24 Settembre 2021

Jaguar – Netflix: caccia ai nazisti ed estetica da b-movie di Marco Villa

Jaguar è un b-movie ambientato nella Spagna franchista, con un gruppo di superstiti dell’Olocausto a caccia di nazisti

Un b-movie ambientato nella Spagna franchista, con un gruppo di superstiti dell’Olocausto a caccia di nazisti sfuggiti al processo di Norimberga. A voler essere sintetici, è questa la miglior descrizione possibile di Jaguar, serie spagnola che ha debuttato il 22 settembre su Netflix. Dei b-movie anni ‘70 Jaguar ha lo stile, il tono e il ritmo, ma anche la colonna sonora e alcune scene quasi simboliche, come lunghi inseguimenti e scontri a mani nude. Una scelta di campo, per un genere che non è mai andato per il sottile in quanto a rappresentazione di personaggi e intrecci. E qui arriva la seconda parte: il carico da 90 dato dall’inserimento dei cattivi per antonomasia (i nazisti) e di una ricerca di giustizia che parte dai campi di concentramento, per arrivare ai tribunali internazionali.

Il primo aspetto positivo di Jaguar è che entra subito nel vivo del discorso: non ci sono introduzioni, pochi istanti dopo il logo Netflix siamo già nella storia, che è la storia di Isabel (Blanca Suarez, già al lavoro con Almodovar e De La Iglesia e protagonista delle Ragazze del Centralino). Isabel è sopravvissuta a Mauthausen e da quando è uscita dal campo ha un solo obiettivo: uccidere Otto Bachmann (Stefan Weinart), l’ufficiale delle SS che ha ucciso suo padre. Terminata la guerra, nel 1962 lo rintraccia in Spagna e mentre si sta organizzando per ucciderlo, viene intercettata da un gruppo di uomini, guidato dal carismatico Lucena (Ivan Marcos) che ha il suo stesso obiettivo, ma che ragiona in un altro modo. Non vendetta privata nei confronti di un solo individuo, ma una strategia ampia per catturare quanti più nazisti possibile: Bachmann è infatti il referente spagnolo del piano Odessa, una rete per aiutare i nazisti a fuggire in Sud America. Tra questi, uno in particolare: Aribert Heim, il medico che proprio a Mauthausen uccise un numero imprecisato di detenuti, praticando sperimentazioni criminali.

Nella descrizione appena terminata, c’è verità storica e finzione, che si mischiano in modo incessante: per dirne una, Bachmann è inventato, Heim è esistito veramente. Questo mix è efficace e affascinante, a patto di saperlo controllare, perché il tema in questione è complicato da gestire. Nei primi episodi, Jaguar dimostra di voler spingere sempre al massimo: lo fa negli inseguimenti, lo fa nelle scene d’azione, ma lo fa anche nei flashback che ci portano dentro il campo di Mauthausen e potete immaginare quanto sia delicato trovare la giusta misura anche in questi passaggi. 



Jaguar non è una serie raffinata, ma fin dalle prime sequenze si capisce perfettamente che non vuole nemmeno esserlo: è un grosso baraccone, con personaggi scolpiti con l’accetta e avvenimenti che si susseguono con un buon ritmo. Cercate la storia? Non la troverete. Cercate la riflessione? Non troverete nemmeno quella. Troverete una donna e un gruppetto di uomini alle prese con operazioni sempre più complesse e ardite, con il solo scopo di eliminare la manifestazione più concreta del male nel mondo. Tutto estremo, appunto. Tutto spinto sull’acceleratore, come spesso accade con le serie spagnole: dovesse riuscire a reggere fino alla fine, Jaguar sarebbe un esperimento interessante soprattutto dal punto di vista stilistico. Dritto e orgoglioso del proprio essere senza sfumature, un po’ come la sua sigla folk-punkettona.

Perché guardare Jaguar: per il suo giocare a fare il b-movie

Perché mollare Jaguar: perché la grana è davvero grossa



CORRELATI