30 Gennaio 2024

Griselda su Netflix – Sofía Vergara a caccia di Emmy di Diego Castelli

L’ex star di Modern Family in una miniserie dagli stessi creatori di Narcos (e più o meno con lo stesso tema)

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QUALCHE SPOILER INEVITABILE

La fama, specie quella seriale, è una lama a doppio taglio. Da una parte è gradevole perché… beh, tutti ti amano e dai vita a un personaggio molto conosciuto. Ma dall’altra parte, se non presti la dovuta attenzione, quel personaggio rischia di diventare una gabbia da cui è impossibile uscire.

Immagino che una come Sofía Vergara, diventata famosa nel mondo come la simpatica e giunonica Gloria di Modern Family, abbia pensato qualcosa del genere al momento di buttarsi come attrice e produttrice in Griselda, la miniserie di Netflix che la vede nei panni della temibile Griselda Blanco, signora colombiana della droga, diventata potentissima nella Miami degli anni Settanta.

Un modo, insomma, per uscire da panni ormai troppo etichettanti, e magari una chance per mettere in mostra la propria versatilità, chissà mai che non si riesca a prendere quegli Emmy o Golden Globes che la buona Sofía ha sfiorato già quattro volte ciascuno (sempre per Modern Family).

Oppure, se volete, possiamo iniziare questa recensione in modo completamente diverso.
Sì perché Griselda è inquadrabile non solo a partire dalla sua attrice protagonista, ma anche dalla serie che possiamo considerare sua “madre”.

Griselda è creata da Doug Miro e Ingrid Escajeda, e Miro altri non è che uno dei creatori di Narcos, sempre per Netflix.
Considerando che si parla nuovamente della biografia di un personaggio realmente esistito, che di nuovo siamo nel mondo della droga sudamericana esportata negli Stati Uniti, e aggiungendo che la miniserie si apre proprio con una frase di Pablo Escobar, ecco che Griselda si candida a seguito spirituale della fortunata serie con protagonista Wagner Moura, rimasto negli annali come uno dei migliori protagonisti di serie Netflix, nonché una faccia da meme che ancora oggi, a distanza di quasi otto anni dalla conclusione della serie, popola il web nelle forme più svariate.

C’è però una differenza importante, che non riguarda solo il formato a miniserie.
In Narcos, la vicenda era narrata dalla prospettiva di un agente della DEA, e Pablo Escobar era sì il personaggio più importante e carismatico dello show, ma era anche esplicitamente il cattivo.

Griselda, che non a caso si chiama come la protagonista, è invece raccontata proprio dal punto di vista di Griselda Blanco, che fugge da un matrimonio fallito e che l’aveva già portata nel pericoloso mondo della droga, per rifarsi una vita in compagnia dei tre figli e delle poche persone fidate che ancora vogliono darle supporto.

Senza voler fare troppi spoiler (anche se ovviamente, trattandosi di una storia vera, il concetto di spoiler è un po’ ambiguo), la miniserie racconta il percorso della protagonista da moglie e madre disastrata a signora della droga, temuta e rispettata dai suoi pari e ossessivamente ricercata dalle forze dell’ordine.

Non è una miniserie di grandi sperimentazioni e particolari voli pindarici, l’obiettivo è un altro: costruire una storia solida, modellare il percorso di crescita e discesa agli inferi di un personaggio molto forte, stupire qui e là lo spettatore con scoppi di violenza e sensazioni potenti.

Ed è un lavoro che Griselda svolge bene, tenendoci incollati allo schermo fino alla fine. La forma più concentrata della miniserie, in questo senso, dà e toglie: racchiudere una vicenda così lunga in pochi episodi garantisce che non ci siano momenti morti. D’altra parte, però, c’è qui e là l’impressione che la storia avrebbe avuto bisogno di maggiore respiro per esprimere tutto il suo potenziale.

Di fatto, siamo in presenza di una sorta di Breaking Bad, in cui la protagonista evolve e cambia non per migliorare, ma per peggiorare, per lo meno secondo i normali canoni con cui consideriamo il meglio e il peggio delle persone.
C’è una cesura temporale nel mezzo della serie che, in questo senso, funge proprio da “prima e dopo”: nella prima parte si racconta la necessità, sempre più pressante, di accettare dolorosi compromessi, e la seconda descrive cosa succede quando quegli stessi compromessi hanno smesso di essere materia di ragionamento e dubbio, soppiantati dalla sete di potere.

