11 Aprile 2023

Beef – Lo scontro: su Netflix un piccolo insulto diventa guerra totale di Diego Castelli

Fra dramma familiare e commedia nera, Beef racconta le estreme conseguenze di piccoli momenti di follia e di frustrazioni covate troppo a lungo

Pilot

Fondata nel 2012, per alcuni anni ha prodotto (o partecipato alla produzione di) diversi film molto particolari, personali, stranianti, che hanno fatto parlare a lungo la critica specializzata, come Ex Machina, Midsommar, Lady Bird, più alcune serie tv anch’esse piccole-e-memorabili come Ramy o Euphoria.
Dallo scorso febbraio, però, il suo nome è diventato qualcosa di più, un marchio che anche gli appassionati non professionisti devono tenere a mente: dopo i sette oscar di Everything Everywhere All At Once (più quello per Brendar Fraser in The Whale), la casa di produzione indipendente A24 è ormai sulla bocca di tutti, e Netflix ha ben pensato di non farsela scappare ospitando la sua Beef, dal titolo italiano di “Lo Scontro”.

Creata da Lee Sung Jin e con protagonisti Steven Yeun (buon vecchio Glenn di The Walking Dead) e Ali Wong (comedian, attrice, doppiatrice, sceneggiatrice), Beef racconta di un litigio per strada, uno di quei momenti di rabbia che ti prendono quando la gente non sa guidare (si sa, sono sempre gli altri a non meritare la patente), che però assume contorni e proporzioni completamente folli.
D’altronde è lo stile di A24: premesse inusuali e sviluppi inaspettati, nel tentativo di non essere mai troppo uguali a quello che si trova sullo schermo in quel momento.

Inizialmente, i protagonisti di Beef sembrano avere ben poco in comune: Danny è un muratore/tuttofare che cerca di tirare a campare come può, fra un lavoretto e l’altro a casa di ricchi bianchi annoiati, e gravato dal peso di un fratello minore nullafacente e un cugino che si muove in giri loschi. Amy, dal canto suo, è un’imprenditrice in procinto di vendere la sua attività per dei bei soldi, ed è sposata con il figlio di un importante artista, da cui ha una bambina. La sua non è una vita necessariamente semplice, ma si trova in un punto diverso, e più alto, della scala sociale rispetto a Danny, simboleggiata dal suo suv bianco da borghesotta di provincia.

E poi però, lo scopriamo man mano, ci sono anche alcuni punti in comune: entrambi hanno origini asiatiche e, per quanto provengano da parti diverse dell’Asia, per gli occidentali sono sempre e comunque gente con gli occhi a mandorla, diversi, persone che devono impegnarsi più del altri per integrarsi. Entrambi, poi, vivono situazioni familiari non serenissime, hanno problemi con i genitori, e hanno la costante sensazione di avere grandi idee e ottimi progetti, funestati da una inevitabile fragilità, come se il mondo che vivono – che poi è la California, il sole, le spiagge, le opportunità – fosse pieno di bei sogni, ma anche di bruschi risvegli.

È in questo contesto che il suv bianco di Amy e il pickup di Danny arrivano a un quasi-scontro che, tutto sommato, capita in continuazione in tutti i parcheggi di questo mondo.
Così come capita abbastanza spesso che, fra le persone coinvolte nel quasi-scontro, volino insulti e qualche gestaccio.
Solo che questa cosa capita in un momento specifico della vita di Danny, una giornata tutta storta in cui l’uomo non ha più voglia di incassare: parte dunque un inseguimento che, di nuovo, non porta a granché in quello specifico momento, ma che pianta nella testa di Danny la voglia di trovare la persona che guida il suv e fargliela pagare in qualche modo.

Buona parte dell’intrattenimento di Beef nasce da qui, da una sorta di china discendente su cui qualcuno comincia a far rotolare un sassetto, che pian piano diventa un’enorme frana.
Ogni decisione dei protagonisti, spesso guidata dalla ripicca, dall’egoismo, da una non meglio precisata sete di vendetta, porta a conseguenze sempre maggiori, che finiscono con il coinvolgere anche le rispettive famiglie.
Si chiama “Lo Scontro”, ma si poteva chiamare “La Legge di Murphy”, perché l’impressione è che in questa serie tutto quello che potrà andare male, lo farà.

Si arriva al punto, naturalmente, che i protagonisti non riescono più a gestire il flusso degli eventi che loro stessi hanno messo in moto, venendone inesorabilmente travolti. Sono i passaggi in cui l’umanità dei personaggi emerge in modo più chiaro, perché al netto della loro rabbia sono anche persone che hanno problemi veri, hanno persone a cui vogliono bene, e nella tensione fra queste due identità (la persona che ha una vita difficile e per questo degna di rispetto e la persona che agisce da pazza furiosa in seguito a una lite) genera un miscuglio di generi (il dramma violento, la commedia nera, il grottesco, perfino il thriller criminale) che da solo vale il prezzo del biglietto.

Poi però si può fare un passo ulteriore. Se quella che abbiamo descritto finora è la superficie dello spettacolo, dobbiamo tornare all’identità dei protagonisti per scavare un po’ più a fondo.

Con lo scorrere degli episodi, le somiglianze fra Danny ed Amy, al netto delle specifiche circostanze delle loro esistenze, si fanno sempre più evidenti. D’altronde, questa serie non esisterebbe se i due non fossero simili in un aspetto fondamentale: sono in un punto della vita in cui gli sembra un’ottima idea mettere in piedi una lotta senza quartiere a partire da un litigio stradale.

Quello che vediamo, in maniera sempre più marcata, è la necessità dei protagonisti di avere una valvola di sfogo. La loro vita, anche se per motivi diversi, è dominata dal disordine, dall’indecidibilità. Soprattutto, hanno entrambi l’impressione di non riuscire a stringerne saldamente le redini, come se ci fosse sempre qualcosa che sfugge al loro controllo. Trovare un nemico, un capro espiatorio, un simbolo della propria frustrazione che si possa effettivamente combattere, insultare, umiliare, è ciò che permette a Danny e Amy di trovare un bislacco ordine nel caos che sentono di vivere.

Da questo punto di vista, il finale è così preciso e inevitabile, da essere perfino poco sorprendente, perché è chiaro che, dopo aver causato una tale mole di eventi, ai due debba essere concesso un ultimo scontro/ricomposizione che possa fare reciproca chiarezza su motivazioni e contesti.

Ed è esso stesso un finale che, già da solo, riesce a contenere tutte le anime della serie, alternando una violenza puerile e dispettosa (c’è una frase emblematica detta da Danny: “un neonato con forza e mobilità è un sicuro serial killer), a riflessioni più profonde, fino momenti smaccatamente onirici e perfino un po’ di romanticismo.

La serie è capace di costruire delle basi così solide per il suo crescendo, che alla fine si ha pure l’impressione che si sarebbe potuto esagerare di più (un piccolo freno tirato che mi sembra l’unica pecca di Beef), ma alla fine rimane la sensazione di aver visto una soddisfacente odissea di provincia, in cui due poveri cristi in bilico fra due mondi e due culture reagiscono con infantile arroganza alle sfighe di un’esistenza tanto assolata quanto avara di reali soddisfazioni.
Non dite che non è mai capitato anche a voi di smattare a caso, perché tanto non ci credo.

Perché seguire Beef: per il divertimento intrinseco delle sue premesse, per il buono sviluppo e i buoni interpreti.
Perché mollare Beef: alla fine resta il dubbio che, date quelle premesse, si potesse osare anche di più.



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