30 Novembre 2022

Wednesday: gli Addams su Netflix fra buon teen drama e premesse fastidiose di Diego Castelli

Lo spinoff della mitica famiglia Addams in una serie con i suoi pregi e un unico, grosso peccato originale

Pilot

SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE

La recensione di Wednesday – questa sorta di spinoff de La Famiglia Addams prodotto da Netflix e sbandierato in quanto primo approdo seriale di Tim Burton (regista di quattro episodi su otto) – va divisa obbligatoriamente in due.

Sì perché da una parte c’è il mondo da cui questa serie deriva, i personaggi che prende in prestito per la sua storia, e il modo in cui decide di modellare quell’eredità per i suoi scopi.
E poi c’è la serie in sé, con il suo genere di appartenza, i suoi codici comunicativi, la sua scrittura e la tua messa in scena.

Guardare Wednesday attraverso una sola di queste lenti può dare risultati molto diversi, quindi vediamoli separatamente.

Dopo aver visto il primo episodio della serie ho avuto un moto di repulsione. Un fastidio, un’irritazione.
E il motivo sta tutto in quel primo punto di vista, quello relativo al modo in cui Wednesday ha raccolto l’eredità della famiglia Addams.

Creati da Charles Addams a partire dal 1938, i personaggi a cui l’autore diede il proprio cognome erano inizialmente figure senza nome dentro vignette umoristiche pubblicate su carta, che poi sarebbero diventate famosissime ispirando prodotti di ogni tipo, dalle serie tv (a partire dalla prima, del 1964) ai flipper, a ogni tipo di merchandise.

Nei loro primi anni, ma in realtà per tutta la loro esistenza fino alla serie che stiamo trattando, le avventure della famiglia Addams sono appartenute al mondo della comedy. Una comedy intelligente, raffinata, sottilmente sarcastica, ma pur sempre comedy.
L’intento era quello di riflettere sulla società di volta in volta contemporanea, mettendo in scena una famiglia che condivideva con i propri lettori alcuni valori di fondo (su tutti, per l’appunto, l’unità della famiglia e l’amore reciproco fra i suoi componenti), trasformando però tutto il resto in uno specchio deforme della “normalità”, presentando quindi dei protagonisti che ribaltassero le convenzioni, che presentassero forme diverse di giusto e sbagliato, di bello e brutto.

Un’operazione apparentemente innocua, anche grazie alla leggerezza della commedia, ma in realtà di grande valore culturale, una luce accesa su un mondo alternativo, l’affermazione della diversità in quanto strada differente, ma non per questo meno legittima, per la famigerata “ricerca della felicità”.

Bene, arriviamo qui a Wednesday, la serie per Netflix creata da Alfred Gough e Miles Millar, già creatori di Smallville e The Shannara Chronicles, e diretta per la prima metà da Tim Burton, famosissimo regista praticamente all’esordio seriale, il cui stile inconfondibile era sempre sembrato perfetto per la famiglia Addams, senza però che le loro strade si incrociassero mai.

Il problema di approccio è stato visibile fin da subito: pensata per essere un teen drama con protagonista la versione adolescente della figlioletta della famiglia (Mercoledì, per l’appunto), Wednesday ha immediatamente rappresentato una deviazione e un tradimento rispetto alle premesse iniziali, al punto da apparire paradossalmente molto meno originale.

Con uno stile visivo e un approccio narrativo non molto diverso da Le Terrificanti Avventure di Sabrina, Wednesday ci presenza una Mercoledì con alcuni tratti inconfondibili (le treccine, i vestiti neri, la passione per tutto ciò che è macabro, una vistosa allergia al sorriso), ma in una cornice filosofica e con prospettive di sviluppo molto diverse.

In pratica, e per non farla troppo lunga come mio solito, quello che ci viene detto, magari non in modo sempre esplicito, ma comunque abbastanza evidente, è che Mercoledì dovrebbe cambiare.

Certo, la sua anima dark è la principale attrattiva della serie, ma per otto episodi quello che vediamo è una ragazza in rotta con la madre, incazzata perché spedita in una scuola in cui non vorrebbe andare, ma poi anche sorprendentemente pronta, al mutare delle circostanze, a innamorarsi e sviluppare una sincera amicizia per la sua compagna di stanza.

