1 Maggio 2024

Briganti su Netflix – Passi avanti, passi indietro, passi di lato di Diego Castelli

Briganti racconta il brigantaggio post-unità d’Italia e lo fa con pregi e difetti. Comunque non fatela vedere a Barbero.

Pilot

Volendo parlare di Briganti, la nuova serie italiana di Netflix ambientata nei primissimi anni successivi all’Unità d’Italia, si potrebbero scrivere due recensioni ben distinte.

In una si parlarebbe di Briganti in quanto serie tv, della sua capacità di intrattenere e appassionare, dei suoi punti di forza e di debolezza, della sua regia e sceneggiatura e interpretazioni.
Insomma, le solite cose.

Nell’altra invece bisognerebbe parlare del suo posizionamento storico-politico, che a un qualunque spettatore non italiano (e la serie pare puntarci parecchio, agli spettatori non italiani) potrebbe apparire ininfluente, ma che ai nostri occhi mostra invece una base di partenza molto precisa e non esattamente pacifica, che potrebbe influenzare anche parecchio il giudizio sul prodotto finale.

Cominciamo dal secondo punto, quello su cui passeremo più in fretta perché tocca temi che esulano almeno in parte dalla critica televisiva, ma che, come detto, non si può non citare.

Briganti è una serie palesemente neoborbonica. Il Neoborbonismo, o “Movimento neoborbonico”, è una scuola di pensiero piuttosto recente, diciamo anni Novanta del secolo scorso, che rielabora la storia dell’Unità d’Italia da una prospettiva diversa da quella ufficiale, e che sostiene la tesi (faccio un riassunto veramente criminale, ma per capirci) secondo la quale quello piemontese fu un vero e proprio esercito invasore, e che la povertà del Sud rispetto al Nord, quella attuale e quella passata, derivi in maniera abbastanza diretta dall’effettivo furto delle ricchezze meridionali da parte dei sabaudi.

Il termine “neoborbonico” fa riferimento alla dinastia dei Borboni che regnava sul Sud Italia prima della spedizione dei Mille, e chiamarsi con quel nome porta di fatto a una conclusione abbastanza netta: si stava meglio prima, e l’Unità d’Italia è stata fatta sulle spalle e a danno del Sud.

Come detto, queste posizioni sono sostanzialmente rifiutate dalla storiografia ufficiale, e per quanto mi riguarda il fatto che su internet si trovi più di un video/audio in cui il prof Alessandro Barbero litiga coi neoborbonici (non tanto per rifiutare ogni singola tesi, esempio o aneddoto, quanto per difendere una complessità che la visione neoborbonica rifiuta e semplifica), mi dice già abbastanza su sceglierei di schierarmi, se qualcuno me lo chiedesse.

Quello che però qui ci interessa è, per l’appunto, l’approccio neoborbonico di Briganti, una serie che racconta il brigantaggio nel Sud Italia di quegli anni come la storia di un folto gruppo di uomini e donne che sì, rubavano e magari ammazzavano, ma erano sostanzialmente dei ribelli, dei poveracci costretti alla rivolta, forse perfino dei partigiani, mentre i piemontesi, qui rappresentati soprattutto dal pericoloso Pietro Fumel (personaggio realmente esistito interpretato da Pietro Micci), era praticamente dei protofascisti.

Palesemente, Briganti non vuole essere un documentario, e la vicenda che racconta è pure abbastanza particolare da poter essere verosimile in sé e per sé (nel senso che lo stesso Fumel, quello vero, ha una reputazione tutt’altro che immacolata, ed è del tutto legittimo raccontare il suo lato oscuro). Allo stesso tempo, è già stata messa sul piedistallo dai neoborbonici attuali, e manda un messaggio abbastanza inequivocabile su come interpretare tutto quel pezzo di storia d’Italia nel suo complesso.
Quanto questo messaggio pesi nel vostro giudizio, magari pure considerando che questo è un prodotto che va anche all’estero, raggiungendo un pubblico che potrebbe farsi un’idea molto netta di una Storia che così netta non è, è una decisione che ognuno prende per sé.

Ma passiamo alle serie tv.
Briganti racconta soprattutto la storia di Filomena (Michela De Rossi) e del suo passaggio da moglie devota di un marito violento, che l’ha tirata fuori dalla povertà ma di certo non le consente di vivere una vita felice, a membro importante di una banda di briganti, con in testa un unico obiettivo: recuperare l’Oro del Sud, un tesoro sepolto in un punto raggiungibile grazie a una mappa posseduta proprio dal marito di Filomena.

Tutto questo in mezzo alle tensioni che potremmo definire “diplomatiche” fra le varie bande (in particolare quella di Pietro Monaco e sua moglie, Maria “Ciccilla” Oliverio, altri personaggi realmente esistiti) e sotto la persistente minaccia di Fumel, ufficiale dell’esercito sabaudo che cerca di combattere il caos del brigantaggio con torture, interrogatori violenti, persecuzioni e fucilazioni sommarie.