In tutto questo, Sofía Vergara riesce effettivamente a farsi valere. Non so dire se abbastanza da prendersi un Emmy, ma se la paura era quella che non riuscisse, lei per prima, a uscire dai panni di Gloria di Modern Family, possiamo dire che la missione è compiuta.

Se è vero che ad aiutarla c’è un trucco molto pesante, che le deforma i lineamenti del viso abbastanza da renderla quasi irriconoscibile, è altrettanto vero che tutto il resto è merito del talento dell’attrice: qui non c’è spazio per simpatiche sudamericane sempre pronte a fare l’occhiolino al maschio di turno, qui c’è una madre appassionata, una moglie tradita, un’imprenditrice instancabile, e poi anche una criminale spietata.

In tutto questo percorso, Vergara mette un’energia che a volte sì, può ricordare certi scoppi di Gloria (anche perché al nostro orecchio voce e accento spagnolo sono molto riconoscibili), ma nel complesso è tutto di Griselda e di un impero criminale costruito con feroce determinazione.

Se non consideriamo quel certo senso di fretta cui accennavamo prima, e se non ci mettiamo a fare paragoni troppo stringenti (Narcos resta probabilmente superiore, ma erano anni diversi e formati diversi), Griselda è una serie molto centrata e che si vede con gusto.

L’unico dubbio che avevo almeno fino a metà, e che in parte mi è rimasto fino alla fine (ne ho parlato anche nella puntata di Salta Intro+ del 29 gennaio), riguarda l’approccio per così dire etico alla vicenda.

Sarà che viviamo in anni assai inclusivi e femministi, ma di certo la miniserie empatizza con Griselda molto più di quanto Narcos facesse con Pablo Escobar. Se là avevamo un cattivo vero, che aveva le sue motivazioni ma che mai ci sarebbe sognato di chiamare “poverino”, qui abbiamo una donna che ne passa di ogni prima di prendere in mano la situazione, e per tutta la prima metà della miniserie è di fatto una vittima della circostanze, una che si vede morire tutti intorno e che ha a che fare con i peggio criminali colombiani e di Miami, apparendo sempre come quella più giudiziosa e meno violenta.

Poi certo, le cose cambiano, e parte del fascino di questo racconto (nonché l’esempio di alcune sue frettolosità) sta proprio nel vedere il suo progressivo scivolamento verso il lato oscuro.

Tuttavia, è difficile non vedere questa storia anche come una vicenda di riscatto di genere, la scalata di una donna (aiutata inizialmente da altre donne) che va a prendersi pezzi di potere solitamente riservati agli uomini, e diventando così, almeno in parte, un’eroina.

Considerando che la sua vicenda non finisce esattamente benissimo, resta dunque una certa impressione assolutoria, come se le vere colpe di quanto successo non fossero mai completamente sue, ma frutto di un sistema assai maschile che prima la spinge verso l’estremo, e poi cerca in ogni modo di soffocarla (in questo assume particolare valore, come un argine a un’interpretazione altrimenti troppo facile, il fatto che la persona che più efficacemente la contrasta fra i tutori della legge sia un’altra donna, anche lei realmente esistita e interpretata da Juliana Aidén Martinez).

A leggere la biografia della vera Griselda Blanco, che è rimasta famosa proprio per la sua spietatezza al punto dal mettere paura allo stesso Pablo Escobar, resta dunque il dubbio che Griselda non brilli per realismo, o che comunque, nella scelta del suo approccio, sia molto debitrice dei tempi che stiamo vivendo.

Questo non è un male di per sé, e il realismo di una serie tv che non è un documentario è un parametro da gestire con molta cautela se lo si vuole usare come metro di giudizio. Però resta anche la curiosità di cosa Griselda sarebbe potuta essere se avesse speso meno tempo a “giustificare” la sua protagonista (ho messo due virgolette ma fate come se ce ne fossero quattro o sei) e più a costruire una cattiva larger than life, come è sembrata essere quella vera.

Magari sarebbe uscito un racconto ugualmente poco realistico, ma più divertente o più memorabile rispetto a una miniserie che cerca di fare le cose per benino.
Siccome però le fa effettivamente bene, queste cose, teniamoci questo dubbio giusto per completezza di ragionamento, come un what if a cui dare un peso tutto sommato relativo.

Perché seguire Griselda: un’ottima Sofía Vergara per una miniserie dritta, solida, appassionante.
Perché mollare Griselda: per una certa fretta del racconto e per l’impressione che siano stati un po’ accondiscendenti con la protagonista.



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