14 Aprile 2022

Killing Eve Series Finale: era difficile fare peggio di Diego Castelli

Una delle migliori serie degli ultimi anni, con uno dei peggiori finali di serie di sempre. Beh, bel record.

OCCHIO, SPOILER!

Sono un recensore semi-amatoriale (o semi-professionale) da ormai tanti anni, e può capitare che arrivino articoli che non vuoi scrivere, ma che devi comunque produrre. Che sia perché sei stanco, tirato coi tempi, poco interessato all’oggetto di cui devi scrivere, ci possono essere tante motivazioni. Ma oggi forse battiamo un ipotetico record di amarezza: devo infatti analizzare il finale di una serie che nel 2018 mettemmo in cima alla nostra classifica delle serie più belle dell’anno, e quattro anni dopo sono cui ad ammettere, con metaforico nodo alla gola, ciò che mai avremmo potuto prevedere.
Sì, il finale di Killing Eve è quasi pessimo.

Che poi, a ben guardare, non so se fosse “così” imprevedibile. Perché se è vero che possiamo parlare male dell’episodio finale di Killing Eve, dobbiamo anche dire che qualcosa non tornava da un po’, e forse una delle caratteristiche più famose e “industrialmente” elogiate della serie si è rivelata un boomerang nemmeno troppo sorprendente.
Magari partiamo da qui, giusto per rimandare ancora di due minuti il disagio vero.

Sicuramente ricorderete qual era la particolarità produttiva di Killing Eve. Phoebe Waller-Bridge, creatrice dello show (a partire dai romanzi di Luke Jennings) e showrunner della prima stagione, decise che ogni stagione da lì alla fine avrebbe avuto una guida diversa, sempre femminile. Ecco allora la showrunner della seconda stagione Emerald Fennell, a cui seguì Suzanne Heathcote, per finire con Laura Neal, che ha firmato la quarta e ultima stagione.

Questa scelta, naturalmente, si prese gli elogi di chi, in un momento molto particolare della produzione cinematografica e televisiva, non molto tempo dopo il MeToo, vedeva in questa decisione così inusuale una salutare spinta verso la diversificazione e l’inclusione di sguardi solitamente marginali. Una scelta lontana dalla chiusura monolitica e, inutile sottolinearlo, solitamente maschile, della tradizionale produzione dell’audiovisivo.

Tutto bene, tutto giusto, tutto lodevole, se non fosse che la realtà è spesso più dura dei nostri sogni. Non è un caso se, di solito, le serie tv mantengono per anni le/i showrunner iniziali, specie nelle primissime stagioni, e salvo casi particolari. Il motivo è semplicissimo: chi guida il team di sceneggiatori impone la propria visione sulla storia, e le serie tv, che giocano la loro partita su tanti anni e molti episodi, hanno quanto mai bisogno che quella visione sia il più possibile coerente.

Questo non significa che non siano esistite ed esisteranno serie di successo che hanno cambiato showrunner in corsa, specie quelle che superano le cinque, sei stagioni. Allo stesso tempo, però, proprio l’esempio di serie che hanno funzionato benissimo dall’inizio alla fine, guidate sempre dalla stessa persona, ci confermano che il più delle volte quella coerenza serve eccome. Ve lo immaginate Breaking Bad che perde Vince Gilligan a metà serie? O Mad Men che a un certo punto fa a meno di Matthew Weiner?

E se non riuscite a immaginarlo, abbiamo anche un esempio fattuale di come le cose possano andare male: la settima stagione di Gilmore Girls / Una mamma per amica fu l’unica della serie non guidata dalla sua creatrice, Amy Sherman-Palladino. Risultato? C’è una fetta dei fan che considera quella stagione come mai avvenuta, fuori canone, e già ai tempi ci si lamentò di un cambio di tono troppo vistoso e di scelte non pienamente comprensibili.

Arriviamo così a Killing Eve, che in questa cornice sceglie deliberatamente di cambiare showrunner ogni stagione. Cosa mai potrà andare storto?
Eh, parecchio.

Ora non stiamo qui a dire, con il senno di poi nato da un brutto finale, che Killing Eve non sia stata più una buona serie dopo la prima stagione, perché così non è, l’ho citata spesso nei serial moments in questi anni e non me ne pento assolutamente.

Però nemmeno possiamo negare che il livello di interesse, di chiacchiera, di impatto culturale che la prima stagione di Killing Eve seppe creare, con le sue due protagoniste così strambe e così tenere, ma soprattutto così lontane da molti stereotipi femminili tipici delle storie di spionaggio e omicidi, non si è più ripresentato.

