8 Marzo 2024

Supersex su Netflix – Un problema di fuoco? di Diego Castelli

Alessandro Borghi interpreta un Rocco Siffredi di cui, forse, volevamo sapere altro

Pilot

Era difficile non avere pregiudizi su Supersex, la serie di Netflix creata da Francesca Manieri e diretta, fra gli altri, da Matteo Rovere. Ma proprio nel senso dei pre-giudizi, non necessariamente negativi o positivi, ma semplicemente guidati dalla curiosità o meno verso il tema del racconto, ovvero la vita del più famoso pornodivo italiano, Rocco Siffredi.

Chi temeva la stronzata, chi invece vedeva delle potenzialità interessanti, chi si faceva domande assai più basiche tipo “ma si vedrà il pisello di Borghi?”
(spoiler: il pisello di Borghi in teoria si vede, ma che sia stato o meno… potenziato, questo resta da capire).

Dopo aver visto tutti e sette gli episodi, però, succede una cosa un po’ strana, nel senso che più che le solite categorie di bello e brutto, e ci torniamo fra poco, mi sembra che siano più adeguate quelle di centrato e non centrato, perché a me è rimasta l’impressione che, nell’idea di colpire con precisione il vero nucleo di interesse del personaggio-Siffredi, qualcuno abbia sbagliato mira.

La serie racconta della vita di Rocco Siffredi (all’anagrafe Rocco Tano) dall’infanzia ad Ortona con la madre e i fratelli, passando per la scoperta del mondo del porno (a partire proprio da “Supersex”, una rivista degli anni Ottanta), via via fino a una pausa lavorativa che Siffredi si prese nel 2004, quando sembrò che stesse per smettere con l’hard (per lo meno recitato da lui in prima persona) salvo poi fare marcia indietro poco dopo.

La storia è raccontata come una specie di romanzo di formazione in cui un ragazzino povero si fa prima insegnare la vita da un fratello adottivo più grande, fascinoso e scaltro (Tommaso, interpretato nella sua versione adulta da Adriano Giannini), per poi diventare un pornodivo di successo che però non lascia mai del tutto il paesino, che in qualche modo continua a tormentarlo sia con la figura problematica di Tommaso, sia con quelle di Lucia (la donna di Tommaso e antico sogno erotico di Rocco, interpretata da Jasmine Trinca) e della madre Carmela (Tania Garribba).

Fra l’infanzia e il 2004, naturalmente, c’è poi l’ingresso nel mondo del porno, la fama, i soldi, la lussuria, e una serie di personaggi che hanno fatto la storia del genere, dal produttore Riccardo Schicchi a Moana Pozzi, arrivando a Rozsa Tassi, in arte Rosa Caracciolo, cioè l’attuale moglie di Siffredi.

Se volessimo valutare Supersex come facciamo di solito, prendendola in quanto tale pur avendo almeno in parte presente la vicenda a cui si ispira, troveremmo pregi e difetti, dove forse i difetti sono più vistosi dei pregi, che pure ci sono.

L’intento, probabilmente voluto dallo stesso Siffredi, è quello di creare un drama vero, intenso, a tratti perfino “d’autore”, in cui la vicenda teoricamente felice di un uomo invidiato da molti viene mostrata anche nei suoi lati più oscuri, con specifico riferimento a una famiglia e un’adolescenza difficili. Da qui il continuo racconto parallelo fra il glamour e la prurigine del porno, in cui Siffredi diventa sempre più divinità, e il bagaglio emotivo della famiglia, della madre segnata dai lutti, del fratello-amico Tommaso, segnato da problemi profondi e spesso incomunicabili.

In questo senso, la serie esagera spesso: la necessità di costruire una storia “pesante e sentita”, unita però al bisogno di mostrare continuamente scene di sesso che sono ovviamente attinenti al tema, ma servono pure a fare marketing, porta a un continuo saliscendi di toni e intensità che, uniti a una voce fuori campo onestamente troppo insistente, fanno scivolare la serie troppo vicino alla soglia del ridicolo: uno show sul più famoso pornodivo nostrano, che ci tiene tantissimo a sembrare il miglior film d’autore italiano.
Capite bene che i rischi sono parecchi.

Allo stesso tempo, se si concedono a Supersex un paio di episodi per ingranare (probabilmente il racconto dell’infanzia si poteva asciugare un po’), dei valori escono effettivamente fuori.

Sono valori in larga parte tecnici e produttivi, con una bella ricostruzione storica, con l’impegno a non far vedere troppo poco (pur nella consapevolezza di non poter mostrare “troppo”), con la bravura degli attori.
Al netto dei soliti problemi con i comprimari (tipici della serialità italiana), i tre protagonisti (Borghi-Trinca-Giannini) funzionano piuttosto bene, e riescono a sorreggere almeno parte di quell’intensità drammatica che la serie prova tantissimo a produrre, e che rimane sempre sul limite del cringe.

