10 Settembre 2026

Chad Powers 2 – Questa serie continua a sorprendere di Diego Castelli

La comedy di Disney+ torna con un approccio sempre meno ridanciano e sempre più profondo, fra thriller e drama romantico

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Un annetto fa, nel recensire la prima stagione, parlavamo di Chad Powers (sempre disponibile su Disney+) come una sorta di Ted Lasso minore, in cui temi parzialmente sovrapponibili relativi ai valori dello sport e alla sua intrinseca capacità di dare alle persone una chance di riscatto, venivano declinati in una commedia un pochino più grottesca e magari meno strappacuore, ma comunque efficace.

Con la seconda stagione, approdata pochi giorni fa sulla piattaforma in un formato binge watching come sempre non necessario, Chad Powers fa uno scatto in avanti, o forse di lato, in più direzioni, che la allontana parecchio da quel paragone, facendola arrivare sui lidi inaspettati di un vero e proprio thriller e di un sentito drama amoroso.

Volevo evitare di fare rivelazioni troppo pesanti, ma se siete qui si suppone che già conosciate la serie, e probabilmente siete già in pari con gli episodi.
Quindi da cui in poi SPOILER.

Giusto per capirci subito, Chad Powers non ha smesso di essere Chad Powers. È ancora la storia di un ex campione di football caduto in disgrazia, che prova a riciclarsi sotto falso nome nel football universitario, mascherandosi la faccia con un buffo trucco prostetico inventato dall’amico Danny, mascotte della squadra.
Alla fine della prima stagione, anche Ricky (l’ambiziosa, affascinante e complicata figlia dell’allenatore) veniva a sapere del trucco, ma sceglieva di non rivelarlo perché insomma, vincere non faceva schifo nemmeno a lei.

Con la seconda stagione, la posta in gioco si alza. Il problema di base rimane sempre quello, evitare che Chad venga scoperto, e la quantità di gag relative ai pezzi della sua faccia che cadono è forse, nella sua ripetitività, il difetto principale di questi sei episodi. Ma in compenso si alza la posta di tutto il resto. L’abilità di Powers non passa più inosservata, e sempre più attenzione mediatica si concentra sulla piccola squadra universitaria, con la possibilità che Chad venga arruolato per qualche squadra professionistica, e con la stessa Ricky lusingata dalle proposte di lavoro di altre squadre, che le darebbero incarichi importanti ma la costringerebbero ad allontanarsi dal padre, che già sappiamo essere in precarie condizioni fisiche.

In tutto questo, nella serie sorge un vero e proprio antagonista, quel Gerry che era il quaterback di riserva che già in passato non vedeva Chad di buon occhio. Quest’anno Gerry diventa un vero e proprio nemico, che prima si ossessiona all’idea di screditare Chad in qualunque modo (magari facendo sapere in giro che si fa la figlia del coach, anche se in quel momento non è ancora vero), e poi scopre la sua vera identità, decidendo però di ricattarlo per vincere un po’ di soldi con le scommesse, e per dare a Chad/Russ un’altra umiliazione pubblica.
Se non fosse che, proprio sul finale, Chad decide di vincere comunque la partita, finendo poi a limonare duro con Ricky e a dirle che l’ama, appena prima che il padre di lei entri nello spogliatoio, vedendo che la figlia amoreggia con Powers (ma, presumibilmente, senza scoprire l’inganno dell’identità).
A chiudere la stagione, poi, la scoperta della verità anche da parte di Tricia, che sceglie però di tenere il segreto ben stretto in nome del denaro e del potere che potrà ricavarne, tenendosi Chad in squadra.

Insomma, Chad Powers sconfina in altri generi. Lo fa dal punto di vista narrativo, ma soprattutto da quello della messa in scena.
In questa seconda stagione, la serie diventa un thriller perché la suspense legata al mascheramento di Chad cresce con l’aumentare delle persone che potrebbero scoprirlo, e con la pressione esercitata da un invasato come Gerry. È una questione di ritmo della narrazione e di gag comiche che, consapevolmente, fanno sempre meno ridere e servono sempre più ad avvicinarci, senza arrivarci, al momento in cui tutti scopriranno tutto.

Questo approccio non cambia anche quando la comicità effettivamente entra in gioco con maggiore prepotenza, come all’arrivo del padre di Chad, “interpretato” dal vero padre di Russ, che risulta particolarmente goffo nel tentativo di tenere in piedi una messinscena che evidentemente non approva.
(Fra parentesi, che bravo che è Toby Huss, che da queste parti apprezziamo un sacco soprattutto dai tempi di Halt and Catch Fire)
Ebbene, quella scena comica viene però stemperata, diluita, volutamente “sporcata” dagli ammonimenti dello stesso padre, che esprime preoccupazioni che sono ovviamente anche nostre fin dalla prima stagione: per quanto Russ possa trarre un beneficio momentaneo dal suo inganno, non c’è modo che le cose finiscano bene. E c’è differenza se a pensare questa cosa non siamo solo noi, fuori dalla serie, in attesa di vedere le sue conseguenze più buffe, ma un genitore sinceramente preoccupato per il figlio.