Nelle stagioni successive alla prima, Killing Eve è rimasta una buona serie, ma non una serie diropendente, e se è vero che perdere Phoebe Waller-Bridge è un problema a prescindere, cioè indipendente dal genere e dal numero di chi viene dopo, è altrettanto vero che continuare a cambiare non ha aiutato ad assorbire la botta legata alla perdita di una delle migliori sceneggiatrici su piazza.

L’ultima stagione, da questo punto di vista, è stata un po’ la ciliegina sulla torta, anche se non è una ciliegina e non è una torta. L’ennesimo, e anzi stavolta ancora più forte, cambio di tono, con una sorta di temporanea inversione fra Eve e Villanelle (la prima diventata spietata e cinica, la seconda tutta casa e chiesa), non ha funzionato granché, e ha lasciato gli spettatori più straniti che altro.

Non solo. Il tentativo di giustificare quel cambio con una sorta di esplorazione di possibilità da parte dei personaggi (per ammissione della stessa Laura Neal), si è amalgamato male con il fatto che poi, molto banalmente, Eve è tornata a fare Eve (cioè quella che si mette le mani davanti alla bocca di fronte agli omicidi troppo efferati), e Villanelle è tornata a fare Villanelle (cioè quella che danza nel sangue di chiunque le si pari di fronte).

Si è trattato quindi di una stagione non priva di momenti surreali o divertenti, questi sì in stile Killing Eve, ma che non ha dato una grande impressione di solidità, specie nello sviluppo della faccenda dei Twelve, che sono rimasti per anni questo grande nome pericolosissimo e importantissimo, ma che alla fine non hanno portato alla creazione di un solo personaggio che fosse degno del carisma che quel gruppo doveva avere.

E arriviamo così al fatidico finale, dove si sbaglia quasi tutto quello che si può. O meglio, si sbagliano due cose, che però erano le più importanti di tutte.

La prima è proprio la chiusura del cerchio dei Twelve, che vengono sgominati da Villanelle su una nave, mentre Eve celebra un matrimonio completamente a caso. E dico “a caso” perché la scelta di farla scambiare per quella che avrebbe dovuto guidare la cerimonia in programma sull’imbarcazione, appare buttata lì giusto per creare una scena diversa, ma senza che la cosa ci trasmetta particolare divertimento o chissà quale metafora (se non, appunto, quella matrimoniale in relazione alle protagoniste, ma ci torniamo fra poco).

Ma il problema con i Twelve è un altro: dopo aver montato la fama di questi misteriosi cattivoni per (letteralmente) anni di episodi, i Twelve vengono interamente sgominati da Villanelle in una scena in cui non vediamo quasi niente, e in cui la protagonista fa una strage estremamente “banale”, a coltellate e manganellate (che comunque vediamo poco).

Il fatto che i più famosi villain della serie vengano distrutti in questo modo, senza vederli in faccia, senza una frase ad effetto, e senza un briciolo della tipica creatività che ha sempre accompagnato le uccisioni di Villanelle, è una roba che grida vendetta.

Ma non grida vendetta come le scelte fatte circa il futuro di Eve e Villanelle come coppia.
Ora, è evidente che qui delle scelte andassero fatte, prima di tutto sulla sopravvivenza o meno delle due. E bene o male non c’è una scelta migliore o peggiore delle altre a prescindere, dipende tutto da come metti in scena le cose e perché.

In questo senso, qui viene fatto tutto male, e tutto di fretta. Questo finale è sostanzialmente il primo episodio in tutta la serie in cui Eve e Villanelle riescono a stare insieme, da innamorate, con alcuni momenti molto teneri, e la consapevolezza (non troppo esplicitata, ma evidente) che l’esistenza dei Twelve in quanto cattivissimi della storia possa far superare alle due donne le divergenze professionali che ancora impedivano loro di stare insieme.

Solo che se i Twelve spariscono in quel modo frettoloso, se Villanelle viene uccisa da un sicario senza nome e volto (ma mandato da Carolyn), e se Eve è costretta a vedere l’amata sparire tra i flutti del fiume, alzando al cielo un urlo di frustrazione e dolore che non potrà mai venire riparato (perché la serie è finita), è normale che noi sia dica: ma scusate, cosa diavolo sto guardando? Può davvero essere finita così? Dopo quattro anni? Qualche pallottola nella schiena, il dolore di una donna che ne ha già passate di ogni, e via, ce ne dimentichiamo? Ma come è possibile?

Volete sapere come l’avrei chiusa io? Non lo faccio mai, ma siccome è un momento in cui ci dobbiamo stringere forte nella delusione…
Io avrei fatto arrestare Villanelle, perché in qualche modo doveva pagare per i crimini commessi, e avrei fatto reincontrare lei e Eve fra trent’anni, pronte a viversi una vita da pensionate felici, una volta espiati i peccati di tutti.
Ma sono certo che ognuno/a di voi sia in grado di immaginare un finale migliore di quello che abbiamo visto.