Ciliegina sulla torta il personaggio dello Sparviero (Marlon Joubert), prima cacciatore di briganti e poi brigante egli stesso, che nel primo episodio si muove sulla scena come un giustiziere mascherato e che presto incrocerà il suo destino con quello di Filomena.

Non ci è mai andata troppo bene con le serie italiane di Netflix, con qualche vistosa eccezione tipo SKAM Italia o le serie di Zerocalcare, ma con la netta impressione che, non appena ci si addentra in territori poco “nostri”, allontanandosi quindi dal drama e alla commedia per sperimentare con l’azione e l’avventura, si rischia sempre di finire nelle poverate imbarazzanti.

Dal punto di vista strettamente visivo e cinematografico, Briganti rappresenta un significativo passo avanti. Non perché abbia un budget particolarmente ricco (è girata soprattutto in masserie e boschi pugliesi, che a volte lasciano l’impressione di quattro gatti nella foresta), ma perché è caratterizzata da una ricerca molto precisa, uno stile moderno, un gusto per le inquadrature ricercate, un tentativo spesso riuscito di giocare con la plasticità dei corpi e il dramma prima di tutto fisico delle battaglie, i ralenty a volte troppo insistiti, ma comunque poco “italiani” (per dirla alla Stanis LaRochelle).

Particolare attenzione alla fotografia, anche questa lontana dall’immagine piatta e slavata di molte fiction nostrane, e invece capace di lavorare bene soprattutto con il buio, le candele, le torce, le luci di taglio.

Dove invece facciamo ancora fatica – a volte tanta, tanta fatica – è in fase di sceneggiatura. Ma nemmeno troppo nell’articolazione della trama in sé e per sé, che non sarà magari originalissima nei suoi vari sviluppi e nella sua impostazione abbastanza manichea, ma fa il suo nel costruire una storia di avventura, passione e amore che ha nel puro intrattenimento il suo primo scopo.

È che proprio facciamo fatica a non mettere in bocca ai nostri personaggi lunghi spiegoni e dialoghi iper-didascalici, senza contare il tentativo smaccato, a volte insopportabile, di costruire un’epica della ribellione che trasuda di frasi ad effetto, dichiarazioni pompose, motti da fumetto, che avrebbero bisogno di una solidità narrativa maggiore e di una recitazione più carismatica di quella fornita dai pur bravi interpreti.

Briganti, insomma, è una serie d’avventura, con marcatissime venature western (in questi giorni si sprecano i riferimenti a Sergio Leone, ma pure agli spaghetti western successivi e più caserecci), che se la crede tantissimo, e che proprio in questo credersela così tanto rende più vistosi i suoi difetti e aumenta il disagio delle scene che vorrebbero essere entusiasmanti e commoventi, e che troppo spesso risultato un po’ cringe.

Poi si sa che il confine fra epica e retorica può essere molto soggettivo, e l’immersione dello spettatore in una storia su uno schermo passa da così tanti fattori, da rendere l’esperienza potenzialmente diversa per chiunque la guardi.
Però se già nella prima puntata tu fai dare uno schiaffo alla protagonista, e lei cade dalla parte opposta rispetto allo schiaffo, a me viene su dal cuore un sonoro: “raga, per cortesia, state facendo bene, ma qui ci guarda tutto il mondo, teniamo ben salde le redini”.

Il giudizio su Briganti, anche a prescindere da tutta la questione storiografica, dipende quindi dalla prospettiva da cui partiamo.
Se vogliamo essere patriottici e posizionarla nel solco delle serie italiane, e specificamente delle serie italiane di Netflix che hanno provato a esplorare generi poco battuti dal nostro cinema e dalla nostra serialità recenti, allora Briganti rappresenta un buon progresso, un prodotto che può avere un respiro effettivamente internazionale, pur mantenendo una forte identità nostrana (comprese alcune ingenuità e un pizzico di anima da sceneggiato).

Se invece vogliamo giudicare Briganti con maggiore cinismo, mettendola davvero a confronto con le più ricche produzioni estere, con Shōgun e con Franklin (giusto per citare altre due recenti serie storiche), allora ne esce con le ossa rotte, afflitta da fragilità tipicamente italiane difficilmente cancellabili da una pur efficace cosmesi visiva.
Consideriamolo un passo avanti, nella consapevolezza, però, che dobbiamo farne altri.

Perché seguire Briganti: perché una serie avventurosa italiana, girata con questo gusto, non la vediamo mica spesso.
Perché mollare Briganti: i cali improvvisi e vistosi della sceneggiatura, uniti a un’impostazione storica quanto meno controversa, suggeriscono molta cautela.



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