Ora, attenzione perché la faccenda è sottile: come accennato più sopra, non è che la famiglia Addams sia composta da malvagi criminali, punto e basta. Sono invece persone capaci di moltissimo amore, solo in un modo diverso dal solito.
Quello che accade in Wednesday, la cui protagonista sembra costruita per essere un po’ Sabrina, un po’ Veronica Mars, un po’ Sheldon Cooper, tutto virato a nero, è che alcune caratteristiche fondanti di Mercoledì sono di fatto presentate come un problema.

Il personaggio interpretato da Jenna Ortega ci viene insomma presentato come almeno parzialmente difettoso, e il suo percorso di crescita (la comedy può permettersi di cristallizzare i personaggi, il drama no, e quindi lo sviluppo è d’obbligo) comporta lo scendere a compromessi, l’allontanarsi dal suo essere Mercoledì Addams per abbracciare (talvolta in senso letterale) uno stile di vita almeno parzialmente diverso.

Questo per me è un problema, e un problema grosso.
Il risultato è quello di appiattire la figura di Mercoledì sulle più banali regole del teen drama, togliendole una forza e una originalità che sarebbero ancora tali dopo ottant’anni.
Si crea inoltre uno strano paradosso: in una serie che parla di “reietti”, di persone emarginate per le loro diversità (vampiri, licantropi ecc, altra aggiunta banalizzante nel mondo Addams) e che per questo vuole lanciare un messaggio di inclusività, prendere un personaggio da sempre orgogliosamente diverso per fare in modo che lo diventi “un po’ meno”, conformandosi così a una specifica idea di come dovrebbero essere i giovani e come dovrebbero vivere la loro giovinezza, è quanto meno bizzarro.

Ma il vero tema non è cambiare un materiale originale preesistente, perché qui ci siamo detti tante volte che le opere di finzione tratte da altre opere di finzione possono più o meno fare quello che vogliono.
Esiste però un tema comunicativo: se tu prendi la famiglia Addams e mi dici che ci sarà una sua nuova incarnazione, così che io, vecchio fan quarantenne, possa dire “wow figata”, poi mi devi dare la famiglia Addams, altrimenti mi stai prendendo per il culo.
E se di quel mondo cambi tutti i valori di fondo in nome di un genere che non c’entra nulla con l’originale, e che per sua natura tende a forzare quei valori per plasmarli a propria immagine, beh, qualcosa proprio non mi torna.

Evidenziato questo problema, e sottolineato che può essere anche abbastanza per “cambiare canale” (virgolette d’obbligo), esiste poi un altro modo di affrontare la questione.
Se non me ne frega niente del messaggio originale e/o se della famiglia Addams non so nulla, la domanda per me prioritaria sarà: ma almeno è un bel teen drama?

Ecco, se scegliamo di fare il passo concettuale che serve per valutare la serie in sé e per sé, allora si può diventare più morbidi.
Perché sì, per quanto non sia il teen drama più originale del mondo, nelle sue dinamiche di fondo, Wednesday è effettivamente una serie godibile.

Non si può che partire da lei, da Mercoledì, interpretata come detto da Jenna Ortega.
L’attrice è brava, perfettamente in parte, bella “nel modo giusto” (cioè un modo delicato ma freddo, non ostentato ma visibile). La sua espressione perennemente seria/incazzata/depressa è solo apparentemente fissa, perché poi Ortega la sa modulare in tante piccole sfumature che riescono a non farla uscire dal personaggio, senza per questo rinunciare all’espressività.
E quando poi deve effettivamente ridere o mostrare paura, lo fa tendenzialmente nel modo giusto.

Anche il resto della famiglia si giova di un cast azzeccato, con Catherine Zeta Jones nei panni di Morticia, Luis Guzmán in quelli di Gomez, e poi tutti gli altri personaggi importanti che gravitano intorno alla scuola dove Wednesday viene spedita, e in cui si trova invischiata in un vero e proprio caso criminale che le impone di trasformarsi in piccola detective (vale la pena citare almeno due attrici: Gwendoline Christie, che dopo Game of Thrones diventa preside, e Christina Ricci, che interpretò Mercoledì nei film degli anni Novanta e ora è tornata nei panni di una professoressa della Nevermore Academy).