Se conoscete un minimo Rocco Siffredi, poi, vi accorgerete che Borghi non si è risparmiato, infarcendo la sua recitazioni di molti gesti, tic ed espressioni che appartengono effettivamente alla controparte reale.
Ma più in generale, se parliamo di somiglianza, i responsabili del casting hanno fatto un bel lavoro, con forse l’eccezione di Moana Pozzi, qui interpretata da Gaia Messerklinger, sulla cui bellezzac’è poco da discutere, ma sulla somiglianza e soprattutto la conturbanza… così così.
(Esiste “conturbanza”? Vabbè, s’è capito)

C’è però un altro tema, secondo me molto più importante, che impatta parecchio sul giudizio complessivo, e che riguarda ciò che si è scelto di raccontare e cosa no.

A conti fatti, Supersex è una fiction di Rai Uno con l’aggiunta delle tette: è quel racconto un po’ moraleggiante, dritto dritto, che porta un protagonista problematico (ma in fondo neanche troppo) a scoprire verità della vita assai edificanti e rassicuranti, tipo l’importanza dell’amore.

E non voglio dire che questa cosa sia illegittima, tanto più che lo stesso Siffredi ha voluto dichiarare che la serie è estremamente fedele alla sua vita, o per lo meno a ciò che lui percepisce come tale.
Ci si chiede però se la vita di un pornoattore così famoso, il più famoso d’Italia, possa effettivamente ridursi alla storia di un giovanotto di provincia che, a prescindere da quello che fa, si ricorda sempre della mamma e del fratello incasinato, e si sistema la testa solo quando trova un po’ d’amore invece che il solo sesso.

Cos’è che manca, dunque?
Beh, da Supersex non emerge quasi nulla, non davvero, di ciò che Siffredi è stato per il porno, non solo italiano ma mondiale. Rocco è stato uno dei protagonisti dello spostamento del porno dagli schemi classici del film per adulti, con trame ben scritte e inquadrature molto preparate (di cui lui ha fatto parte in gioventù, da semplice attore), verso una pornografia molto più sanguigna, viscerale, anche amatoriale per certi versi (che l’ha visto protagonista anche come regista e produttore).

Non è solo merito suo, ma certamente Siffredi è stato una delle colonne di un cambiamento epocale in quell’industria, di cui magari ci può fregare molto o poco, ma che nel raccontare la sua vita andrebbe messo maggiormante in luce.
È pure una questione di caratterizzazione del personaggio: in Supersex noi vediamo un attore molto dotato (non nel senso della capacità recitativa, wink wink) che a un certo punto tutti amano, ma lo scopriamo perché lo dicono, non perché vediamo effettivamente un cambiamento nel suo modo di recitare e intendere il porno rispetto al passato.
E quell’aspetto dovrebbe essere centrale di una figura come quella di Rocco Siffredi, che è entrato in un certo mondo e l’ha cambiato per sempre.

In aggiunta a questo aspetto “professionale”, che avrebbe dato alla serie uno spessore culturale e storico assai maggiore, c’è anche l’oscurità della dipendenza.

Non sono passati molti mesi da quando Siffredi, intervistato a Belve su Rai Due, ha parlato fra le lacrime del suo problema di dipendenza dal sesso, di come l’ha affrontato e in parte risolto, o quanto meno gestito finora.
In Supersex di questo problema non c’è quasi traccia, se non nelle forme molto generali di una fame di vita, fama e denaro che accompagna il protagonista fin da bambino, ma in cui il porno diventa quasi più lo strumento per un’emancipazione, piuttosto che un’ossessione capace di offrire grandi gioie e altrettanto grandi disfatte.
Non che il tema del riscatto sociale non sia importante o veritiero, ma non può essere il solo.

Se lo unite all’altra mancanza di cui dicevamo sopra, il risultato è che da Supersex, per paradossale che possa sembrare, manca proprio il sesso, non tanto in termini di esibizione dell’amplesso (quello c’è), quanto in quelli dell’approfondimento di dinamiche psicologiche che poi, finendo in parte anche sullo schermo, hanno influenzato la vita e il lavoro di moltissimi.
Qui invece si rimane legati all’esperienza di un singolo uomo, e lo si fa con una narrazione che, a conti fatti, non è così diversa da altre che abbiamo già visto, quando invece poteva essere molto più particolare, contemporanea, coraggiosa.

Si arriva quindi alla consapevolezza che Supersex non è una serie “brutta”, nella misura in cui ha al suo interno abbastanza cose che funzionano, che consentono di guardarla serenamente fino alla fine.
Tanto più che il suo valore storico non è “nullo”, perché effettivamente ci sono tanti elementi della vita e del lavoro di Siffredi che si possono scoprire guardando i sette episodi.

Al netto di pregi e difetti, però, resta proprio la sensazione di un’occasione mancata, della possibilità non adeguatamente sfruttata di esplorare un mondo e un personaggio che, malgrado la sua fama ormai pluridecennale, resta ancora una figura tutta particolare, il perno di invidie, rifiuti, giudizi e pregiudizi, in una società, quella italiana, in cui il porno continua ad essere vissuto con sensazioni totalmente ambivalenti, e in cui la forza espressiva, animalesca, carnale del lavoro di Siffredi ha segnato una vera e propria epoca.

Di tutto questo non c’è vera traccia, in Supersex, ed è un peccato.

Perché seguire Supersex: per saperne di più su Rocco Siffredi, senza dover guardare i suoi film, che poi magari mamma si arrabbia.
Perché mollare Supersex: serviva più coraggio per affrontare di petto e con curiosità quasi documentaristica temi che invece rimangono nell’ombra.



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