21 Luglio 2022

Under The Banner of Heaven su Disney+ – Andrew Garfield detective e mormone di Diego Castelli

In italiano si chiama In nome del cielo e no, non è una fiction pucciosa di Rai Uno

Pilot

Il prossimo 27 luglio arriva su Disney+ Under the Banner of Heaven, miniserie di FX (distribuita negli States da Hulu) che in Italia avrà il titolo di “In nome del cielo”. Siccome non ne avevamo parlato sul sito ai tempi dell’uscita americana a fine aprile, quale migliore occasione per rimetterci in pari?

Al di là del suo creatore Dustin Lance Black e del libro da cui è tratta (Under the Banner of Heaven: A Story of Violent Faith di Jon Krakauer), la miniserie ha fatto drizzare subito le antenne soprattutto per il suo cast, che comprende fra gli altri due facce da cinema come Andrew Garfield e Sam Worthington (c’è pure Rory Culkin, fratello minore dei più famosi Macaulay di Mamma ho perso l’aereo e Kieran di Succession).

Under the Banner of Heaven, come nome suggerisce, pesca nel mondo della religione, ma è ben più torbida di una Settimo Cielo (che è diventata torbida solo a posteriori quando si è scoperto che il suo attore principale molestava le ragazzine).

In questo caso, protagonista della storia è il detective Jeb Pyre (Garfield) che appartiene a una comunità di mormoni (la Chiesa fondamentalista di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni) e che deve indagare su alcuni delitti avvenuti all’interno di quella stessa comunità.

Non credo sia un grande spoiler rivelare che i cattivi vanno cercati proprio lì dentro, in quella specie di setta chiusa e iper-tradizionalista, auto-proclamatasi santa e giusta.

Se questa è la trama principale, ad essa se ne collegano poi diverse, che scavano per esempio nelle dinamiche della numerosa famiglia Lafferty, nel rapporto di Jeb con la moglie in un momento in cui la loro fede viene messa a dura prova, nella tensione fra lo stesso Jeb e il suo collega Bill (Gil Birmingham) che non condivide la sua fede religiosa, perfino nel passato della comunità, grazie ad alcuni flash back dal sapore western che raccontano i giorni della fondazione della Chiesa.

Tutte queste storie procedono in parallelo, crescendo di intensità, fino a un settimo episodio facile facile (88 fucking minuti) in cui tutti i cerchi si chiudono e chi s’è visto s’è visto (era giusto per sottolineare che è una miniserie, e quindi la fine è proprio una fine).

Nel complesso, una serie come questa titilla la mia attenzione non solo perché il crime orizzontale mi piace tendenzialmente molto di più di quello verticale, ma anche perché sono un ateo incarognito che ogni volta che vengono fuori le malefatte dei credenti, un po’ ci gode.

Al netto di questa morbosa preferenza personale, comunque, bisogna anche dire che Under The Banner of Heaven ha la sua bella solidità.
L’origine letteraria e le fondamenta ficcate nella realtà permettono allo show di non perdere mai di vista l’obiettivo, di costruire un parco personaggi che funziona e che resta comprensibile nonostante una certa mole di nomi e facce coinvolte, e di mettere in scena un gran numero di tensioni crescenti di cui si percepisce la corsa verso un punto di rottura che si finisce con l’aspettare con una certa ansia.

Questo elemento della crescita della tensione è insieme un pregio e anche il principale e forse unico vero difetto di Under The Banner of Heaven, cioè il fatto che, specie nei primi episodi, si avvertono improvvisi cali di ritmo che rendono la serie un po’ troppo riflessiva.

Diciamo che si prende il suo tempo per costruire le famose tensioni, e l’indagine perde qua e là di forza in favore di un drama spiritual-familiare che non è sempre centratissimo o, comunque, non trova sempre il giusto equilibrio fra la componente thriller e una ricerca filosofica pure interessante (la tradizione, la fede, la capacità di processare ed eventualmente superare il proprio passato), ma inevitabilmente meno frizzante.

Che poi sono tutti modi un po’ ampollosi per dire che, nei suoi primi episodi, Under The Banner of Heaven resta sempre interessante, ma mostra il fianco a qualche momento noioso.

Se si tiene botta, però, alla fine si resta soddisfatti. Sì, anche dopo il finale da un’ora e mezza. Perché effettivamente in quell’ora e mezza ci sono momenti di grande intensità, che prendono ben bene lo stomaco, e la parabola (nel senso geometrico, non biblico) dei protagonisti trova un pieno compimento.

Mi rimane un certo dubbio sul fatto che la serie volesse essere un più equidistante, nelle questioni religiose, di quanto alla fine non appaia, come se la sostanziale bontà del suo protagonista non riesca a compensare, in termini di giudizio complessivo della comunità, tutte le altre brutture che vediamo.

Ma questa è una sfumatura che dipende molto, credo, dalla sensibilità individuale, quindi a ognuno il suo.

Chiudiamo con una nota sul cast e in particolare su Andrew Garfield, che come detto era parte del biglietto da visita.
Impastrocchiato nell’eredità di due Spider-Man non memorabili (ma anche su questo argomento ci sono opinioni contrastanti), Garfield rischiava di vedere la propria carriera azzoppata da un tentativo non proprio riuscito di diventare una mega-star assoluta.

Ora, quel tentativo continua a non essere andato in porto, ma Garfield si sta scegliendo progetti capaci di mostrare davvero il suo talento, che non è poco, e basterebbe unire a Under the Banner of Heaven quell’altro piccolo gioiello di tick, tick… Boom!, per essere sicuri che sì, magari la carriera di Garfield aveva subito una battuta d’arresto, ma il ragazzo ci sa fare eccome.

Perché seguire Under The Banner of Heaven: quello dei delitti nelle comunità religiose è quasi un sottogenere del crime, e qui ne avete un esempio che funziona dall’inizio alla fine.
Perché mollare Under The Banner of Heaven: qui e là soffre di alcuni cali di ritmo che rendono la narrazione meno incalzante, e bisogna impegnarsi un po’ più del dovuto per non distrarsi.



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