11 Ottobre 2022

The Midnight Club su Netflix – La nuova serie dal creatore di Hill House e Midnight Mass di Diego Castelli

The Midnight Club è la nuova serie horror-teen-mystery-tutto quanto creata da Mike Flanagan

Pilot

QUALCHE SPOILER, MA POCA ROBA, SULLA PRIMA STAGIONE DI THE MIDNIGHT CLUB

Se avete sentito la puntata di venerdì scorso del nostro podcast Salta Intro, già sapete che fra le serie in partenza questa settimana io puntavo molto su The Midnight Club, cioè la nuova (mini)serie creata da Mike Flanagan a partire dall’omonimo romanzo di Christopher Pike.
Di Pike non ho mai letto niente, è un autore diventato famoso dalla seconda metà degli anni Ottanta per mystery e thriller dedicati a un pubblico di bambini e giovani adulti, ma in compenso mi piace molto Mike Flanagan, che per Netflix ha già curato la realizzazione di ottimi successi horror come Hill House, Bly Manor e soprattutto, per quanto riguarda il mio gusto, Midnight Mass.

Ebbene, devo purtroppo dire che The Midnight Club non mi ha soddisfatto allo stesso modo di Midnight Mass (non mi è chiaro quanto il titolo simile sia casuale, direi di sì considerando che la serie è tratta da un romanzo omonimo di un quarto di secolo fa, ma è comunque una buffa coincidenza).
La cosa curiosa, però, è che il motivo di questa scarsa soddisfazione non viene dal fatto che The Midnight Club offra “poco” rispetto al passato. Il problema, se mai, è che offre troppo.

La trama di The Midnight Club è piuttosto semplice. Sette ragazzi e ragazze, tutti malati terminali, si trovano a in una sorta di clinica/casa di riposo in cui passare gli ultimi mesi della loro vita.
Noi seguiamo soprattutto le vicende di Ilonka (Iman Benson), una teenager orfana di madre che aveva tutti i suoi bei progetti per il college, salvo poi incappare in un tumore molto aggressivo che sembra non lasciarle scampo.
Arrivata a Brightcliffe, Ilonka scopre che i ragazzi già sul posto partecipano, per l’appunto, al “Midnight Club” un ritrovo notturno dei pazienti dell’hospice, in cui i ragazzi esorcizzano le loro paure sul presente e sul futuro raccontandosi storie del terrore con le quali provare emozioni, sentirsi vivi, provare a gestire in qualche modo la cappa di stress che li copre costantemente. Una po’ alla Decamerone, diciamo così.

Insieme, i ragazzi si fanno una promessa: il primo fra loro a morire, dovrà fare tutto il possibile per tornare indietro (come fantasma, energia, o in qualunque forma riesca) per dare agli altri conferma dell’esistenza dell’al di là.
Naturalmente, però, questo programma un po’ ingenuo e sognatore non andrà come previsto: dopo la morte di uno di loro, le storie raccontate durante il midnight club assumeranno una consistenza fin troppo reale, e il passato oscuro di Brightcliffe, tenacemente indagato da Ilonka, aggiungerà inquietudine a inquietudine.

Come accennato più sopra, il mio problema con The Midnight Club è, se così possiamo chiamarlo, un problema di quantità.

La serie è piena di temi, sottotrame e sottogeneri diversi, e quasi ognuno di questi, preso singolarmente, merita attenzione.
Naturalmente c’è l’horror, di nuovo declinato nel sottogenere della casa stregata, ma mescolato anche con altre sue varianti contenute nei racconti dei ragazzi.
Ma c’è pure una componente più meta di quello stesso genere horror, perché le storie raccontate dai protagonisti non sono parentesi monolitiche che interrompono la narrazione principale per iniziarne delle altre: piuttosto, sono artifici retorici in cui la componente del raccontare in sé non esce mai dalla coscienza di chi guarda, con conseguenze spesso spiazzanti in termini di forma della messa in scena (per esempio, la prima puntata di The Midnight Club è entrata nel Guinness dei primati per il maggior numero di “jump scare” in un solo episodio, ben 21, motivati proprio dal fatto di essere parte di un racconto di qualcuno che cercava, in modo non sempre elegante, di spaventare i proprio ascoltatori).
C’è poi la componente da dramma medicale, perché stiamo comunque parlando di un gruppo di malati terminali, e la gestione intellettuale ed emotiva della malattia fa storia a sé, con tutto il suo corollario di speranze, incazzature, prese di coscienza, bilanci di vita.
C’è il teen drama, naturalmente, perché volete che fra questi ragazzi, così vicini alla fine di una vita troppo breve, non sappiano provare emozioni uno per l’altra?

