10 Settembre 2021

American Crime Story: Impeachment di Diego Castelli

Avevamo letto cose terribili su American Crime Story: Impeachment, che in realtà non è così male, anche se…

Se avete seguito la prima puntata della terza stagione del nostro podcast Salta Intro, avrete sentito di un certo mio timore all’approssimarsi della terza stagione di American Crime Story, la serie prodotta da Ryan Murphy in onda in America su FX, che dopo un primo giro dedicato alla vicenda processuale di O. J. Simpson e un secondo incentrato sull’omicidio di Gianni Versace, si preparava ad affrontare la storia di Monica Lewinsky e dello scandalo che a fine anni Novanta coinvolse l’allora Presidente Bill Clinton.
Il motivo del timore non stava nella storia passata dello show. È vero che avevo trovato la prima stagione semplicemente eccezionale, mentre la seconda mi era parsa assai più debole (meno interessante in termini culturali e politici, ma anche semplicemente più noiosa). Allo stesso tempo, però, la vicenda dello scandalo Lewinsky sembrava avvicinarsi molto di più alle dinamiche viste nella storia di O. J. Simpson, con la stessa possibilità di ravanare nel torbido di segreti, registrazioni, interrogatori, aule di tribunale, e lo stesso impianto corale che avrebbe potuto allargare le maglie della narrazione coinvolgendo più personaggi e aumentando il ritmo.
Il timore nasceva da un dettaglio molto più circoscritto: una recensione di TvLine in cui mi ero imbattuto casualmente, e in cui il giornalista Dave Nemetz (che, giova sottolinearlo, è un grande fan della prima stagione di ACS) definiva questa nuova storia un “melodramma che sta giusto a due-tre gradi di distanza da una parodia del Saturday Night Live“.
Insomma, un giudizio non proprio lusinghiero.
Alla fine la prima puntata è andata in onda negli Stati Uniti (in Italia arriverà su FOX il 12 ottobre) e forse possiamo dire che Nemetz quella mattina lì si era svegliato particolarmente male. Purtroppo, però, da qui a dire che siamo al livello della prima stagione ce ne passa un bel po’.

C’è un piccolo dettaglio da cui vale la pena di partire, cioè il trucco. Già nella prima stagione di American Crime Story, attori e attrici erano stati sottoposti a pesanti sessioni di trucco e parrucco per assomigliare alle loro controparti reali, che nella maggior parte dei casi erano persone che il pubblico americano conosceva bene, anche se erano passati tanti anni. Lo stesso avviene con la terza stagione, dove l’esempio più evidente è quello di Sarah Poulson, attrice feticcio di Ryan Murphy (regista del primo episodio) che qui si trasforma in Linda Tripp (uno dei personaggi più rilevanti dello scandalo Lewisnky) rendendosi quasi irriconoscibile.
Questo elemento, che potremmo quasi chiamare del cosplay, è già una sorta di scoglio o confine da superare: se la serie che stiamo guardando è ben scritta, messa in scena nel modo giusto, approfondita come si deve, l’operazione di ricalco delle fattezze dei veri protagonisti ci sembra del tutto ragionevole e accettabile, se non addirittura doverosa. Se invece ci troviamo di fronte a una serie fatta coi piedi, ecco che l’elemento cosplay (a cui si aggiungerà Clive Owen nei panni di Bill Clinton, che nella premiere si vede solo per pochi secondi) diventa simbolo di un senso di posticcio e di ridicolo, che porta poi al riferimento al Saturday Night Live scritto da Dave Nemetz.

Da questo punto di vista, con la storia di O.J. Simpson non avevamo avuto problemi. È lo stesso Nemetz a sottolineare una cosa importante, il fatto cioè che quella stagione, che pure rimaneva estremamente aderente ai fatti che moltissimi spettatori già conoscevano, riusciva effettivamente ad aggiungere qualcosa, a creare sfumature inaspettate, a gettare una luce nuova su uno degli eventi mediatici più famosi della recente storia americana e mondiale. Un risultato certamente sorprendente, che in gran parte si basava sulla capacità di Murphy e compagni di rileggere quei giorni proprio in termini di evento mediatico: sarà scontato dirlo, ma riguardare il passato col senno di poi è sempre un esercizio potenzialmente fecondo, perché ci stacca dalle emozioni che si vivono durante gli eventi, permettendo di cogliere meglio dettagli che, nella concitazione del momento presente, vanno inevitabilmente perduti. Però quel “senno” bisogna averlo, per costruire una rilettura che funzioni, e in effetti nella prima stagione di ACS c’era eccome (oltre, naturalmente, alla pura e semplice capacità di scrivere e girare una storia appassionante, che tenesse col fiato sospeso nonostante tutti sapessero come sarebbe andata a finire).



Quello che Dave Nemetz e alcuni altri critici hanno voluto sottolineare (probabilmente avendo visto più episodi di noi) è che a Impeachment manca proprio quella capacità di andare oltre la ricostruzione pedissequa degli eventi, trovando un punto di visa che riesca a suonare inedito. E da qui l’impressione, a quel punto inevitabile, di essere di fronte a un convegno di sosia o simil tali che mettono su una recita scolastica.
Ecco, io non ve lo so ancora dire se sono d’accordo con questo giudizio, perché il primo episodio parte da lontano, dalle accuse mosse a Clinton dalla giornalista Paula Jones (che non riuscì a far esplodere uno scandalo del livello di Lewisnky, ma in qualche modo le preparò il terreno), e solo verso fine episodio arriva all’effettiva vicenda della ben nota stagista della Casa Bianca con cui il Presidente ebbe una relazione extraconiugale.
Già da ora, però, si riescono a vedere alcuni elementi che funzionano e altri che sembrano girare a vuoto.

