30 Aprile 2021

The Handmaid’s Tale 4 – La recensione dei primi tre episodi di Diego Castelli

The Handmaid’s Tale riparte esattamente da dove si era interrotta, ma sembra pronta a seguire nuove strade

SPOILER SUI PRIMI TRE EPISODI DELLA QUARTA STAGIONE DI THE HANDMAID’S TALE

Sono passati quasi due anni (era l’estate del 2019) da quando abbiamo visto per l’ultima volta l’ancella June, all’epoca ferita ma soddisfatta per essere riuscita a portare in salvo un’ottantina abbondante di bambini, strappati alle grinfie del terribile regime di Gilead.
Fa quindi un po’ strano vedere la quarta stagione ripartire esattamente da dove eravamo rimasti, da un corpo già abbondantemente vessato dalla vita e ora in bilico sull’orlo della morte.
A giudicare da questi primissimi episodi, però, la quarta stagione di The Handmaid’s Tale (prodotta da Hulu e disponibile in Italia su TimVision), per quanto cronologicamente appiccicatissima alla precedente, potrebbe anche essere quella di una svolta molto attesa.
Un nuovo percorso che in queste prime tre puntate può essere riassunto in un semplice concetto: dalla difesa all’attacco.

Le prime tre stagioni di The Handmaid’s Tale sono state dedicate sostanzialmente alla difesa. La protagonista June doveva difendere il suo corpo e la sua identità, come persona, come donna, come madre, perfino nell’uso del suo nome, sostituto da una versione riveduta e corretta che la spersonalizzava completamente, facendola diventare un mero strumento nelle mani del suo Comandante.
Questa difesa è passata attraverso vari sviluppi e molte sofferenze, e si è poi in qualche modo allargata alle persone che June aveva intorno, quindi le sue compagne ancelle, le Martha, e i bambini salvati nel finale della terza stagione.
Per quanto, naturalmente, June volesse vedere crollare il regime, guardasse con favore a chi lavorava in questo senso, e fosse diventata lei stessa un simbolo di resistenza, il suo agire era soprattutto diretto verso la protezione di qualcosa che c’era e che non andava perso.



Con l’inizio della terza stagione di assiste a uno scarto.
Portata in salvo in una fattoria “amica”, June viene curata e fa la conoscenza con la signora Keyes, la moglie del Comandante che gestisce la tenuta, un vecchio apparentemente rincoglionito che capisce a stento cosa gli succede intorno. Sua moglie, la signora Keyes appunto, è in realtà poco più che una bambina: interpretata dalla quindicenne Mckenna Grace (che ha già una lunga carriera alle spalle, l’abbiamo vista fra le altre cose in The Haunting of Hill House), mostra inizialmente un comportamento contraddittorio, perché dice di supportare al massimo la lotta di June e di volere la sofferenza degli uomini di Gilead, salvo poi trattare malissimo le altre ancelle, di fatto comportandosi da matrona dispotica in corpo da adolescente.

Basta poco, però, perché June scopra la verità: non si tratta solo di bizzarrie giovanili, ma delle conseguenze di innumerevoli traumi subiti dalla povera Esther, che da anni viene data in pasto a uomini di ogni tipo, che abusano di lei sotto gli occhi di un marito sessualmente impotente.
Il momento della confessione è particolarmente duro e tosto da guardare, con quelle linee di dialogo così forti provenienti da un’attrice così giovane, e basta questo perché in June cambi radicalmente qualcosa.
Quando alla fattoria arriva un uomo di Gilead, uno di quelli che ha stuprato ripetutamente Esther nel corso dei mesi, June prende un coltello, lo mette in mano alla sua giovane “apprendista” (se possiamo dire così), e le dice una frase che è materiale da meme perenne: “make me proud”, “rendimi orgogliosa”.
La violenza non la vediamo, ma la scena successiva in cui Esther si ripresenta a June con il vestito verde tutto macchiato di sangue non lascia spazio a dubbi.