E poi ci sono molte altre influenze e sfumature più o meno esplicite, in una storia in cui la trama principale che scorta i personaggi dall’inizio alla fine, è continuamente punteggiata da storie raccontate che, come detto, non restano blocchi isolati, ma prendono una vita sempre più concreta, mescolando la “realtà” alla finzione (realtà fra virgolette, perché sarebbero una finzione di primo livello e una di secondo livello, contenuta nella prima). È un gioco di specchi ed echi facilitato dal fatto che quasi ogni racconto ha per protagonista lo stesso attore o attrice che, nello stesso momento, interpreta il personaggio che quel racconto lo presenta agli altri ospiti della casa di cura.

In tutto questo discreto macello, di cose buone ce ne sono diverse. All’interno di ogni singola storia (intesa sia come racconto nel racconto, sia come percorso specifico di ogni personaggio) ci sono spesso validi motivi di interesse, che si parli delle riflessioni sulla malattia, del valore metaforico di alcuni racconti, anche solo banalmente in riguardo alla resa horror di certi passaggi particolarmente emozionanti.

Ci sono poi alcuni interpreti che spiccano sopra gli altri, e penso specificamente a Ruth Codd nella parte di Anya, la compagna di stanza di Ilonka, che partendo dall’identità di paziente più incazzata con la malattia (perché più debilitata di altri), e per questo più scostante e sarcastica, è anche quella a cui viene concesso il percorso più ampio e coinvolgente in termini di variabilità emotiva e scoperte su di sé.

E però… di carne al fuoco ce n’è tanta, così tanta che onestamente diventa pure troppa.
Nei suoi dieci episodi, The Midnight Club continua a rilanciare, buttando sempre nuovi spunti, e il rischio è non solo quello di produrre materiale non sempre al medesimo livello (alcune storie sono significativamente meno forti di altre), ma anche quello di non approfondire nel modo migliore ciò che era stato preparato prima.

In più, nel guardare dieci episodi in un week end (cosa assolutamente non obbligatoria, ma che ho comunque fatto per amor di recensione rapida), in più punti si sente proprio la stanchezza di una trama che punta molto sull’agilità e sulla continua variazione, perdendo però in solidità e spinta.
Con Midnight Mass questo problema non c’era, perché Flanagan, pur all’interno di una storia che riusciva ad abbracciare generi diversi, non senza alcune grosse sorprese, non perdeva mai la presa sul timone, accompagnandoci in un viaggio che, pur stupefacente, era dritto, preciso, poderoso.

Non vorrei nemmeno essere troppo duro, perché The Midnight Club riesce ad avere un numero sufficiente di pregi da giustificarne comunque la visione, o almeno un tentativo di visione.
Però l’impressione è che stavolta Flanagan, pur basandosi su un’opera già esistente (che non conosco, quindi non faccio paragoni), non sia riuscito a tenere ben salde le redini di una creatura seriale di indubbie potenzialità, ma che per dieci episodi continua a scappargli da tutte le parti.

Sono convinto che nella sua testa ci fosse l’idea di partire dall’horror per comporre un’opera in qualche modo “totale”, e in questo senso apprezzo l’ambizione.
Semplicemente, poteva venire meglio.

Perché seguire The Midnight Club: per i tanti spunti e la volontà di giocare col sistema dei generi in modo fluido.
Perché mollare The Midnight Club: è una serie meno solida e precisa delle precedenti di Flanagan, e a tratti risulta confusionaria.



CORRELATI