15 Giugno 2021

Sweet Tooth su Netflix – Una di quelle serie semplici semplici ma che funzionano di Diego Castelli

Sweet Tooth racconta di un ragazzo-cervo in un mondo post-pandemia. E il cuore te lo scalda, sì sì.

Poco più di un anno fa, quando molte serie tv andarono in pausa forzata a causa delle restrizioni sanitarie, ci chiedemmo cosa ne sarebbe stato del rapporto fra telefilm e pandemia.
Ci chiedevamo, cioè, se le serie tv avrebbero incorporato o meno all’interno delle loro storie l’epidemia da Covid-19, e riflettevamo anche sulla potenziale sensibilità del pubblico nei confronti di prodotti che contenessero eventi simili, provando a immaginare se una pandemia imperante fuori dalle serie tv, suggerisse o meno di tenersene alla larga dentro.
Alla fine, alla prima domanda abbiamo risposto con un “dipende”: alcune serie (come Grey’s Anatomy, This Is Us o The Conners) hanno scelto di considerare la pandemia una nuova normalità che andava inserita nella narrazione perché, molto semplicemente, non farlo avrebbe tolto realismo al racconto. In altri casi, invece, si è fatto finta di niente, magari basandosi sul fatto che il concept dello show non prevedeva un collegamento così netto col qui-e-ora degli spettatori.
Con la seconda domanda, invece, la risposta è più netta: non solo il concetto di pandemia non è diventato un tabù, ma anzi ha rappresentato uno spunto di riflessione ulteriore e una possibilità di esplorare mondi futuri, fantastici o distopici in cui il concetto di pandemia, molto semplicemente, era conosciuto molto più in profondità da chi guardava, permettendo un’immedesimazione maggiore (anche quando il rapporto con il presente non era per nulla voluto, come nel caso di Anna, che era stata scritta e girata prima dello scoppio della pandemia, salvo poi essere costretta a presentarsi in tv dopo il precipitare della situazione).

Sarà anche per questo, cioè per questa nostra capacità di assorbire la realtà e rielaborarla in modo più efficace del previsto (qualcuno userebbe la parola più abusata degli ultimi dieci anni, cioè “resilienza”), che possiamo cogliere con serenità tutto il calore e l’ottimismo racchiusi in una serie come Sweet Tooth.
Prodotta-distribuita da Netflix e creata da Jim Mickle a partire dalla serie a fumetti scritta e disegnata da Jeff Lemire, Sweet Tooth venne descritta a suo tempo come l’incrocio fra Mad Max e Bambi, che forse è l’accostamento più ardito mai concepito da mente umana, appena dopo quello fra pizza e ananas.
Siamo in un (prossimo) futuro post-pandemico in cui un misterioso virus ha decimato la popolazione mondiale, e in cui contemporaneamente hanno cominciato a nascere degli ibridi umano-animali, di cui nessuno conosce la reale provenienza. Soprattutto, a parte quella temporale non si conosce la correlazione fra gli ibridi e l’avvento della malattia (da cui peraltro gli ibridi sono immuni), ammesso e non concesso che questa relazione effettivamente esista.

Il protagonista di Sweet Tooth è Gus (Christian Convery), un bambino di dieci anni un po’ umano e un po’ cervo, con le corna e un olfatto molto sviluppato, che è stato cresciuto e nascosto dal padre (Will Forte) nel parco di Yellowstone, in un periodo in cui il caos politico e sociale seguente alla pandemia andava di pari passo con una violenza ingiustificata nei confronti degli ibridi.
Alla morte del padre (non è un grande spoiler, succede nel primo episodio ed è largamente prevedibile), Gus si ritrova da solo a cercare la mamma persa da tempo, e viene presto affiancato da un omone di nome Tommy (Nonso Anozie, è lui a dargli il soprannome di “sweet tooth”, cioè “golosone”).
A questa storia principale, che si compone di un viaggio attraverso l’America e di molte avventure, si affiancano poi due storie parallele: quella di un ex medico (Adeel Akhtar) alle prese con la ricerca di cura per il virus di cui è affetta anche la moglie (e che però prevede esperimenti dal valore morale assai dubbio); e poi quella di Aimee (Dania Ramirez), una psicologa che punta a creare un posto sicuro per gli ibridi, noto come la Riserva.



