3 Dicembre 2021

True Story su Netflix: lo strano caso di un thriller con Kevin Hart di Diego Castelli

Il famoso comico americano si dà al thriller in compagnia di Wesley Snipes, e se cava niente male: True Story funziona

La prima volta che ho visto la locandina di True Story, nuova serie di Netflix creata da Eric Newman (quasi alla prima esperienza da autore dopo una carriera da produttore), ho subito alzato un sopracciglio tipo: aspetta, una serie drammatica con Kevin Hart? Mi son perso un passaggio? È una realtà parallela? Loki, sei tu?
Sì perché Kevin Hart è soprattutto un comico. Comico nei film (da Jumanji a Una Spia e Mezzo, da Duri si diventa ai doppiaggi di Pets), comico negli spettacoli dal vivo. Prossimo ai 43 anni, ha fondato la sua carriera sulle sue qualità di comedian, giocando spesso sulla sua fisicità minuta da folletto (163 centimetri), da cui tira fuori un’allegria esuberante che sui social è diventata famosa specialmente per il contrasto anche visivo con l’imponenza del suo amico e collega Dwayne “The Rock” Johnson, con cui ha collaborato in diversi film.
Tutto questo per dire che trovarsi di fronte una serie in cui interpreta effettivamente un comico di grande successo, sorta di alter ego di se stesso, ma di cui vediamo soprattutto i lati più oscuri, è già di per sé motivo di interesse.
Poi se consideriamo che la serie funziona, meglio ancora.

In realtà, quando ancora avevo visto poche immagini ed ero giusto venuto a sapere della presenza nello show di Wesley Snipes nei panni del fratello maggiore del protagonista, pensavo che True Story (complice anche il titolo ingannevole) ci avrebbe effettivamente raccontato il lato più buio e meno battuto della vita del comedian, una sorta di diario-confessione di Hart che avrebbe potuto essere un’operazione vagamente stucchevole, ma anche potenzialmente interessante se trattata nel modo giusto. Il fatto poi che Hart avesse passato qualche momento burrascoso negli ultimi anni (come la mancata conduzione degli oscar a seguito delle polemiche per certi suoi tweet omofobi degli anni scorsi) concorreva alla previsione di una storia drammatica e, appunto, “vera”.

Sorpresa: niente di tutto questo. Non solo True Story non è una storia vera, ma non appartiene nemmeno a quel genere drammatico-intimista che pensavo. True Story è un thriller, puro e semplice, perfino “facile” nelle sue strutture di fondo. Il protagonista, come detto, è questo The Kid, un comico famosissimo e idolatrato che vive una relazione burrascosa con il fratello Carlton, un mezzo fallito che voleva fare il ristoratore ma che è finito ad avere debiti con mezza mala cittadina. Insomma, stesso sangue ma destini molto diversi, con tutto il prevedibile corollario di rancori, sfiducie, piccoli segreti.
Date queste premesse, la trama comincia davvero quando una serata di festeggiamenti finisce (molto) male, e Kid si trova invischiato in una storiaccia da cui dovrà cercare di uscire facendo (rischioso) affidamento sul fratello, e provando allo stesso tempo a non far arrivare alcuna informazione non solo alla stampa, ma anche ad alcuni fra i suoi più stretti collaboratori.



Un thriller semplice, si diceva, perché effettivamente non è la prima volta che ci troviamo di fronte a una storia in cui la suspense si crea soprattutto con l’aggiunta di continui strati di pressione su un personaggio, che di volta in volta ha la percezione di aver risolto i suoi problemi, appena prima di rendersi conto che sta per arrivare una botta ancora più forte.
Da questo punta di vista, la sceneggiatura regge bene anche senza essere clamorosa. Il ritmo è buono, ci sono cliffhanger efficaci, e il finale, pur non troppo sorprendente, riesce comunque ad avere un buon impatto anche in termini di pura messa in scena.
La vera forza di True Story, comunque, sta nella chimica fra Kevin Hart e Wesley Snipes: il primo si dimostra capace di gestire senza problemi un genere a cui è meno abituato, spogliandosi della sua immagine più buffa e stupidona per restituirci un personaggio costretto a una costante montagna russa emotiva. Snipes, dal canto suo, ha passato da tempo i fasti della sua carriera negli action-movie, non ha più il fisico del mezzo vampiro Blade, e qui si ritaglia il ruolo più sporco, smagrito e dimesso, eppure agguerrito, di fratello pericoloso e inaffidabile, ma allo stesso tempo affezionato, con cui il protagonista è costretto a fare i conti.
La tensione costante fra i due attori, il continuo tira e molla di un rapporto famigliare ineliminabile ma non per questo “amichevole”, è la fonte di buona parte dell’interesse per al miniserie.

True Story non cambierà la vostra vita, e non bisogna granché credere a certe interviste trovate online, in cui Wesley Snipes dice di essere entrato nel progetto solo dopo aver saputo che ci sarebbe stata una storia e un punto di vista diversi dal solito. Non è mica troppo vero, e anche gli elementi da “dietro le quinte della comicità”, che pure vorrebbero rappresentare un secondo livello di lettura buono per dare spessore al tutto, finiscono con l’essere fagocitate dal puro meccanismo del thriller, che alla fine spazza via tutto rimanendo l’unico faro della produzione.
Però oh, è un thriller che effettivamente funziona, uno di quelli abbastanza validi da darvi modo di rispondere alle pressanti domande dei vostri amici e amiche, quelli a cui, a vostro rischio e pericolo, vi siete venduti come “esperti di serie”. Di fronte alla loro solita, opprimente domanda tipo “cosa ci consigli di guardare adesso?”, potete serenamente rispondere True Story, sapendo che così li terrete buoni per sette ore.
Poi certo, torneranno a chiedervi altra roba, ma intanto guadagnate tempo.

Perché seguire True Story: è un bel thriller con un Kevin Hart perfettamente a suo agio in un genere poco usuale per lui.
Perché mollare True Story: se dalle serie tv volete qualcosa in più oltre a un onesto intrattenimento.



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