È il momento della vera svolta, quello in cui June, invece che limitarsi a proteggere se stessa o le persone a lei care, decide di prendere in mano le sorti della nazione e combattere attivamente il regime. Lo fa con l’aiuto della stessa Esther, che le insegna a distillare un veleno con cui poi June ucciderà diversi comandanti.
Soprattutto, lo fa cambiando radicalmente la sua posizione in termini narrativi e metaforici. Non più, o non solo, una donna e una madre che cerca di sopravvivere, ma una combattente pienamente politica, che mira alla sovversione di un regime totalitario.
Dopo questi fatti, nel giro di poco June viene catturata e torturata, e malgrado una feroce resistenza finisce con il rivelare la posizione della altre ancelle ribelli, quando a essere minacciata non è più la sua incolumità, ma quella della figlia Hannah, che in una scena straziante mostra di non riconoscerla più e di avere paura di lei.
Una volta ricatturate le sue compagne, June verrà rivestita da ancella e portata verso un campo di lavoro in cui le donne vengono obbligate a faticare tutto il giorno, tranne il momento in cui qualcuno verrà a ingravidarle, perché il loro ruolo di incubatrici non può venire meno solo perché si sono comportate male.
Ma June al campo non ci arriva, perché quando è ancora sul furgone si ribella alla zia Lydia – che nei tre episodi riesce a essere stronza come sempre ma anche a farci un po’ di pena, perché vediamo in lei non tanto la cattiveria, quanto l’incapacità di ribellarsi a un sistema che, se sostenuto e “creduto”, può comunque garantire una certa sanità mentale – e fugge via, riuscendo però a salvare solo se stessa e Janine, mentre le altre muoiono nell’inseguimento.

Il fatto che la “nuova” June tradisca le compagne può sembrare già un controsenso, ma in realtà il passaggio non è stato così rapido e indolore. Anzi, in questi tre episodi The Handmaid’s Tale non rinuncia ad aumentare ulteriormente la complessità del racconto. Non c’è solo June che, malgrado le nuove idee rivoluzionarie, soccombe di fronte alle minacce verso la figlia. Ci sono anche i bambini di Gilead che, una volta salvati, vorrebbero tornarci, perché Gilead è effettivamente l’unica casa che abbiano mai conosciuto. Ci sono Nick e Lawrence che tornano dentro i ranghi del regime, per lavorare all’interno anche a favore di June, certo, ma non per questo risparmiandole altre sofferenze.
E c’è infine un concetto più generale, che ritorna più volte anche in bocca alle ancelle che poi June, col suo comportamento, porterà indirettamente alla morte: l’idea cioè che le conquiste della protagonista, che ha portato in salvo molti bambini e trovato un posto sicuro in cui le ex ancelle non devono patire ulteriori sofferenze, possano essere “abbastanza”.
Uno dei temi centrali di questo inizio di stagione, e che immagino troveremo anche nei prossimi episodi, riguarda proprio il sacrificio che si è disposti a compiere (e, più sottile, a far compiere), in nome di un Bene Superiore. Finora, per June, era facile pensare di sacrificare se stessa per sfuggire al dolore, o per il bene della figlia. Diverso è quando sei costretta a chiedere il sacrificio di persone che non vorrebbero farlo, o che pensano di averne fatto già abbastanza, o addirittura che non riescono a comprenderlo (come i bambini di Gilead gettati nello sconforto per il fatto di essere stati allontanati da quelli che riconoscono come i loro genitori a tutti gli effetti).

Insomma, The Handmaid’s Tale prova a fare dei passi avanti, dopo tre stagioni di grande impatto emotivo e altissimo valore artistico, ma che si sono anche tirate addosso alcune critiche che andavano la cuore della sua stessa natura: può una serie che cerca di combattere la violenza sulle donne, mostrare così tanta violenza sulle donne? Un po’ lo stesso discorso che facevamo qualche giorno fa con Them.
E mi viene da dare la stessa risposta: sì, ha senso se c’è una cornice tematica e artistica che dia corpo a quel senso. Ora, dopo tre anni in cui The Handmaid’s Tale ha insistito sul tasto della bruttura per ficcarci a forza nel cervello il sentimento vero di quella sofferenza femminile, la serie prova a imboccare una strada nuova, in cui June non è più solo vittima, ma anche carnefice, non più solo prigioniera, ma anche soldatessa e partigiana.
Probabilmente è giusto così, perché questi tre episodi, a partire della figura di Esther che è ella stessa una bambina-soldato dalle motivazioni, desideri e responsabilità complesse, ci hanno dato le stesse sensazioni forti che amiamo associare a The Handmaid’s Tale, senza dimenticare l’importanza di un riflessione che continua a essere feconda e, adesso, ampliata forse orizzonti finora inesplorati.

Ci risentiamo alla fine.

PS Sì ci sarebbe anche la storia di Serena, che è pure incinta contro ogni previsione, ma su quel fronte mi sembra che la situazione sia un po’ statica. Vediamo se diventa più interessante nelle prossime settimane



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