2 Novembre 2021

Dopesick – Un serie impegnata e appassionante, in arrivo su Disney+ di Diego Castelli

La dipendenza da oppiodi negli USA è un problema enorme con una genesi molto semplice: Dopesick la racconta con chiarezza e buoni interpreti

Arriverà in Italia il prossimo 12 novembre nel canale STAR all’interno della piattaforma Disney+, ma negli Stati Uniti è già partita su Hulu (piattaforma che Disney possiede) raccontando una delle più grandi emergenze sanitarie nella storia degli USA. Talmente grande che per anni ha ucciso migliaia di persone, senza che quasi nessuno ne capisse la causa.
Parliamo di Dopesick, la serie creata da Danny Strong (già padre di Empire e in passato buffo caratterista in serie come Una mamma per amica e Buffy) e tratta dal libro Dopesick: Dealers, Doctors and the Drug Company that Addicted America, di Beth Stacy.

Ogni volta che guardiamo un film o una serie tv tratta da una storia vera ci aspettiamo un risultato che per certi versi è controintuitivo: pretendiamo cioè che il racconto sia appassionante anche se sappiamo già come andrà a finire (e se dovessimo citare l’ultima serie che, con questi presupposti, ci ha fatto spellare le mani dagli applausi, dovremmo citare la prima stagione di American Crime Story).
Anche Dopesick punta allo stesso risultato, ma partendo da una base leggermente diversa: se è vero che la sua storia vera è in qualche modo “già conclusa”, è altrettanto vero che la percezione collettiva sull’enorme problema della dipendenza da oppioidi negli Stati Uniti è meno conosciuto di altri, per lo meno fuori dai confini nazionali, e in più c’è un elemento di complessità che merita di essere approfondito: considerando il clamore mediatico generato, la vicenda di O.J. Simpson è obiettivamente una questione di cui si parlò molto e che molti ricordano, mentre in questo caso c’è parecchio da scoprire per una persona che non se ne era mai interessata specificamente.

Per parte mia, mi ero imbattuto casualmente in questa questione un annetto fa leggendo Questa è l’America, in cui Francesco Costa dedicava diverse pagine a quella che pareva una storia da romanzo distopico post-apocalittico: la faccia più perversa del capitalismo, quella che in nome del profitto e del potere è disposta a infischiarsene, letteralmente, della vita delle persone.
La storia, da questo punto di vista, è semplicissima: negli anni Novanta, la Purdue Pharma, specificamente nella persona di Richard Sackler (interpretato da Michael Stuhlbarg), immette sul mercato un nuovo farmaco antidolorifico, l’OxyContin. Il medicinale si rivela molto efficace nel trattamento del dolore, e fin qui tutto bene, il problema è che causa molto facilmente dipendenza. La casa farmaceutica, però, attraverso magheggi vari, finti test e collusioni con la FDA (Food and Drug Amministration) che negli USA si occupa della vigilanza sulle medicine presenti nel paese, riesce a pubblicizzare l’OxyContin come una panacea miracolosa che ha un’alta capacità di evitare rischi di dipendenza (come invece accadeva e accade con altri farmaci simili come il famoso Vicodin del dottor House).
La menzogna, abilmente confezionata e inculcata con tutta la forza possibile nella mente degli stessi medici di famiglia e ospedalieri che hanno la possibilità di prescrivere il medicinale, fa sì che l’OxyContin diventi la principale risorsa per il trattamento del dolore, con conseguenze catastrofiche: migliaia di persone ne diventano dipendenti, con tutte le conseguenze del caso, in termini sanitari, economici, di ordine pubblico, con valanghe di cittadini trasformati in tossicodipendenti dalle stesse persone da cui erano andate a chiedere aiuto per i loro problemi di salute.



Se il nucleo narrativo, di per sé, è molto semplice (casa farmaceutica cattiva, vittime inconsapevoli, pochi eroi ed eroine disposte a tutto per far emergere la verità), riuscire a raccontare tutti gli aspetti della questione era significativamente più complesso.
In questo senso, Dopesick decide di mettere tutto sul piatto fin da subito: consentendo alla propria narrazione (non senza qualche sbavatura) di saltare da un anno all’altro per raccontare contemporaneamente sia gli inizi del problema sia il suo approdo in tribunale, la serie trattiene pochi misteri e permette agli spettatori di avere di fronte fin da subito tutta la storia. La sfida, a quel punto, è costruire un mosaico che sia insieme comprensibile e appassionante, in cui l’accumulo di informazioni legali e giornalistiche (che rappresentano l’aspetto più interessante della vicenda, nel senso proprio della possibilità di apprendere qualcosa che non conoscevamo) deve andare di pari passo con la capacità di raccontare singoli personaggi e singole storie che sappiano in qualche modo emozionarci.

