Wonder Man – La bella serie Marvel che forse non guarderà nessuno di Diego Castelli
La seconda serie Marvel Spotlight dopo Echo è molto meglio di Echo, anche se arriva in un momento particolare (e difficile) del MCU
Il titolo di questo articolo non è una previsione, tanto meno un augurio (quando mai sono così cattivo?), quanto piuttosto un timore.
Sì perché oggi, inizio febbraio 2026, il bollino Marvel messo su una serie tv non è più garanzia di un maggiore interesse, anzi, forse è addirittura un campanello d’allarme, il classico “ma ancora?”.
Il Marvel Cinematic Universe non se la passa benissimo da un po’, e per quanto ci siano all’orizzonte dei potenziali acuti (Avengers: Doomsday, il nuovo Spider-Man, il prossimo Deadpool), è evidente che il grande racconto collettivo ed entusiasta degli anni pre-Endgame fatica a tornare, e le serie tv a marchio Marvel non sono mai riuscite a dare quel di più che faccia gioire le folle (pur in presenza di prodotti di pregio come Wandavision o Loki).
Ebbene, è in questo contesto che arriva Wonder Man, secondo titolo della sottoetichetta Spotlight (cioè le serie Marvel che si possono guardare anche senza ricordarsi tutto quello che è successo finora a Thor e Captain America), che arriva dopo la per nulla esaltante Echo.
E però, guarda un po’, Wonder Man è una miniserie piena di pregi. Basterà per farsi notare davvero, oppure la diamo per persa nel marasma?

Naturalmente, Wonder Man viene dai fumetti. È un personaggio ideato da Stan Lee nel 1964, che nasce come cattivo per poi diventare un supereroe, pur senza raggiungere la fortuna di altri colleghi più famosi.
Il suo vero nome è Simon Williams, che è anche il nome del protagonista della serie di cui stiamo discutendo (interpretato da Yahya Abdul-Mateen II), ma il paragone con la carta stampata finisce più o meno qui.
Il nostro Simon è un aspirante attore, che ha una vera e propria ossessione per film e serie tv , e che pure quando fa la comparsa ci tiene a studiare i propri personaggi al punto da indispettire registi e responsabili dei casting, perché è uno che si fa troppe menate.
Simon però ha anche dei poteri, poteri pericolosi che non vorrebbe avere e che per via di certi regolamenti potrebbero costargli la carriera cinematografica.
Ma c’è anche un altro problema: P. Cleary (Arian Moayed), agente del Department of Damage Control, ha identificato Simon come una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale, e mette sulle sue tracce, per spiarlo, una vecchia conoscenza come Trevor Slattery (Ben Kingsley), che ricordiamo da Iron Man 3 come il buffo attore ingaggiato per interpretare il terrorista Il Mandarino, “ruolo” per il quale è ancora famigerato.

Fin qui, dettaglio più dettaglio meno, questa potrebbe ancora sembrare una serie di supereroi, con una precisa anima thriller, con dei poteri, con dei segreti e degli intrighi.
Solo che non è così. Perché se è vero che le abilità di Simon sono la principale molla scatenante dei suoi problemi, non è su di loro che si concentra l’attenzione.
Wonder Man è effettivamente una serie sulla passione artistica, sull’ambizione, sul bisogno di fare di sé qualcosa che non sia semplicemente trovare un lavoro stabile e portare a casa qualche soldo.
Molto più che sul soprannaturale, la miniserie si concentra sul dietro le quinte di Hollywood, sulle dinamiche degli agenti, dei casting, della fama vista sia come obiettivo sia come maschera nobile che nasconde un animo narcisista (c’è una straordinaria comparsata di Joe Pantoliano, a questo riguardo).
Ma Wonder Man è anche una storia di amicizia, con il rapporto fra Simon e Trevor (entrambi portatori di un segreto non rivelabile all’altro) che nel loro percorso lavorativo e aristico trovano una comunione di intenti e di anime che rende quei segreti ancora più pesanti, proprio perché rischiano di compromettere qualcosa di sorprendentemente vero.

Se il nucleo narrativo e tematico della serie è preciso, profondo e diverso dal solito per la Marvel, è pure sostenuto da una messa in scena di livello che non riguarda tanto l’azione e gli effetti speciali, quanto proprio il lavoro sugli attori.
Abdul-Mateen è davvero molto bravo nel restituire la “normalità” di una persona insieme caricata e costantemente frustrata da un sogno difficile, contrapposta ai momenti in cui deve mettere in scena una bravura vera, che puntualmente buca lo schermo. Ben Kingsley, chiamato a sostenere gran parte delle variazioni di genere della storia (dal drama alla commedia, con sfumature di thriller e commozione), le gestisce tutte con l’esperienza e la saggezza del maestro, risultando sempre credibile pur impersonando il personaggio più strambo di tutta la faccenda.
E proprio in quelle variazioni di genere, unite a un formato molto agile (otto episodi quasi tutti sotto la mezz’ora), Wonder Man trova il modo di divertire e non sbrodolare, riempiendo bene tutti gli spazi narrativi senza soverchiarci di informazioni, ma anche schivando il rischio di girare in tondo, perché di cose ne succedono e di twist ce ne sono parecchi.

È chiaro anche che non è il caso di esagerare con gli elogi, perché Wonder Man è una serie piccina e laterale, che non cambierà la storia delle serie tv e nemmeno quella del Marvel Cinematic Universe.
Però è di nuovo questione di prospettive e di contesti: la cornice supereroistica ormai stanca che rischia di far passare Wonder Man sotto silenzio, è la stessa che, per contrasto, riesce a mettere bene in mostra la diversità di Wonder Man rispetto al resto dell’MCU.
Se fosse una miniserie di Apple Tv, con la stessa storia e personaggi, ma senza collegamenti con il MCU, sarebbe ancora un prodotto ben scritto, interessante e psicologicamente ricco, ma non spiccherebbe particolarmente da nessuno sfondo.
In questo caso, invece, Wonder Man è sì una bella miniserie, ma è anche una bella miniserie da cui ci aspettavamo molto meno. Magari non basta per farle vincere otto Emmy, ma per rimanere piacevolmente sorpresi, beh, ne avanza pure.
Perché seguire Wonder Man: è un piccolo gioiellino intimista dentro un carrozzone Marvel ormai zoppicante.
Perché mollare Wonder Man: se passate di qui per il supereroismo, non ce n’è granché.
