Paradise 2 Season Finale – Emozioni, Lost e salti dello squalo di Diego Castelli
Con la seconda stagione, Dan Fogelman prende decisioni grosse, cambia in parte genere, stupisce e divide
ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE
C’è già qualcuno che ha messo le mani avanti, una cosa del tipo “Se in una serie tv ti fanno vedere un fisico quantistico, a un certo punto la fisica quantistica deve avere un ruolo”. Che poi è una riedizione della vecchia massima di Checov, tale per cui se in una storia si vede una pistola sul muro, prima o poi quella pistola deve sparare.
Allo stesso tempo, le serie tv (e i romanzi, e i film ecc) vivono di tanti elementi, di tante atmosfere, e di tante promesse e suggerimenti passati agli spettatori, che costruiscono con la storia dei patti narrativi tali per cui ci si intende sul tipo di mondo che stiamo vivendo, lasciando spazio per sorprese che spesso sono utili e gradite, ma che devono essere trattate con delicatezza.
Tutta sta introduzione per parlare della seconda stagione di Paradise, appena conclusa su Disney+, che ha saputo e voluto cambiare un po’ di carte in tavola rispetto alla prima, rinnovando l’abilità di Dan Fogelman con la scrittura dei personaggi e delle loro emozioni, ma cercando di andare oltre e rischiare un po’. Rischi calcolati? Rischi eccessivi? Proviamo a vedere, anche se, spoiler, ognuno avrà la sensibilità sua.

Fare un riassuntone di tutta la stagione non ha senso, avete le IA per quello.
Ci diciamo però che i primi tre episodi, anzi il primo soprattutto, avevano già avuto la funzione di spiazzare. Dopo averci lasciato, alla fine della prima stagione, con un bunker in subbuglio e uno Xavier uscito all’esterno per cercare sua moglie, l’esordio della seconda racconta la storia di una ragazza mai vista prima, sopravvissuta in qualche modo al disastro climatico per anni, e abbastanza fortunata da incontrare un ragazzo belloccio da amare fugacemente.
Quella ragazza avrebbe poi incontrato e aiutato Xavier, avrebbe scoperto di essere incinta, e dopo un parto difficile e per lei mortale avrebbe affidato la neonata al protagonista, in attesa che noi si scoprisse il ruolo importante e letteralmente fantascientifico del padre.
Ma quella ragazza, Annie (interpretata da Shailene Woodley, già assai famosa per Divergent, Colpa delle stelle e altri), era solo uno dei tasselli di cui è stato composto il puzzle di questa stagione, tasselli con i quali il suo creatore e la sua squadra di autori e autrici hanno nuovamente messo in campo la loro abilità nel creare emozioni forti con pochissime scene e pochissime informazioni.
Annie, il Postino Gary (Cameron Britton, già apprezzato in Mindhunter), il giovane Bean, tutti personaggi entrati e usciti da questa stagione, ma a loro modo capaci di grande forza, perché protagonisti di piccole storie di sopravvivenza e/o di disagio, raccontate con una precisione così certosina, da non avere bisogno di tanti episodi per entrare subito nel cuore.
E forse, discutendo di questa stagione, parleremmo soprattutto di loro (come abbiamo fatto per settimane anche nel podcast Salta Intro e sul profilo TikTok di Serial Minds), se non fosse che Paradise, verso la fine, ha cominciato ad aggiungere un sacco di carne al fuoco, al punto da cambiare perfino genere.

Fino agli ultimi episodi della seconda stagione, Paradise è stata una serie ambientata nel futuro, con degli elementi di fantascienza (nella nostra realtà non esiste alcun bunker destinato ai sopravvissuti di un disastro climatico, almeno credo), ma comunque inserita in un perimetro di verosimiglianza che metteva quella fantascienza sullo sfondo, in nome di una storia che verteva soprattutto sul thriller, sulla politica, sull’amore familiare, a seconda dei personaggi che si avvicendavano sullo schermo.
Nelle ultime settimane, invece, Paradise ha decisamente accelerato, raccontando di computer quantistici in grado di predire il futuro e forse cambiare il passato, di figli morti ma forse salvati da IA semi-divine, di missioni eroiche che dovrebbero servire non a salvare ciò che di buono è rimasto, ma anche tutto quello che in teoria è stato perduto, e che invece, nelle pieghe dei quanti, potrebbe essere ristabilito.
Al centro c’è sì Xavier, che diventa il prode guerriero a cui viene affidata la missione magica, ma anche e soprattutto il triangolo Sinatra-Dylan-Alex, con la donna che avevamo conosciuto semplicemente come la capa del progetto-Paradise, che diventa la strega capace di incantesimi poderosi attraverso il potere di Alex, l’intelligenza artificiale in grado di manipolare il tempo.
Con Dylan, contemporaneamente figlio salvato dall’IA e creatore del prototipo di quella stessa IA, che diventa simbolo di un paradosso temporale che, questo sì, fa parte della vera fantascienza, di quelle che forse non pensavamo di vedere in Paradise.