Per fare questo, Danny Strong e i suoi decidono di piazzare dei personaggi chiave in ogni snodo della vicenda. Abbiamo quindi Richard Sackler con la sua brama di ricchezza e potere (declinata anche nel senso di un prestigio familiare che non so quanto sia romanzato o meno). Abbiamo il dottor Samuel Finnix (Michael Keaton), medico di paese e bravissima persona, che si ritrova ingannato dalla propaganda della Purdue. Betsy (Kaitlyn Dever), figlia lesbica di un minatore bigotto della Virginia che, dopo un infortunio sul lavoro, diventa dipendente dal farmaco. Rick (Peter Sarsgaard) e Randy (John Hoogenakker), gli avvocati che si occupano del caso. Bridget (Rosario Dawson), poliziotta che per prima si era accorta che qualcosa non tornava. Billy (Will Poulter), che lavora come venditore per la Purdue e si presta alle pratiche dalla moralità sempre più bassa pur di vendere più pillole e guadagnare di più.
Insomma, tutti gli aspetti della vicenda sono coperti, da quelli più legati ai tecnicismi legali, a quelli che invece scavano nella vita delle persone normali che si trovano travolte da un inganno di enormi proporzioni che le spinge nell’abisso della dipendenza.

Sarà bene dirci, a questo punto, che Dopesick non si è inventata granché, in termini narrativi e di messa in scena. Di film e serie tv che raccontassero scandali, complotti, pratiche illegali di grandi corporation, insabbiamenti, e soprattutto della capacità di poche anime buone di combattere da sole contro nemici cattivi e giganteschi, è pieno il grande come il piccolo schermo.
Da questo punto di vista, Dopesick non cerca di essere particolarmente originale, segue abbastanza il manuale, però lo fa bene, cosa nemmeno così scontata per una vicenda così complessa.
Nei tre episodi visti finora non abbiamo mai l’impressione di perdere il filo del discorso, e la portata dello scandalo riesce ad arrivarci nel pieno della sua potenza proprio grazie all’interesse speso nel raccontare i problemi di chi, del tutto inconsapevolmente, ha contribuito ad ampliare sempre più la catastrofe. Ed è giusto sottolineare, a questo punto, il livello di alcune singole interpretazioni, in particolare quelle di Michael Keaton, Kaitlyn Dever e Peter Sarsgaard.

È chiaro poi che una serie del genere potrebbe essere letta e commentata da molti punti di vista diversi, e fra le sue ambizioni c’è anche quella di raccontare uno spaccato dell’America che comprende sia i suoi lati più oscuri (la corsa al profitto no matter what, il ruolo potentissimo e spesso pericolosissimo dei media, la leggerezza nell’uso dei farmaci, le criticità di un sistema legale e culturale che premia sempre i ricchi) sia le sue luci di speranza, che risiedono nelle singole persone che da sole possono scoperchiare il vaso di Pandora, ma anche, più metatestualmente, nella capacità degli Stati Uniti, quando vogliono, di saper riflettere su se stessi e sui propri errori, anche grazie a film, serie, inchieste, romanzi.
Nel nostro piccolo, senza sfoggiare competenze che non abbiamo, ci limitiamo a dire che Dopesick, senza inventarsi nulla di particolarmente nuovo, fa però un lavoro egregio nell’appassionarci in maniera istintiva a una vicenda, che, al di là del puro e gustoso intrattenimento seriale, è proprio importante conoscere.

Un riferimento al presente che stiamo vivendo, però, viene comunque spontaneo. Uscendo nel 2021, un racconto che parla di case farmaceutiche che usano qualunque mezzo lecito e non lecito per infilare a forza nella gola del pubblico medicine dannose spacciate per elisir salva-vita, è difficile non pensare alla situazione che stiamo vivendo, cioè quella di una pandemia mondiale in cui l’arrivo e l’utilizzo dei vaccini ha spaccato molti paesi in due (non al 50-50, ma comunque in due).
Naturalmente Dopesick si occupa di tutt’altra vicenda e, almeno da questi primi episodi, non mi pare che voglia creare alcun confronto (quale che sia il risultato di tale confronto) con il presente. Questo naturalmente non impedirà a chi si oppone al vaccino di guardare una serie come questa e dire “hai visto? Non ci si può fidare”, così come potrebbe spingere i pro-vax (esiste questo termine?) a dire “forse non era il caso di far uscire una serie del genere in questo momento”.
Dal canto mio, che sono effettivamente pro-vax e che reputo le manifestazioni anti-vacciniste come uno dei punti più bassi mai toccati dall’Occidente contemporaneo, mi permetto solo di sottolineare un dettaglio, che Dopesick ci insegna in maniera indiretta e forse inconsapevolmente ironica: quando le grandi corporazioni decidono di mettere insieme un complotto, potete stare certi che saranno in pochissimi ad accorgersene, e quei pochissimi saranno persone preparate ed esperte. Se invece questo complotto viene smascherato da tuo cugino sulla sua pagina “verità che non ce le dicono”, potrebbe essere un buon indizio del fatto che quel complotto non esiste.

Perché seguire Dopesick: è una ricostruzione interessante e appassionante di una vicenda che ancora oggi lascia basiti.
Perché mollare Dopesick: in termini tecnici e narrativi non si inventa niente di particolarmente nuovo rispetto a prodotti simili visti nel passato.



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