28 Ottobre 2022

Boris 4 – Disney+: Finalmente siamo di nuovo a casa di Marco Villa

Da Boris non ci aspettavamo la rivoluzione, ci aspettavamo di ritrovare quello che abbiamo amato: e così è andata

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Boris è viva e lotta insieme a noi. È questa è la risposta fondamentale che arriva dai nuovi episodi della serie, disponibili dal 26 ottobre su Disney+. Boris l’avevamo salutata nel 2010, con un ultimo contatto stabilito nel 2011 con il film, uno degli esempi più plastici del concetto di bolla. Secondo una percezione diffusa, tutti parlavano di Boris. Nessuno però lo andò a vedere al cinema e tutti capimmo che la bolla era totalmente slegata dal resto del mondo o dal paese reale.

Detto questo, nel corso degli ultimi 12 anni, Boris ha continuato a far parte del discorso pubblico, diventando la serie italiana con il più alto tasso di produzione di meme, staccando nettamente anche serie ben più “grandi”, come Gomorra. Un fatto tutt’altro che scontato, visto che le serie italiane condivise non sono poi così tante (né così tanto condivise, a conti fatti). La quarta stagione arriva dopo tanto tempo, ma mai come in questo caso il tempo stesso è stato grande alleato: Boris non è una serie dimenticata, tutt’altro. È una serie che è cresciuta anno dopo anno, con una spinta importante data dall’approdo su Netflix.

Da qualche tempo, Boris è su Disney+ e proprio su Disney+ sono arrivati i sei episodi che compongono la quarta stagione, pubblicati stranamente tutti insieme, in una modalità binge-watching che non è canonica per questa piattaforma. E quindi: come sono questi sei episodi di Boris? Sono belli, sono esattamente quello che avremmo voluto dalla serie. Poche balle, Boris non l’aspettavamo per restare sorpresi, l’aspettavamo per ritrovarci in quella situazione di familiarità che ce l’ha fatta amare. Piuttosto, il rischio era di sentirsi troppo a casa, con un eccessivo ricorso a battute iconiche e situazioni già viste. Non è così, basti solo dire che il primo “Dai, dai, dai” di René Ferretti arriva al termine della seconda puntata.

Il gioco, insomma, era quello di restare uguali senza essere identici e di cambiare un poco senza stravolgere. Ovvero: trovare nuovi equilibri, gli stessi che hanno dovuto cercare Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, che avevano lavorato a Boris con Mattia Torre, a cui dedicano un omaggio splendido e molto tenero, che attraversa tutta la serie.

L’avrete capito: quell’equilibrio è stato trovato. I personaggi sono cresciuti e cambiati, ma non in modo clamoroso: Stanis e Corinna ora sono sposati e soci, ma in perenne contrasto con sindrome da primadonna; Duccio ha trovato onore e fama in India, ma i modi da santone della fotografia si appoggiano sui soliti vizi antichi; Biascica ha trovato nel linguaggio inclusivo la propria nuova battaglia contemporanea. A essere rimasti identici sono in fondo solo René e Arianna: il primo continua a lavorare di mestiere, immergendosi in un barile che a ogni sforzo rivela sempre nuovi fondi da grattare, mentre il personaggio di Caterina Guzzanti sembra del tutto imperturbabile ai tempi, con la perenne giacchetta arancione e i modi bruschi nel trattare gli stagisti.

Intorno, però, le cose sono cambiate davvero: non c’è più una rete a commissionare le produzioni, sostituita da piattaforme che hanno terminologie e processi tra il kafkiano e l’antani, sempre all’avanguardia, ma allo stesso tempo sempre ministeriali. E lontane: motivo per cui, secondo la più italiana delle logiche, c’è più spazio per provare a fregarle.

La trama di fondo (le riprese della fiction La vita di Gesù) è un puro pretesto, ma come sempre la parte più interessante di Boris è nelle micro-situazioni e nelle battute fulminanti: Duccio che entra in scena urlando: “No shooting” (che si candida a diventare la nuova: “È coffee break, signori”), Biascica che chiede se chiamare lo stagista “Ammerdu” sia in accordo con una terminologia più inclusiva; gli sceneggiatori che risolvono le scene complicate facendole raccontare, invece di farle vedere (“‘O dimo”). Sono queste le cose che volevamo da Boris 4 e sono queste le cose che abbiamo ottenuto. Un po’ come tornare a casa, appunto.



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