L’elemento thrilleroso, poi, riesce a spostarsi anche sul campo, dove spezzoni di partita serale, spazzata dai fasci di luce dei riflettori, sembrano richiamare più Ogni Maledetta Domenica che non una normale comedy in cui solitamente è tutto colorato e luminoso, come in parte era nella prima stagione.
L’atmosfera plumbea che si è addensata intorno alla vicenda di Chad e alle macchinazioni apertamente criminali di Gerry, scivola inesorabilmente fuori dalla semplice cornice comica, per abbracciare toni ben più cupi e drammatici.

Un dramma che, in salsa più dolce, coinvolge anche la componente romantica. Che fra Russ e Ricky ci potesse essere del tenero lo sapevamo fin da subito, e aspettavamo solo il momento di veder crescere quell’attrazione. Anche in questo caso, però, non c’è niente da ridere: l’ansia vissuta dai personaggi è reale, e il fatto che proprio in quel contesto debba nascere un amore proibito ma inevitabile, rende quel sentimento tutt’altro che buffo o goffo.
E regia e fotografia seguono anche questo corso, con diversi lunghi primi piani in cui la brava Perry Mattfeld può far passare sul volto della sua Ricky tutte le sfumature di una donna costantemente tesa fra prorità, desideri e colpe diversissime. Idem il padre, che diventa quasi una figura tragica nel suo tentativo di rimanere aggrappato a un lavoro che potrebbe letteralmente ucciderlo per via dei problemi al cuore.

Quando alla fine il coach Jake becca la figlia con Chad, il “oh cacchio” che ci esce spontaneo non è divertito, quanto invece realmente preoccupato di quali altri casini potranno finire nella vita di personaggi che stanno tutti tenendo in piedi una macchinazione folle ed eticamente molto discutibile, ma che vorremmo comunque veder trionfare senza se e senza ma.
Il fatto che alla fine sia Tricia, con tutto il suo potere, a prendere sotto la sua ala l’inganno, è forse una forzatura da parte della serie, ma è anche l’unico modo che aveva questa storia per proseguire senza andare completamente in vacca: insomma, c’è bisogno che l’esistenza truffaldina di Chad sia protetta da qualcuno di più potente di un ex giocatore e una mascotte, e il fatto che quella protezione non venga dal buon cuore, ma dall’avidità, non fa altro che complicare ulteriormente il quadro, che passa dal riscatto di un singolo uomo a un inganno fatto per guadagnare: come potrà Russ non farsi alcun problema a fronte di questo fatto?

Se Chad Powers (il personaggio) cerca riscatto con una metamorfosi che potrebbe condurlo a una qualche forma di dannazione (e il fatto che lui, in questa stagione, vada all in promettendo un’altra grande annata con la squadra, ci fa solo temere un peggio che vogliamo proprio vedere), Chad Powers (la serie) usa la stessa capacità trasformativa senza apparenti controindicazioni.

Invece di adagiarsi su un canovaccio che avrebbe potuto stancare/risultare poco credibile già dopo il primo anno, il protagonista Glen Powell e Michael Waldron hanno scelto di accelerare, di osare, di ribbbbaltare certe situazioni, ma soprattutto certi toni, seguendo la storia piuttosto che il genere, il cuore dei loro personaggi invece della sicurezza di una cornice più riconoscibile e “safe”.

Il risultato è una serie che era già godibilissima con la prima stagione, e che ora è diventata qualcosa d’altro, un ibrido inaspettato ma di altrettanto inaspettata forza, pieno di spunti e atmosfere diverse che funzionano tutte, e che ci fanno attendere con entusiasmo una terza stagione che dovrà rispondere a un sacco di domande ancora appese. E la cosa bella, è che questo prurito di attesa non c’entra quasi niente con la voglia di ridere. Bizzarro, ma ci sta bene così.

Bisogna invece dire che in Void, il mio romanzo science-fantasy che trovate sempre su Amazon, si ride abbastanza. Oddio, un pochino, il giusto diciamo. E se pensate che non dovrei essere io a giudicare il potenziale comico di certe gag scritte da me, beh, non vi resta che acquistarlo a giudicare voi.
(Alle volte la mia furbizia nel marketing mi spaventa…)



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