Questo shift abbastanza improvviso può essere già materia di discussione in sé. Personalmente, da amante della fantascienza e proprio del tipo di sci-fi introdotto da Paradise, un’aggiunta di questo tipo non può che essere gradita, anche se arrivata con un “ritardo” tale da essere in qualche modo spiazzante a prescindere (ma tanto, dopo aver visto Sugar, siamo attrezzati a tutto).
È del tutto possibile, però, che per qualcuno sia stato “troppo”. Paradise era già una serie abbastanza articolata, con molte storie parallele e in parte incrociate, e molti personaggi operanti su fronti diversi. Ed era anche una serie che, come detto, si permetteva di esordire nella sua seconda stagione con altri personaggi e altre storie, chiedendo a noi di fidarci del suo flusso e della sua capacità di emozionare.
Capacità certamente confermata (pur con qualche scricchiolio che vedremo fra poco), ma che appunto potrebbe essere messa in crisi da altre rivelazioni e twist fantascientifici che, tutti in una volta, potrebbero disorientare al punto da causare una reazione di rigetto.

Questo però fa parte della nostra valutazione soggettiva di scelte molto consapevoli da parte degli autori. Ci può piacere o non piacere che Paradise sia finita nella fantascienza pura, e ognuno può dire la sua, ma non possiamo sostenere che questa scelta non sia stata voluta e preparata con cognizione di causa.
Ci sono però altri elementi che a mio giudizio sono più scivolati di mano, errori figli di una bulimia narrativa e visiva che forse non si poteva tenere “davvero” tutta insieme.
Per esempio, se è vero che Paradise sa creare emozione in brevissimo tempo, altrettanto rapidamente la sa spegnere, lasciando una sensazione di incompiuto.
L’esempio è quello del Postino, la cui storia finisce con un semplice “ok Teri, ti lascio andare perché ho capito che sbagliavo”, che però suona un po’ rapido, come se la serie avesse finito quello che aveva da dire su di lui e volesse passare oltre in tutta fretta.
Ma discorso simile si potrebbe fare per la bambina di Annie, che viene chiamata come la madre proprio nel finale. È vero che Annie (la bambina) ha la funzione di convincere Dylan ad aiutare Xavier a uscire dal bunker, proprio per incontrare una figlia di cui non sapeva nulla, ma nel frattempo quella bambina, dopo tutte le difficoltà per farla nascere e farcela amare, è rimasta dietro le quinte per diverse puntate in cui Xavier semplicemente la mollava a chiunque capitasse, perché doveva andare a far saltare bombe e salvare gente dagli ascensori.
Ancora una volta, c’è la vaga sensazione di blocchi emotivi costruiti con grande forza, e poi lasciati lì a macerare perché bisognava parlare d’altro.

Dovremmo anche aggiungere certe complicazioni nude e crude della trama (tipo i motivi per cui il bunker alla fine collassa, fra tentativi di lockdown e opposti piani di apertura delle porte da parte di altri fuggitivi), mi sono chiari sulla carta, ho dovuto ricostruirli a posteriori, ma mentre le cose stavano accadendo, diciamocelo, non ci si capiva più niente.
Fino ad arrivare ad altre scelte che dovremo valutare su un periodo più lungo. Parliamo per esempio di Jane, a cui viene dedicato un intero episodio che porta il suo nome, per costruire una cattiva realmente psicopatica e imprevedibile (al contrario di Sinatra che forse cattiva non è lo è nemmeno), salvo poi farla uscire di scena dopo pochissimo tempo, uccisa da Gaby prima di essere ammazzata a sua volta.
Attenzione, “uscire di scena” non è morire, perché il corpo apparentemente senza vita di Jane svanisce dalla doccia in cui l’aveva lasciato Torabi, lasciando intendere che con Jane non abbiamo ancora finito. Ma intanto il personaggio, dopo il “suo” episodio, ha fatto molto poco, e forse era lecito aspettarsi (forse pure desiderare) che partecipasse in modo più importante al finale di questa stagione.

Comunque la si voglia mettere, la seconda stagione di Paradise, molto più della prima, è stata un ciclo dai mille volti. Tante storie, tanti temi, tanti tocchi di classe e qualche scivolone. Per me il bilancio è ampiamente positivo, perché credo che Dan Fogelman sia un maestro dei personaggi, perché la fantascienza che rischia mi piace, e perché ci sono state singole scene, inquadrature e linee di dialogo che mi hanno fatto venire i brividoni (come quando, nel finale, il fisico Henry dice a Sinatra che Alex ha risolto un’equazione difficilissima… che loro non le avevano ancora proposto).
Però capisco pure chi ha provato un po’ di spaesamento, nel timore che Paradise avesse compiuto quei classici salti dello squalo che rischiano di farla finire nel gorgo di Lost, dove le sorprese diventarono più di quante chi scriveva la serie potesse gestire.
Io non credo che, in termini strutturali, siamo arrivati lì. Credo che Paradise stia seguendo un percorso preciso e molto consapevole, che ha dato vita a qualche stortura, ma che non ha perso senso. Semplicemente, ha aggiunto delle sfumature che non ci aspettavamo, ma che i suoi sceneggiatori e sceneggiatrici hanno bene in testa.
Nelle scorse settimane, un produttore della serie ha rivelato che la terza stagione già rinnovata potrebbe anche essere l’ultima, nella misura in cui gli autori hanno costruito una storia che arriva chiaramente fino alla terza stagione, con non tantissimo margine per la quarta. E in fondo, con il finale della seconda, abbiamo capito qual è la missione di Xavier: andare a Denver, nel secondo bunker, per usare Alex e cambiare la Storia.
Che ci riesca o meno, e con quali ostacoli, è il sale della faccenda, ma se davvero hanno pensato a tre stagioni, senza avere bene in mente un ulteriore seguito, allora io dico dateci dentro per tre anni, fateci sognare e incazzare e arrovellare, e poi lasciamoci con gratitudine e commozione, senza rimpianti.