Chiudo con una riflessione non secondaria, ma non esattamente mia, a partire da alcuni spunti che ho letto in giro in questi giorni. È stato fatto notare come la costruzione dei personaggi di Eve e Villanelle, e l’amore fra di loro, abbia rappresentato un momento importante per la rappresentazione della comunità LGBTQIA, ancora una volta perché le due donne, ognuna a modo suo, hanno rappresentato una deviazione molto forte dallo standard femminile solitamente raccontato in questo genere.

Una chiusura come quella che abbiamo visto, invece, rappresenterebbe un ritorno perentorio e doloroso all’interno di un altro cliché / trope mal digerito da tutti i gay e lesbiche di questo mondo: cioè il fatto che la relazione gay sia sempre destinata alla fine, nel senso letterale della morte.

La tradizione di Hollywood è piena di storie d’amore non convenzionali, magari ammantate di zucchero e “teorica” accettazione, che però finiscono in tragedia, con l’inconscio e subdolo messaggio che sì, potete provare ad avere la suddetta relazione non convenzionale, ma tanto alla fine vi ammazziamo.

Ecco, anche Killing Eve costruisce per quattro anni una relazione decisamente non convenzionale, e ci mostra gli sforzi continui, dolorosi, sfibranti di due personaggi per portarla avanti. E durante questo percorso, ovviamente, ci fa parteggiare per loro, empatizzare con loro. Alla fine, però, pallottola nella schiena e urla belluine.
Come dire: mi spiace cara Eve, magari se ti innamoravi di un uomo tutto sto casino non succedeva, che dici?

Ora, io non voglio sposare “troppo” questa tesi non perché ritenga poco legittime o poco meritevoli di attenzione le sensibilità che avrebbero voluto un finale diverso e più coerente con quello spirito, ma semplicemente perché non mi piace giudicare a posteriori una scelta narrativa sulla base di una sensibilità politica che, avrebbe preteso scelte strettamente collegate alla realtà extra-seriale.

Per dirla più semplice: se la showrunner di Killing Eve avesse deciso di uccidere Villanelle per un motivo forte, preciso, perfettamente argomentato e ottimamente messo in scena, me ne sarei fregato altamente di una rimostranza tipo “non è giusto che le lesbiche debbano sempre morire”.

Il problema è che qui quel motivo forte e preciso non c’è. La morte di Villanelle non appare come il culmine di un percorso magari misterioso ma inevitabile, non sembra portare con sé alcun messaggio (se non quello, appunto, di “le lesbiche comunque muoiono”), e soprattutto infligge a Eve una punizione che non sembrava meritarsi. A questo punto, onestamente, ben venga anche la recriminazione politica di chi cercava in Killing Eve un forte messaggio di “lieto fine” anche per un genere di personaggi che solitamente non lo vede.

Chiudo sottolineando come, probabilmente, ci sia stato un fortissimo scollamento fra ciò che Laura Neal e il suo team avevano discusso nella writers’ room, e ciò che poi si è visto sullo schermo. In un’intervista rilasciata a Tv Line (la trovate a questo link), a Neal viene chiesto dell’ultimo urlo di Eve, e la showrunner dice che “… per me, era molto importante che quell’urlo fosse un urlo di sopravvivenza. È come se ci fosse del trionfo in quell’urlo. Una cosa tipo ‘sono sopravvissuta. Ho una nuova vita. Andrò avanti, sarò viva, e vivrò bene’, piuttosto che un urlo di perdita, o dolore, o rabbia”.

Bene, cara Laura, mi dispiace, ma quell’urlo, per come l’abbiamo visto sullo schermo, era esattamente un urlo di perdita, dolore e rabbia. E come poteva essere altrimenti, considerando che hai appena strappato l’amore della vita a una donna che ne ha passate tantissime, che aveva appena finito di venire a patti con la sua identità, e che era riuscita ad assaporare per mezzo episodio le gioie legate a quell’amore e quell’identità? Da dove doveva arrivare, esattamente, il trionfo?

Vabbè, care amiche e cari amici, è andata così. Come ha detto il Villa nel podcast, con la solita, concisa saggezza che lo contraddistingue: “alla fine di Killing Eve ricorderemo solo la prima stagione”.
Sì, andrà più o meno così. E sarà un bel ricordo. Ma per il resto, che peccato.

PS Nel caso ancora non lo sapeste, dovrebbe arrivare uno spin-off / prequel dedicato a Carolyn. Tu pensa la voglia che abbiamo di vederlo ora…

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