Ci è capitato spesso, qui sulle pagine virtuali di Serial Minds, di elogiare serie tv che magari non puntavano a chissà quali rivoluzioni, ma che almeno sapevano cosa stavano raccontando, a chi, e con che mezzi. Sweet Tooth ricade pienamente in questa categoria.
Certo, l’idea degli ibridi è intrigante, e probabilmente non avevamo mai visto una serie tv con protagonista un ragazzo-cervo dotato di corna. A parte questo, però, lo sviluppo della storia richiama alle mente tanti racconti per ragazzi e famiglie in cui un percorso fisico di spostamento attraverso una qualche mappa (in cerca di un “tesoro” che in questo caso è la madre di Gus) si tramuta anche in percorso psicologico per i personaggi, che come da manuale partono divisi e mossi da interessi personali apparentemente inconciliabili, e nel giro di pochi episodi trovano non solo un modo per coesistere, ma anche per sviluppare una connessione che, volenti o nolenti, diventa quasi più importante della missione che in origine si erano prefissati di compiere.

In questo senso, la sceneggiatura di Sweet Tooth gioca con gli strumenti classici del genere e mette in fila molte diverse avventure ma anche continui occasioni di incomprensione e litigio fra i protagonisti, presto ricomposte nel comune desiderio di sopravvivere ma anche, naturalmente, nel riconoscimento di una reciproca purezza.
Perché ovviamente, come sempre accade quando ci sono piccoli eroi così giovani, e specialmente piccoli eroi che sono in qualche modo collegati a forze naturali e non-del-tutto-umane, al cuore dell’esperienza di Sweet Tooth c’è un messaggio di candore, di speranza e di unione di cui il nostro buon Golosone è sia incarnazione che apprendista.
Da una parte, Gus e gli altri ibridi, immuni al virus che ha sterminato buona parte dell’umanità, rappresentano una sorta di ritorno alla natura che gli umani, schiavi della loro tecnica e del loro progresso, sembrano aborrire e perfino temere, quando in realtà proprio lì sta la chiave della loro sopravvivenza. A questo va poi aggiunto tutto un tema di razzismo e intolleranza che se vogliamo è abbastanza “facile”, ma che comunque è perfettamente legittimo e giustificato in una storia come questa. Dall’altra parte, è Gus stesso a dover imparare, perché il padre l’ha cresciuto nell’amore e nella comunione con la natura, ma anche nella paura del mondo esterno, che effettivamente rappresenta per Gus un’occasione di scoperta ma anche di pericolo.
Il continuo tira e molla fra rischi e opportunità è da sempre una delle chiavi di prodotti di questo genere, che puntano a insegnare ai ragazzi la bellezza dell’apertura verso il nuovo e il diverso, chiedendo però anche di calcolare che il mondo là fuori non è necessariamente tutto rose e fiori.

Chi ha apprezzato la prima stagione di Sweet Tooth (e sono parecchi, a giudicare anche dai voti in giro) l’ha fatto non tanto, o non solo, per l’originalità in sé e per sé del concept, e nemmeno per alcuni altri pregi specifici come la regia molto ariosa, il trucco efficace, e le interpretazioni tutti azzeccate da parte del cast, ma proprio per questo senso di spensieratezza fanciullesca che trasuda da ogni episodio, e che riporta indietro a certi racconti della nostra infanzia.
Poi secondo me non è un “capolavoro”, e anche stando nel suo genere ci sono alcuni elementi che ho trovato non perfettamente rifiniti: di fatto la storia di Gus, e forse quella del medico, sono le meglio scritte, ma altre sottostorie collaterali soffrono di fiato corto e appaiono un po’ frettolose.
Resta però il fatto che il protagonista, pur essendo un “bambino molto buono e un po’ pedante”, riesce a essere simpatico senza farti venire voglia di prenderlo a pedate, e finisce che del suo destino ci interessa veramente (tanto più che, oltre alla semplice ricerca delle madre, ci sono un po’ di misteri da risolvere e chiarire).
Questo è merito dell’intera serie ma, se devo guardare il dettaglio, soprattutto del primo episodio, che fornisce una grande quantità di informazioni senza diventare eccessivamente didascalico, e che ricostruisce così bene il rapporto fra Gus e suo padre (l’interpretazione di Will Forte, che solitamente conosciamo per serie in cui fa il completo imbecille, è breve ma davvero intensa), da imporci la visione degli episodi successivi nella speranza che vada tutto bene.

Perché seguire Sweet Tooth: perché è una serie scritta, diretta e interpretata con bello stile e grande cuoricione.
Perché mollare Sweet Tooth: perché l’idea di seguire le avventure di qualche bambino con le orecchie pelose è già di per sè troppo zuccherosa per il vostro cuore indurito dalla vita.



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