19 Aprile 2023

Transatlantic – Netflix: sotto la patina, niente di Marco Villa

Transatlantic è un po’ come la spuma di certi piatti stellati: sembra bella, ma appena ti avvicini si sgonfia

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Ora, le spume. Dieci anni abbondanti di Masterchef hanno fatto conoscere le spume anche a chi non frequenta abitualmente ristoranti che di spume e arie fanno un tratto distintivo. Può quindi essere capitato a molti di assaggiarne una. Pure a me, per dire. E quando ti arriva la spuma, sei ammirato: alla fine sembra la schiuma che avevi in vasca quando eri piccolo e facevi il bagno, in più puoi anche mangiarla con la promessa che non sappia di sapone. E in effetti poi dai una cucchiaiata, te la porti alla bocca e capisci che la magia è già finita: splendida da vedere, interessante da assaggiare, immediata da dimenticare. Un bell’esperimento, un bel giochino, ma mangiare è un’altra cosa. E l’avrete capito: Transatlantic è un po’ una spuma in formato serie tv. Perché sembra stra-interessante, ma poi basta sfiorarla e tutto si smonta, lasciando davvero poco dietro di sé.

Transatlantic è su Netflix dal 7 aprile, creata da Anna Winger, autrice che in questi anni si è fatta notare con il macro progetto Deutschland ‘83, ‘86 e ‘89 sulla Germania nella guerra fredda e soprattutto con Unorthodox, serie uscita in pieno lockdown che fece parlare molto di sé: raccontava la storia di una ragazza ebrea che fuggiva da una comunità ortodossa di New York e veniva in Europa per cercare libertà. Serie potente, imperfetta, ma con una forza non comune.

In questo percorso, Transatlantic sembra il giusto passo avanti: una storia poco conosciuta, ma di grande impatto, che tocca la storia europea e la comunità ebraica. Perché siamo nel 1940, nella Francia occupata dai nazisti, per l’esattezza a Marsiglia, dove due americani cercano di salvare il maggior numero possibile di ebrei, portandoli oltre il confine con la Spagna, per poi portarli in Portogallo e da lì negli Stati Uniti. Non è un esodo di massa, ma un’operazione chirurgica, compiuta per salvare principalmente intellettuali e artisti, segnati in una lista di persone che rischiano l’arresto. I due americani si chiamano Varian Fry (Cory Michael Smith) e Mary Jayne Gold (Gillian Jacobs): lui dirige l’ERC (Emergency Rescue Committee), lei lo aiuta con la cospicua ricchezza che porta in dote. Insieme a loro c’è anche un fuggiasco (Albert Hirschman, interpretato da Lukas Englander), che rinuncia alla salvezza sicura per restare ad aiutare.

La serie quindi è basata su una storia vera, così come veri sono i nomi delle persone che l’ERC cerca di salvare: Walter Benjamin, Max Ernst, Andre Breton solo nei primi episodi. Questa base, unita al curriculum di Anna Winger, ha tutto per trasformarsi in una serie da punto esclamativo. Invece. Eh, invece è una spuma. Quando ne abbiamo parlato all’interno di SALTA INTRO, abbiamo citato Wes Anderson e il JoJo Rabbit di Taika Waititi tra i riferimenti visivi, perché era evidente già da quelle immagini la volontà di allontanarsi da un racconto di stampo realistico, per cercare strade laterali. 

Questa sensazione è confermata anche dai primi episodi, caratterizzati da una fotografia quasi pastellosa e mai opprimente, una scelta legittima, che però richiederebbe uno sforzo in più di scrittura per riequilibrare i pesi. Ma questo non accade, perché nei primi episodi di Transatlantic non c’è mai un momento in cui si percepisce davvero il dramma, in cui emerge la gravità degli eventi raccontati. Tornando a Waititi e Anderson, in quei film c’è sì una vena giocosa, ma è sempre presente un senso di oppressione strisciante, che non lascia mai del tutto tranquilli.

In Transatlantic, invece, quello che rimane è un senso di superficialità: i “buoni” sembrano ricchi annoiati che hanno trovato un modo alternativo per riempire le giornate, i “cattivi” sono della maschere che oscillano tra il maldestro e il buffo, al punto che i fuggiaschi rischiano quasi di sembrare fuori contesto, con le loro paure e angosce, a fronte di una generale leggerezza. Il risultato finale è una serie che – perdonate il termine iper-tecnico – è proprio una robina. Al primo impatto anche bella da vedere, ma che poi si affloscia e non lascia niente dietro di sé. Cose che capitano, per carità, ma visto il materiale di partenza e i nomi coinvolti resta della delusione. E dell’amara in bocca, per tornare alla spuma.

Perché guardare Transatlantic: perché racconta una storia forte e dimenticata

Perché mollare Transatlantic: perché è estremamente superficiale



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