In termini di puro thrilling, inteso come la capacità di montare insieme gli eventi così da tenere desta l’attenzione di chi guarda, questo primo episodio sembra funzionare meglio con chi ha già una certa dimestichezza con gli eventi narrati. Di fatto, per chi sa relavitamente poco della vicenda, un’intera puntata a parlare di Linda Tripp e Paula Jones, che non sono i nomi più ricordati dal pubblico internazionale, crea di per sé qualche rischio, e quindi mi chiedo se non si potesse sfruttare un po’ di più Monica anche in queste prime battute in cui si è scelto (legittimamente) di raccontare un po’ di necessario pregresso.
Se facciamo un piccolo sforzo per ascoltare la storia di personaggi inaspettatamente sconosciuti, poi il racconto scorre via abbastanza liscio, mostrandoci la frustrazione di Linda che viene declassata dopo il suicidio del suo capo; le angosce di Paula che vorrebbe denunciare Clinton per le molestie ricevute, senza però avere grandi prove del fatto e sapendo di finire sotto l’occhio impietoso dei riflettori; e infine i tormenti romantici della stessa Monica Lewinsky, che nella prima fase della sua relazione con Clinton percepiva sì il pericolo di quel rapporto, ma era ancora troppo coinvolta emotivamente per superare la fase zucchero e miele.
In questo senso, costruire l’episodio mostrando Bill Clinton solo alla fine, quando telefona a una Monica che ha già detto troppo in giro facendo drizzare le antenne di una donna (Linda) che non vede l’ora di potersi vendicare della Casa Bianca, ci trasmette la sensazione di un’impalcatura ben costruita, che sospende il racconto proprio nel momento in cui stanno per esplodere le bombe più grosse.

Niente da dire sul fronte delle interpretazioni, che in questo caso è soprattutto il fronte Sarah Poulson: l’attrice veterana di American Horror Story si trasforma completamente in una donna intelligente e ambiziosa, ma anche molto sola e rovinata dal rancore e dall’invidia, che ribollono costantemente sotto una patina di ostentata professionalità. Brava anche Annaleigh Ashford nei panni di Paula Jones e la stessa Beanie Feldstein in quelli di Monica Lewinsky, anche se il lavoro vero per lei deve ancora cominciare. E poi aspettiamo di giudicare più compiutamente alcune facce ben note che per ora abbiamo solo intravisto: Clive Owen (Bill Clinton), Edie Falco (Hillary), Kathleen Turner (Susan Webber Wright), Cobie Smulders (Ann Coulter) e altri.

Qualche perplessità in più arriva dal ritmo, che resta sempre piuttosto blando, e dal tono. Qui e là si percepisce un po’ di scollamento fra le diverse anime dello show, che sembra indeciso fra la ricostruzione storica, le strizzate d’occhio a un presente molto attento alla questione molestie (e soprattutto molestie sul lavoro), talvolta perfino la parodia ironica del carrozzone burocratico di Washington.
Non che una serie non possa avere più anime e più stili, naturalmente, ma il problema è sempre quello di amalgamarli in modo che remino tutti nella stessa direzione, mentre con questo primo episodio di Impeachment viene da chiedersi quale sia davvero la direzione che prenderà lo show e la conseguenza più immediata è un fastidioso senso di disordine.

C’è poi un ultimo punto, che richiama le perplessità dei giornalisti di cui sopra. La prima stagione di American Crime Story era riuscita a fare un discorso sorprendentemente lucido e moderno sul mondo dei media americani, e l’impressione è che Impeachment, volente o nolente, potrebbe essere costretta a riproporre un discorso molto simile, perdendo di originalità. Allo stesso tempo, la vicenda di O. J. Simpson era stata raccontata fin da subito con un piglio più rapido e anche più luminoso, ci aveva buttato in un calderone ribollente che ci aveva costretto ad afferrare i popcorn. Impeachment, invece, prende le mosse dentro corridoi grigi, bui e spogli, nel dietro le quinte di una Casa Bianca in cui vediamo all’opera i piccoli oscuri sotterfugi della politica e del giornalismo, ma in cui manca (per ora, sia chiaro), l’apertura e il respiro della prima stagione.
Per dirla in altro modo, Il Caso O. J. Simpson era stata un’operazione “grandiosa”, non solo in termini di giudizio, ma proprio di messa in scena, un gettare gli spettatori in un circo che forse avevano dimenticato, o che non avevano mai visto così. In Impeachment, per ora, è tutto più ombroso e trattenuto, e per quanto questa non sia necessariamente una scelta “sbagliata”, difficilmente può generare lo stesso impatto che generò la prima stagione nel lontano 2016, dove a suo modo fece epoca. Qui mi sa che l’epoca non la farà nessuno.

Poi va anche detto, a chiusura, che ho più voglia di vedere il secondo episodio di questa, rispetto al desiderio che avevo all’epoca di vedere la seconda puntata de L’assassinio di Gianni Versace. Magari è solo perché mi interessa di più questa storia, ma tant’è.
Ci risentiamo alla fine.



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