman che porta rifugiati a Brooklyn, ma perde il figlio sedicenne, che invece resta bloccato nella ressa e rimane sull’isola. Questo in realtà lo scopriamo nei flashback, perché il tempo presente racconta di Alma che, otto anni dopo la fuga, torna a Manhattan in cerca proprio del figlio. Scoprirà che la DMZ è una terra di nessuno, in cui le gang locali sono diventate delle milizie che si sono spartite il territorio e che cercano di organizzarsi con una para-democrazia, tutta basata su minacce incrociate. 

In questo contesto, la missione di Alma cambia presto tenore: il figlio Christian (Freddy Miyares) infatti ora si fa chiamare Skel ed è diventato il sicario più temuto della zona, braccio destro del padre Parco Delgado (Benjamin Bratt). Quella che era iniziata come una serie di una donna alla ricerca del figlio in un contesto di guerra, dal secondo episodio è diventata sostanzialmente una serie su un tot di gang in lotta tra loro, per controllare un territorio estremo, che sembra un po’ un centro sociale berlinese dei primi anni 2000 e dove manca tutto, acqua compresa, ma in compenso è pieno di lingotti d’oro saccheggiati a Wall Street.

Dal trailer, DMZ prometteva bene: immagini potenti, per quanto arrivate con un tempismo tragicamente sbagliato. Nella prima puntata, vediamo scene di gente in fuga e addirittura di corridoi umanitari usati come bersagli dall’esercito, nell’esatto istante in cui tutti abbiamo bene in testa la versione reale di quelle stesse scene.

Per fortuna di DMZ, questa sovrapposizione dura poco: tutti i personaggi di DMZ sono splendidi e fisicati e in generale la serie estetizza molto l’immaginario bellico, in un modo che si può considerare legittimo, ma che in questi giorni sarebbe davvero difficile da sostenere, almeno per quanto mi riguarda.

DMZ invece vira presto su altre strade, eliminando un problema, ma aprendone un altro: ma quindi questa che serie è? Perché di fatto prende dinamiche da gang e semplicemente allarga il perimetro d’azione di queste gang, che non si limitano a traffici illeciti e criminalità, ma diventano l’unica effettiva presenza di controllo su un territorio.

A questo aggiungete che le varie gang sono molto carnevalesche, con grida di battaglia ai limiti della parodia e look estremi per garantire una riconoscibilità immediata. A fronte di un primo smarrimento, il personaggio di Rosario Dawson impiega poco a calarsi nella situazione, diventando in breve addirittura l’improbabile ago della bilancia in una sorta di elezione farsa, che avviene proprio nell’area demilitarizzata. 

Al netto proprio del carisma di Dawson, che si mangia lo schermo in ogni scena, DMZ è però una serie con tanti buchi: a cominciare da quello appena citato, ovvero lo switch di genere e storia, fino a dettagli più concreti, come il fatto che Alma vada a cercare il figlio nel posto in cui l’ha lasciato solo otto anni dopo averlo perso. Otto.

E ok che la zona è pericolosa, ma la scelta sa troppo di artificioso, motivata esclusivamente dal fatto di dover mostrare un figlio che è stato lasciato ragazzino e viene ritrovato sicario (ma anche street artist di talento, perché il ragazzo ha un fondo di sensibilità).

E in fondo il problema principale di DMZ, quello che attraversa tutte le puntate, è proprio questo: la credibilità. Non ci si appassiona a quello che si vede sullo schermo. perché tutto sembra forzato. Detta in altri termini: problemi di sceneggiatura grossi così.

Perché guardare DMZ: perché Rosario Dawson ha comunque un carisma assoluto, nonostante un personaggio non memorabile

Perché mollare DMZ: perché tutto è forzato, poco fluido

Argomenti dmz, hbo max, Rosario Dawson


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