11 Maggio 2022

Clark – Netflix: storia surreale di un clown criminale di Marco Villa

Clark Olofsson è stato il criminale più famoso di Svezia: la sua vita è una fuga continua (e c’entra anche con la Sindrome di Stoccolma)

Pilot

Dovessi scegliere un decennio del ‘900 tra quelli più mitizzati, la scelta cadrebbe dritta sugli anni ‘60. Di solito la mitizzazione fa rima con esagerazione, ma è innegabile che in questo caso ci sia più di un motivo. È stato un periodo assurdo e vien da dire che certe storie sono potute avvenire solo in quegli anni. Tra queste, la storia di Clark Olofsson, un personaggio quasi incredibile per la quantità di avventure e disavventure vissute, reso benissimo dalla serie Clark, produzione originale Netflix svedese.

In pochissime parole, Clark è la storia di un uomo che ha vissuto sempre sul filo tra legalità e illegalità, passando buona parte della propria vita in prigione o in fuga dalla prigione. Fin da quando è ragazzino, in Svezia, vive di espedienti, rubando qua e là e finendo in carcere già da minorenne. Il fatto è che Clark dal carcere scappa con una facilità disarmante e lo farà per tutta la vita, una vita punteggiata di rapine e fidanzate, di arresti e fughe, di soldi sperperati e tentativi raffazzonati di mettere in piedi piccole imprese criminali.

Sempre prendendo ogni cosa alla leggera, con una risata. O almeno così viene raccontato nella serie, dove Clark è una specie di clown di due metri che danza tra un’avventura e l’altra, sul viso un ghigno perenne splendidamente reso da Bill Skarsgård. Più che alle gesta di un gangster, siamo quasi dalle parti di un Pinocchio fuori scala, che si beffe dell’autorità ed è guidato da due soli obiettivi: soldi per riscattare le origini e sesso per soddisfare gli impulsi. Come da tradizione, il ladro ha sempre una guardia che lo insegue, ma in questo caso non è un lungo estenuante inseguimento, ma un continuo stop&go dato dagli arresti e dalle evasioni di Clark. Anche qui, tutto gestito con il gusto per il paradosso e il surreale.

Nella Svezia degli anni ‘60, Clark Olofsson è un personaggio conosciuto, una celebrità che finisce regolarmente sui giornali. La chiave però è la leggerezza, il fatto di non avere commesso reati contro le persone, ma solo rapine e simili, differenza fondamentale rispetto a un Renato Vallanzasca, forse l’unico esempio italiano di bandito superstar, ma che ha lasciato dei morti dietro di sé. Olofsson è un buffone, un clown, che ha scelto la malavita come palcoscenico. O almeno questo è quello che ci viene riportato dalla serie.

Quel che è certo è che la celebrità di Olofsson fu enorme. Talmente grande che, durante una rapina con ostaggi a Stoccolma, viene chiamato dai rapinatori come figura di mediazione o guru. Non è una rapina come le altre, perché da lì, da quella banca, nascerà l’espressione Sindrome di Stoccolma, usata per indicare la situazione particolare in cui l’ostaggio viene in qualche modo “plagiato” dal rapitore e finisce per diventare alleato.

Questo episodio arriva a metà inoltrata della serie, quando il potere seduttivo di Clark è ormai un dato di fatto: in fin dei conti, Clark è la storia di un abile manipolatore, a cui sono mancate visione e ambizione per diventare davvero pericoloso e non solo un ladro o poco più.

Oltre al tono leggero e divertito, l’altro aspetto che rende Clark godibilissima è il suo ritmo: ci sono sequenze che riassumono in pochi secondi intere notti di spese folli o imprese (anti)eroiche che si concludono con una sbronza o un arresto. Tutto sempre a trecento all’ora, seguendo lo spirito del personaggio principale, incapace di stare fermo: basti l’esempio di un episodio, in cui Clark non deve fare altro che aspettare che un complice piazzi dell’hashish per lui. Ma Clark si annoia e allora va a rapinare una banca, durante la rapina conosce una ragazza, scappa con lei, notti di follia e poco dopo viene arrestato. Sarebbe bastato aspettare il complice, ma premere il tasto pausa non fa parte della vita di Clark Olofsson.

Clark è una serie innamorata del proprio personaggio principale e del proprio interprete: Skarsgård porta sullo schermo una figura senz’altro più complessa e in chiaroscuro di quella che ci viene mostrata, ma è un dettaglio. Quello che conta è che Clark è divertente e affascinante, perché a suo modo mostra un altro modo di vedere le cose, un’altra strada rispetto a quella presa dai cittadini modello della modernissima e apertissima Svezia degli anni ‘60. Un’utopia, figlia di quel decennio (e solo di quello).

Perché guardare Clark: per il ritmo e l’interpretazione di Skarsgaard

Perché mollare Clark: perché è una favola ben congegnata, ma nulla più



CORRELATI