In generale, tutta la messa in scena funziona, con quel tono dark “alla Netflix” che risulta stiloso senza essere aggressivo (anche se gli effetti speciali non sono sempre dei migliori).
Onestamente, la mano di Tim Burton si vede fino a un certo punto. Il buon vecchio Tim ha perso da tempo il tocco dei giorni migliori e, per quanto abbia sicuramente contribuito a settare il tono della serie, non è difficile immaginare che qualcun altro al suo posto avrebbe fatto più o meno le stesse cose.

E poi c’è il capitolo scrittura.
Come detto, le regole scritte e non scritte del teen drama impongono determinate situazioni e sviluppi. L’amicizia difficile ma salvifica con una persona molto diversa da sé, i primi amori, gli intrighi scolastici, le rivalità fra studenti e clan più o meno dichiarati (qui ci sono anche ampie pennellate di Harry Potter), il rapporto difficile con molti adulti che non vogliono riconoscere la capacità di Mercoledì di poter essere parte dei loro discorsi e delle loro attività (in pratica non c’è un adulto, nella serie, che non cerchi di far abbassare la cresta alla protagonista, ognuno con modalità e scopi propri).

Questo porta al tradimento dell’originale di cui si diceva, ma in sé e per sé, come teen drama, funziona.
Col procedere degli episodi, che portano avanti diverse trame e sottotrame (la trama gialla legata agli attacchi di un misterioso mostro, le trame romantiche, quelle amicali, quelle familiari ecc) alla fine si può facilmente essere rapiti dalla vicenda di Mercoledì, e la tensione drammatica legata alle sue scoperte, ma anche alla sua capacità di lasciarsi un po’ andare per permettere a se stessa di essere una persona più completa, regge fino alla fine.

Poi certo, anche senza guardare l’originale è possibile trovare dei difetti.
Il primo probabilmente è proprio una certa banalità di fondo, il fatto che, al netto della stranezza di Mercoledì, quasi tutto quello che accade non sia molto diverso rispetto a ciò che abbiamo visto in molti prodotti dello stesso genere.

Idem dicasi per la qualità dei twist, non esattamente imprevedibili, più che altro perché la serie procede in modo abbastanza didascalico con un’operazione di ribaltamento: moltissimi personaggi si rivelano l’opposto di quello che si pensava all’inizio, e la cosa è fatta in modo così meccanico da risultare un po’ stucchevole.

Il risultato finale sono comunque otto episodi di buon ritmo, guidati da una protagonista di grande carisma, in cui una trama non troppo originale viene però sostenuta da dialoghi frizzanti che nascono (come era lecito e doveroso aspettarsi, questo sì) dalla profonda diversità di approccio alla vita di Mercoledì rispetto a tutti gli altri: quando puoi giocare con un personaggio che, finito per caso in una cella frigorifera all’obitorio, chiede di rimanerci un altro po’ perché si trova a suo agio, sai che le occasioni di divertimento non mancheranno mai.

Poi certo, è anche lo stesso personaggio che, più di una volta, viene fatto combattere fisicamente in un modo che pare un’occasione sprecata: come se, di nuovo, le caratteristiche fondanti di quella figura siano state storpiate per esigenze di un copione che non poteva o non voleva essere rispettoso fino in fondo.

Insomma, come ormai si è capito, con Wednesday è tutta una questione di approccio: quello nostalgico è pericoloso, potenzialmente irritante. Quello più indulgente e non troppo legato al passato può invece dare qualche soddisfazione, e c’è caso che questa nuova Mercoledì rimanga nei paraggi per un bel po’.

Perché seguire Wednesday: è un teen drama solido con una protagonista che non si dimentica facilmente.
Perché mollare Wednesday: esistono motivi validi per cui La Famiglia Addams non è mai stato un teen drama. Fregarsene di quei motivi significa anche tradire l’originale in modo fastidiosamente sfacciato.



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